sabato 5 settembre 2009

Patto Molotov-Ribbentrop: verità storica, non pannicelli caldi

L’analisi del patto Molotov-Ribbentrop che pubblica oggi Liberazione a firma di Alberto Burgio solleva diversi interrogativi. E’ giusto denunciare i caratteri ideologici, in funzione anticomunista, della campagna che da alcune parti viene portata avanti su questo e su altri eventi storici. Non mi sembra però si possa rispondere adeguatamente a questa offensiva senza, da un lato, restare sul terreno della scienza storica e ,dall’altro, essere in grado di formulare le valutazione critiche sul passato, in mancanza delle quali continueremmo a restare zavorrati ad un passato che è morto e sepolto. Non è certo rinverdendo consunte mitologie che si ci si può porre all’altezza dei compiti dell’oggi e del domani.
Innanzitutto, cercare di negare il legame tra il patto tra Urss e Germania nazista e l’occupazione della Polonia significa tentare di cancellare un dato che è storicamente certo. Burgio scrive che il patto “non comprendeva alcun accordo spartitorio a danno della Polonia”. Se è vero ch si tende a parlare di “sfere d’influenza”, è altrettanto vero che nel protocollo segreto del 23 agosto di dichiara che “la questione di sapere se l’esistenza ulteriore di uno Stato polacco indipendente corrisponda agli interessi delle due parti contraenti, e quali saranno le frontiere di questo Stato, non potrà essere definitivamente risolto che alla luce dell’evoluzione politica futura.” E’ evidente a tutti che mettere in discussione l’esistenza dello stato polacco è la condizione politica a partire dalla quale si apre la strada all’occupazione e alla spartizione del paese.
Sul tema della legittimità dell’accordo, nell’ambito di condizioni storiche determinate, Burgio ricorda giustamente che questo deriva anche dalle responsabilità di Francia e Inghilterra. E’ bene però sottolineare che tutta la logica dell’accordo (protocolli segreti, sfere d’influenza, sottomissione dei popoli agli interessi delle grandi potenze) è completamente interna a una concezione imperiale e borghese delle relazioni internazionali. La rivoluzione d’ottobre si fece anche contro tutte queste logiche spartitorie e imperialistiche. Fu certamente utopistica l’idea di Trotsky di poter chiudere dopo qualche settimana il ministero degli esteri, pensando che la rivoluzione mondiale avrebbe reso inutile l’esigenza di una politica estera dello stato sovietico. Ma da lì al passaggio all’utilizzo spregiudicato delle forme più ripugnanti della diplomazia borghese, c’è un salto che andrebbe indagato, anche per capire se non ci fosse un’altra strada più coerente con quelli che dovevano essere i presupposti di un regime che si voleva socialista. Il patto era legittimo, ma la sua legittimità era sostanzialmente “controrivoluzionaria”.
Fu comunque utile a consentire la preparazione dell’Unione Sovietica per resistere e poi respingere la successiva offensiva nazista? Burgio lo dà per scontato, ma in realtà la ricerca storica, quella più oggettiva e non pregiudizialmente anticomunista, traccia un quadro più sfumato. La disarticolazione, per certi aspetti persino la rotta disastrosa, subita dall’Armata Rossa nel giugno del ’41, indicano che in realtà gli anni guadagnati non furono affatto utilizzati adeguatamente per preparare il paese alla difesa. Fu soprattutto l’enorme sforzo successivo a garantire all’URSS la capacità di reagire. Senza contare che nel frattempo anche la Germania aveva utilizzato la tregua garantita da patto per poter scatenare una forza militare maggiore nella successiva operazione Barbarossa, dopo aver ridotto il rischio di trovarsi a combattere su due fronti.
Infine il patto va valutato alla luce del conseguenze che ebbe sul piano politico-ideologico il movimento comunista internazionale. Venne bruscamente abbandonata la propaganda antifascista. Vennero esaltate vicinanze innaturali tra la Germania nazista e l’URSS: la Pravda arrivò a pubblicare integralmente un discorso di Hitler; l’NKVD, predecessore del KGB, organizzò conferenze comuni con la Gestapo per gestire la repressione nei territori occupati. Per non parlare dell’ignobile decisione dell’URSS staliniana di consegnare centinaia di esuli comunisti tedeschi e austriaci (molti ebrei) nelle mani dei nazisti che li deportarono nei campi di concentramento. La svolta imposta ai partiti comunisti a seguito della firma del patto si basò sulla volontà di subordinare sia l’ideologia (cristallizzata nel marxismo-leninismo di stato) che la politica del Comintern e delle sue sezioni agli interessi di Stato dell’Unione Sovietica. Un elemento che ha pesato disastrosamente su tutta la storia del movimento comunista del novecento.
Se non si affrontano questi nodi, si distribuiscono consolatori quanto inutili pannicelli caldi.

Franco Ferrari