sabato 11 luglio 2009

La sinistra iraniana e il movimento democratico

Attraverso i siti web è possibile avere un quadro, seppur parziale, delle posizioni assunte dai vari gruppi di sinistra in Iran in merito alla politica del presidente Ajmadi-nejad, alle elezioni presidenziali e al loro risultato e al movimento di massa che ne ha contestato l'esito ufficiale a favore del principale candidato del regime.

La sinistra di orientamento comunista, socialista e marxista, in Iran è estremamente frammentata. Ha subito per quasi tutta la sua esistenza, prima sotto il regime dello Scià Reza Pahlevi e poi sotto il regime teocratico islamico instaurato dopo la rivoluzione popolare del 1979, una violenta repressione. Oggi i gruppi politici che ne fanno parte sono prevalentemente attivi nell'emigrazione ed è difficile valutarne l'effettiva influenza all'interno del Paese.

L'analisi dei testi pubblicati prima o dopo le elezioni, almeno di quelli accessibili in inglese o francese, indica uno schieramento generalizzato contro il regime e a fianco del movimento di lotta, a differenza di settori della sinistra occidentale e latinoamericano che hanno sposato con maggiore o minore ambiguità le tesi del regime islamico, in nome dell'antimperialismo. Emergono invece importanti differenze per quanto riguarda il giudizio sui cosiddetti "riformisti" e sulla opportunità di partecipare alle elezioni.

Il campo della sinistra marxista è oggi il frutto di numerose divisioni politiche ed ideologiche che si sono andate accumulando a partire dagli anni '60. Il partito Tudeh rappresenta la corrente comunista tradizionale, molto legato all'URSS e ai regimi socialisti fino alla loro caduta. Vi sono poi gruppi nati dalle divisioni del movimento comunista internazionale che si sono schierati con la Cina o, dopo la rottura di questa con il maoismo, con l'Albania. Una importante corrente, dalla quale sono sorte numerose organizzazioni, è quella dei fedayn del popolo che all'inizio degli anni '70 avevano scelto la strada della lotta armata. Da questa organizzazione sono emerse forze politiche più moderate che hanno abbandonato il marxismo-leninismo e oggi si considerano sostenitrici di un socialismo di tipo democratico come l'Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniani (Maggioranza), considerata da qualche fonte come il più forte partito di sinistra e altre che mantengono una linea radicale in relativa continuità con le tesi degli anni '70, influenzate dai movimenti armati dell'America Latina.

Alcune organizzazioni hanno una caratterizzazione specificamente iraniana in quanto fanno riferimento alle tesi originali del marxista Manzoor Hekmat, oggi scomparso, che respingeva criticamente tutte le tradizioni ortodosse derivanti dai vari paesi del socialismo reale ed è violentemente critico di tutte le correnti islamiche. Inizialmente il gruppo di Hekmat si era unito all'organizzazione curda Komalah, per dar vita al Partito Comunista d'Iran, per dividersi successivamente e creare il Partito Comunista Operaio. Dopo la morte di Hekmat, anche quest'ultimo si è frammentato in almeno tre gruppi rivali.

Infine occorre considerare le organizzazioni specificamente curde. La principale è il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, di orientamento nazionalista e progressista. Il Komalah, di tendenza comunista, ha subito una scissione di un forte gruppo che si colloca oggi su posizioni socialdemocratiche, mentre si è contemporaneamente formato un Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK) considerato da molti osservatori come espressione locale del PKK.

I comunisti del Tudeh considerano quella di Ahmadi-nejad come una delle leadership più reazionarie che l'Iran abbia avuto dalla rivoluzione islamica del 1979. E' considerato espressione diretta della "Guida Suprema" Ali Khamenei (successore di Khomeini) nonché dei settori di sicurezza e paramilitari più oltranzisti del regime (i Sebah Pasdaran e i Basij). Ritengono che la sua politica economica sia fallimentare perché ha determinato il declino del sistema produttivo ed una elevata inflazione che ha danneggiato i ceti medi e popolari, sprecando i benefici derivanti dagli altri prezzi del greggio. Denuncia, sulla base dei dati ufficiali, che la povertà è cresciuta e così anche l'ingiustizia sociale. La politica estera di Ahamdi-nejad viene considerata avventurista in modo tale da offrire alle potenze imperialiste la possibilità di intervenire nella vita politica iraniana, fino al rischio della guerra.

Il bollettino in inglese "Tudeh News" ha denunciato già prima del voto il pericolo di brogli massicci tali da alterare il risultato. In particolare l'aumento delle urne mobili, moltiplicate per dieci rispetto alle elezioni precedenti, così come la stampa di 14 milioni di schede in più, delle quali era impossibile seguire le tracce hanno fatto intravedere la possibilità di una massiccia operazione di falsificazione. I comunisti denunciano il sistema elettorale come falsato in ogni caso, in quanto il Consiglio dei guardiani può escludere candidati che mettano in discussione il regime. Inoltre il potere decisivo resta in mano alla Guida Suprema. Il limite dei "riformisti di stato" è quello di non mettere in discussone il principio del "Velayat-e-faqui" (la guida del giureconsulto) che costituisce la negazione della democrazia. Nonostante ciò e i limiti della politica dei candidati riformisti, che non traggono i necessari insegnamenti dal fallimento dell'esperienza presidenziale di Khatami, i comunisti hanno invitato a partecipare alle elezioni e a votare contro i due candidati reazionari (Ahmadi-nejad e Reza'i) e quindi per i due candidati riformisti Musavi o Karrubi.

