mercoledì 29 settembre 2010

A Cuba si licenziano 500.000 statali?

Nelle settimane scorse i media italiani hanno dato grande rilievo alla notizia del prossimo licenziamento di 500.000 dipendenti pubblici cubani. Come sempre quando si parla di Cuba prevalgono le letture ideologiche che rendono difficile capire cosa accada realmente nell'isola. E questo vale sia per coloro che sono pregiudizialmente ostili, ovvero quasi tutti i grandi mezzi di informazione, ma anche purtroppo per chi, partendo dalla simpatia per Cuba e dalla volontà di difendere quella decennale esperienza anomala, abbandona qualsiasi spirito critico per limitarsi e ripetere la propaganda che arriva dai mezzi di informazioni ufficiali dell'Avana.


Anche nel caso dei 500.000 licenziati, la realtà sembra un po' più complessa, ma è anche il segnale di un ripensamento del modello economico di importazione sovietica, che i comunisti cubani avevano deciso di adottare ormai qualche decennio fa. Negli ultimi due anni la situazione economica dell'isola è tornata a farsi più difficile per varie ragioni tra cui gli effetti negativi della crisi economica internazionale.


Il gruppo dirigente cubano ha deciso di avviare una ristrutturazione profonda dell'economia ritenendola una condizione ormai indispensabile per evitare una crisi del sistema, anche se questo non viene dichiarato apertamente. Finora, nonostante le molte difficoltà, Cuba ha retto, anche quando, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, molti osservatori prevedevano una caduta imminente del potere del Partito Comunista e una svolta verso il capitalismo. Un noto giornalista, considerato uno specialista della realtà cubana, scrisse pure un libro "sull'ora finale" di Fidel Castro. Da quell'ora finale sono passati quasi venti anni. La tenuta invece del socialismo, nonostante le molte difficoltà e contraddizioni, dimostra che comunque si tratta di una realtà che dispone ancora di un patrimonio di consenso importante. O quantomeno il malcontento o lo scetticismo, per quanto possano essere diffusi, non solo tali da portare ad una vera opposizione di massa.


Sulla grande stampa si continuano e leggere articoli che recitano l'ormai consueto "rosario" sul declino di Cuba, di Castro, del socialismo. Praticamente gli stessi testi da venti o trent'anni, senza nessuno sforzo di comprendere ciò che accade realmente e soprattutto come mai nonostante tutto, non ci sia stato il crollo del potere uscito dalla rivoluzione del 1959. Mi sembra che i reportages che scrive Guido Rampoldi dall'Avana, per Repubblica, in queste settimane, non escano da questo schema precostituito. Al punto che ci si chiede perché un grande giornale debba mandare un inviato per scrivere articoli che potrebbero essere confezionati con un po' di copia e incolla di quanto si legge su Internet.


Ma torniamo ai 500.000 licenziati. Ai primi d'agosto Raul Castro, intervenendo alla seduta del parlamento cubano, ha annunciato la necessità di un cambiamento importante della politica economica e soprattutto della politica del lavoro e salariale. La decisione era stata presa in una riunione del Governo, tenutasi a metà luglio, allargata a numerosi dirigenti politici e sindacali, nazionali e locali.


Il Governo cubano ha espresso la volontà, all'interno della difesa del socialismo, di ridurre il peso del'apparato statale, di aumentare la produttività e l'efficienza economica, e di migliorare la qualità di molti servizi offerti ai cittadini. Circa un quinto degli attuali posti di lavoro (su un totale di 5 milioni circa) non si giustificherebbero sul piano economico e rappresenterebbero un costo eccessivo. Secondo quanto detto da Raul Castro, occorre cancellare l'idea che "Cuba sia l'unico paese al mondo dove si possa vivere senza lavorare".


Si delinea quindi dalle parole del leader cubano, una profonda ristrutturazione dell'apparato economico. Il compito di presentare un quadro più preciso del cambiamento è stato affidato al sindacato ufficiale, la Confederazione dei Lavoratori Cubani (CTC) che lo ha fatto a metà settembre con una lunga dichiarazione.


Il testo, come peraltro il discorso di Raul Castro, è attento a sottolineare le garanzie per tutti i lavoratori interessati alla ristrutturazione affinché non si sentano abbandonati. In sostanza, si dice, vi sarà una selezione all'interno dei posti di lavoro nei quali si sia verificata una eccedenza di lavoratori, per consentire ai più validi di restare. Per gli altri si apre la possibilità di una diversa collocazione oppure, tenendo conto di capacità e aspirazioni, di ricollocarsi nel settore privato.


Infatti la decisione di ridurre il numero dei dipendenti statali va vista anche alla luce dell'attuale statizzazione quasi integrale dell'economia. Ora si vuole invece affidare ai privati molte attività che si ritengano non strategiche per il ruolo che pure resterà predominante dello Stato. Il Granma, quotidiano del Partito Comunista, ha pubblicato una lunga lista di quasi 200 attività che potranno essere svolte privatamente: dal barbiere al taxista, dal massaggiatore al baby-sitter, e finanche la cartomante. I ristorantini privati già esistenti (paladares) potranno ampliare fino a venti (ora sono dodici) i posti per i clienti. Inoltre vi sarà più spazio per altre forme di proprietà non statale come le cooperative.


Due mutamenti importanti legati all'ampliamento del lavoro "por cuenta propria" sono l'introduzione di un sistema fiscale e la possibilità di assumere dipendenti. Si tratta in parte di una notevole estensione delle attuali possibilità di svolgere attività economica individuale. Scelte in tal senso erano state giù fatte in diverse occasioni, ma erano state rapidamente soggette ad una stretta limitativa, creando non poche difficoltà a chi aveva provato a cimentarsi nella piccola imprenditoria non statale. Inoltre si cerca di legalizzare attività che oggi vengono svolte al di fuori della legge, in questo modo consentendo di tassarle e quindi di portare un beneficio al bilancio dello Stato.


Il documento del sindacato sottolinea la necessità del coinvolgimento dei lavoratori, dell'attenzione ad evitare favoritismi nella scelta di coloro che manterranno il proprio posto di lavoro, e nel non abbandono di coloro che invece dovranno adattarsi ad una nuovo occupazione. Sembra evidente e del tutto comprensibile che il Governo voglia evitare un terremoto sociale che ne mini le basi.


Alla luce di queste decisioni ci si può chiedere se non si sia in presenza di una svolta "cinese" a Cuba, ovvero dell'introduzione di meccanismi di mercato e in una qualche misura anche capitalistici. Per ora la ristrutturazione economica appare più limitata, ma tiene conto di una tesi che i dirigenti cinesi hanno sviluppato soprattutto alla luce del crollo del'Unione Sovietica. Non ci può essere apertura politica, se non si migliora sensibilmente la condizione economica e sociale della popolazione. E quindi lo sviluppo economico è la priorità assoluta.


Ci si può domandare se la revisione critica del modello economico sovietico, importato a Cuba, non potesse essere perseguita con più gradualità nel corso del tempo, evitando un impatto così forte in un breve lasso di tempo. La scommessa del gruppo dirigente cubano è sicuramente molto difficile. Ma potrebbe essere il segnale che l'attuale situazione internazionale con l'affermarsi della svolta a sinistra in America Latina (e le elezioni in Venezuela e in Brasile, diranno se si consolida o se è già in fase di arretramento) e la presenza di Obama negli USA, offrano un più ampio spazio di manovra, per rilanciare, rinnovandolo, il socialismo cubano.


Franco Ferrari