Dopo le elezioni, il Tudeh ha denunciato il regime per aver alterato il risultato a favore di Ahmadi-nejad e per la repressione contro il movimento democratico di protesta. Hanno parlato di un vero e proprio "colpo di Stato". Sostengono pienamente il movimento e hanno lanciato un appello ai lavoratori a schierarsi a favore delle forze amanti della libertà. Il loro obbietivo strategico è di costruire una vasto schieramento unitario per mettere fine al regime teocratico del "Velayat-e-faqui".

L'Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniani (Maggioranza - OIPF/M) non ha pubblicato documenti recenti in inglese. La sua posizione generale può essere dedotta da una dichiarazione sottoscritta unitamente dall'Unione dei Fedayn del Popolo d'Iran, dal Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, e dal Partito Komala del Kurdistan Iraniano nel luglio 2007. Il documento denuncia l'incremento della repressione che sta colpendo tutti i movimenti sociale: studenti, donne, lavoratori, insegnanti e docenti universitari, minoranze, ecc.

Questo incremento della repressione è interpretato come una reazione del regime al timore che gli effetti della crisi economica (disoccupazione, estensione della povertà, inflazione, ricadute delle sanzioni internazionali) possa determinare una estensione dei movimenti di protesta. La Repubblica Islamica vede in questi movimenti l'avvicinarsi della sua fine. L'obbiettivo di queste lotte è il riconoscimento dei diritti fondamentali di libertà politica, eguaglianza e fine della discriminazione. I firmatari del documento fanno appello a tutti i repubblicani (termine con il quale si definiscono varie correnti nazionaliste che si ispirano a Mossadegh), i democratici e gli amanti della libertà per unirsi contro la politica repressiva della Repubblica Islamica.

L'OIPF (Maggioranza) nello stesso mese di luglio 2007 aveva inviato una lettera aperta al presidente venzuelano Hugo Chavez in occasione della sua visita in Iran, nella quale aveva consolidato i buoni rapporti tra i due paesi. L'organizzazione solleva tutte le proprie perplessità di fronte all'intensificarsi dei legami fra alcuni Paesi latinoamericani governati dalla sinistra e la dittatura islamica iraniana. Le forze di sinistra in Iran e in Medio Oriente hanno visto con favore la crescita della sinistra in America Latina che ha rappresentato, dopo il crollo dell'URSS, la speranza di una ripresa del socialismo in forma democratica.

Quella rappresentata da Ahmadi-nejad invece è la fazione più reazionaria e di estrema destra del regime che ha perseguitato i democratici, attraverso gli "omicidi seriali" (una serie di assassinii di giornalisti ed altri dissidenti organizzati dalle forze para-militari) ed ha messo in pericolo gli interessi nazionali dell'Iran perseguendo il programma nucleare. La posizione di Chavez, conclude l'organizzazione dei Fedayn è contraria al processo democratico in Iran: "noi crediamo profondamente che ci sia una forte relazione tra democrazia e socialismo".

Un'altro gruppo che deriva dallo stesso troncone, l'Organizzazione dei Guerriglieri Fedayn del Popolo Iraniani (OIPFG) ha pubblicato alcune dichiarazioni. Una di esse datata 13 giugno e tradotta in francese è intitolata: "Dopo la frode elettorale, una nuova ondata di repressione, di violenza e di dittatura minaccia il Paese". Per l'OIPFG i voti ottenuti da Mussavi erano molto superiori a quelli ottenuti da Ahmadi-nejad. I Guardiani della Rivoluzione avevano preparato per tempo il loro "colpo di stato", prima ancora che si chiudessero le urne. L'obbiettivo deve essere ora di estendere le mobilitazioni in tutto l'Iran e di chiedere l'annullamento del voto e lo svolgimento di nuove elezioni sotto il controllo dell'ONU e delle istituzioni internazionali.

A differenza del Tudeh, l'OIPFG aveva invitato la popolazione a boicottare la "mascherata elettorale", in quanto il regime non consente la presenza di candidati veramente indipendenti, né la possibilità di un effettivo controllo dell'esito del voto. In un'altra dichiarazione successiva l'organizzazione analizza la natura reazionaria del regime instaurato nel 1979 da Khomeini e individua l'esistenza di un conflitto interno al regime stesso fra la componente di Rafsanjani e Mussavi da un lato e Khamenei-Ahamdi-nejad dall'altro. Mentre per i primi il potere si basava soprattutto nel Bazar (la borghesia commerciale), i secondi hanno la loro base di forza negli apparati della sicurezza e della repressione. Secondo l'OIPFG i manifestanti scesi nelle strade dimostrerebbero di non avere simpatia per nessuno dei candidati ma di essere contrari all'intero regime. Un appello particolare a scendere in lotta è rivolto ai lavoratori del settore petrolifero per far sentire il ruolo della classe operaia.

Anche il Partito del Lavoro dell'Iran (gruppo noto col nome di Toufan, che significa tifone o tempesta) aveva invitato a boicottare le elezioni in quanto queste sarebbero servite solo a legittimare il regime. Per questo gruppo le due principali fazioni (conservatori e riformisti) si combattono per decidere chi è in grado di difendere meglio il regime. I riformisti hanno disilluso le masse dimostrando durante la presidenza Khatami di non avere la forza e la volontà per introdurre quei cambiamenti richiesti dalla popolazione. In una situazione in cui il dispotismo governa il paese, le organizzazioni politiche sono messe al bando, la stampa libera è soppressa gli attivisti politici e sindacali sono torturati e imprigionati, parlare di elezioni libere è una presa in giro.

Il numero di "Toufan International" successivo alle elezioni accoglie con grande favore il movimento di protesta. Il titolo recita: "Dimostrazione di un milione di persone a Tehran contro il brutale regime della Repubblica Islamica! Viva lo sciopero generale!". L'articolo chiede il rilascio di tutti gli arrestati nelle manifestazioni e il processo per i responsabili della repressione. Inoltre chiede la piena eguaglianza di diritti tra uomini e donne, la separazione dello stato e della religione, la libertà di espressione, assemblea e organizzazione, il ritiro delle forze repressive dalle strade.

Per il Partito Comunista dell'Iran (che ha il suo seguito soprattutto nel Kurdistan attraverso il Komalah) il regime della Repubblica Islamica sta affrontando la crisi più grave dei suoi trent'anni di esistenza e cerca di superarla attravreso una rigida dittatura militare fondata sui Pasdaran. Le strade si sono riempite di manifestanti che protestano contro il "golpe elettorale" dei Pasdaran. Ma il PCI invita a non seguire i leaders riformisti, bensì a partecipare alla lotta con i propri slogans e le proprie richieste. Le parole d'ordine devono riguardare la seprazione tra la religione e lo stato, incondizionate libertà politiche, completa eguaglianza per le donne, libertà di creare organizzazioni dei lavoratori, ecc. Gli attivisti del partito sono invitati a impegnarsi nella lotta e a portare nelle proteste questo orientamento.

Per il Partito Comunista Operaio d'Iran, le elezioni erano una "farsa" e non c'erano ragioni valide per sostenere i riformisti in quanto anch'essi espressione dello stesso regime di Ahmadi-nejad. Il partito, dopo le elezioni, si è schierato a fianco della protesta. Il suo blog in lingua inglese aggiorna continuamente su quanto avviene all'interno del Paese, con foto e video delle manifetstazioni contro il regime. Una sintesi delle posizioni politiche di questo partito emerge da una dichiarazione pubblica dell'organizzazione gemella che opera in Iraq, il Partito Comunista Operaio di Sinistra, nella quale si parla di inizio della fine per la Repubblica Islamica. La protesta contro la falsificazione dell elezioni è stata la ragione immediata che ha portato la gente a manifestare contro il "barbaro regime islamico guidato dalla banda di Khamenei-Ahmadi-nejad". Quella che sta avvenendo in Iran è una "rivoluzione di massa".

La rivolta iraniana per il Partito Comunista Operaio apre la strada ad una sconfitta generalizzata in Medio Oriente di tutto "l'Islam politico", dai gruppi filorianiani dell'Iraq ad Hamas in Palestina. Le forze dell'Islam politico guardano con preoccupazione ai milioni di iraniani che protestano contro il regime. Il Partito Comunista Operaio si propone come guida del movimento rivoluzionario per il rovesciamento della Repubblica Islamica. Tesi analoghe sono sostenute dagli altri gruppi "hekmatisti".

Per completare il quadro un accenno alle organizzazioni curde. Il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, principale organizzazione della minoranza kurda, unitamente al Komala (la componente socialdemocratica, scissasi dal Komalah marxista che dirige il Partito Comunista dell'Iran) avevano sottoscritto un appello al boicottaggio delle elezioni, in quanto rappresentano una finzione di democrazia. Gli stessi riformisti non avrebbero gli strumenti politici e istituzionali per realizzare le riforme che promettono. Democrazia e federalismo, i due obbiettivi fondamentali che si propongono le organizzazione kurde iraniane non sono raggiungibili nell'ambito dell'ideologia arretrata e delle istituzioni omicide del regime islamico. Posizioni analoghe sostiene anche il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK) il quale afferma in un comunicato che "la nazione kurda e tutte le altre nazoni iraniane hanno diritto di partecipare alla disobbedienza civile e alla protesta pacifica".