sabato 27 giugno 2009

Iran: quando in nome dell'antimperialismo si finisce nel campo della reazione

La proclamazione della vittoria del presidente uscente Ahmadi-nejad, nelle recenti elezioni presidenziali iraniane, ha suscitato una larga mobilitazione popolare di protesta che ha avuto il suo centro a Teheran. Alla sua testa vi è il principale dei candidati dichiarati sconfitti, il "moderato" Mir Hossein Musavi che fu primo ministro iraniano negli anni '80. Musavi e gran parte delle opposizioni ritiene che la vittoria di Ahmadi-nejad sia stata il frutto di consistenti brogli, organizzati dal regime soprattutto attraverso le "Guardie Rivoluzionarie". La protesta è stata accolta da una dura repressione che ha causato diversi morti, documentata da materiale video e altre informazioni fatte pervenire illegalmente all'estero.

Fin qui, in sintesi, i fatti certi. Più difficile dire se i dati ufficialmente dichiarati corrispondano effettivamente al vero. Se Ahmadi-nejad abbia effettivamente vinto e soprattutto se con un consenso tale da consentirgli di prevalere nettamente fin dal primo turno e quindi di evitare di dover affrontare un secondo turno nel quale gli avversari (due più moderati e uno altrettanto reazionario) avrebbero potuto coalizzarsi e sconfiggerlo.

Se la sinistra, prevalentemente, mostra simpatia per i manifestanti che contestano il regime islamico, senza necessariamente sottoscrivere alle posizioni e agli intenti del candidato "riformista" Musavi, o del potente Rafsanjani che risulta sostenere la protesta nell'ombra, non mancano voci che invece si schierano a favore di Ahmadi-nejad.

E' il caso ad esempio del sito de "L'Ernesto" che, anche se non prende direttamente posizione, riporta esclusivamente interventi favorevoli al regime, per quanto raccolti dalle fonti ideologicamente più disparate, e in generale da personaggi che giudicano sulla base di presupposti ideologici piuttosto che da una conoscenza effettiva dei fatti, che infatti tendono tranquillamente ad ignorare.

La campagna in favore del regime islamico si avvale in particolare delle prese di posizione di alcuni esponenti politici latinoamericani di primo piano che hanno riconosciuto la vittoria di Ahmadi-nejad sulla base del discutibile assunto che avendo attribuito oltre il 60%, nessuno può imbrogliare così tanto e quindi la vittoria è certa. Fra questi spiccano Chavez e Lula. Ora si possono comprendere le ragioni geo-politiche che portano alcuni Paesi, soprattutto latinoamericani e soprattutto produttori di petrolio, a vedere con favore il prevalere di una leadership anti-americana in Iran, è più difficile condividere la difesa di un regime reazionario che nella sua essenza è in totale contraddizione con tutti i valori che contraddistinguono la sinistra.

Gli avvocati di sinistra del regime reazionario islamico sostengono che Ahmadi-nejad ha vinto le elezioni e che è sostenuto dai ceti popolari, mentre l'opposizione è costituita dai ceti medi, filo-americani, la cui protesta è organizzata dall'occidente, in particolare dalla CIA.

Ora qualsiasi analisi non può non partire da un giudizio sul regime islamico, ovvero su un regime teocratico, nel quale il potere reale non è in mano agli organi eletti ma all'ayatollah Kamenei e ai vertici del clero sciita. Non ci possono essere candidati di opposizione al regime teocratico, basato sul principio del "velayat e faqih", ovvero sul principio secondo cui l'autorità suprema è determinata da colui che interpreta la legge islamica e quindi non deriva dal popolo.

I giornali sono soggetti a censura, parecchi giornalisti sono stati assassinati o imprigionati, le forze politiche critiche verso il regime teocratico sono illegali e perseguitate, ecc. Nel corso della storia del regime, migliaia di oppositori, soprattutto comunisti e socialisti, sono stati torturati e assassinati. Le proteste sindacali vengono duramente represse e i sindacalisti sottoposti a pene durissime. Lo stesso Ahmadi-nejad, nel corso della sua carriera, svolta soprattutto all'interno dei "Guardiani della rivoluzione", si sarebbe distinto per aver partecipato direttamente all'assassinio di oppositori comunisti.

Quanto al fatto che il presidente iraniano goda di un certo appoggio popolare, questo è riconosciuto da molte fonti (tra cui i servizi di intelligence americani in questo in piena sintonia con i sostenitori di sinistra del regime islamico) anche se è difficile saperlo con certezza, visto che nessuno può girare liberamente per l'Iran a chiederlo agli iraniani. Ciò dipende dal fatto che il regime ha effettivamente utilizzato parte della rendita petrolifera degli anni scorsi a favore dei ceti diseredati, ma contemporaneamente ha alimentato l'inflazione, la corruzione e fenomeni di declino economico che hanno peggiorato le prospettive soprattutto delle nuove generazioni.

Avere il consenso popolare, magari ricorrendo a politiche clientelari (quelle che nel Meridione controllato dalla DC, negli cinquanta e sessanta, venivano chiamate come le politiche delle mance), non modifica di per sé il carattere di classe o democratico di un regime. Sul sito de L'Ernesto leggo un titolo che dice: "Ma Ahmadi-nejad ha ragione: l'Iran della povera gente è con lui". Sarebbe come aver scritto dopo le elezioni europee: "Ma Bossi ha ragione: il nord degli operai è con lui".

Anche lo schema semplicistico di un regime interessato a difendere gli interessi popolari e un'opposizione, filo-capitalista è costruita da autori che dimostrano una totale ignoranza delle vicende iraniane (e ignoranti non solo perché non sanno, ma perché nemmeno sono interessati a sapere, visto che devono solo confermare lo schema manicheo che hanno in testa). Come scrive un conoscitore vero dell'Iran sul sito progressista americano Foreign Policy in Focus, il leader "riformista" Musavi, quando era primo ministro, sostenne una politica di forte intervento dello Stato nell'economia e per questo fu attaccato dall'Ayatollah Kamenei, guida suprema del regime e vero protettore di Ahmadi-nejad, che chiedeva maggiore libertà per l'impresa privata.

A fianco dell'opposizione iraniana scesa in piazza si sono schierate, pur con accenti diversi nel valutare il ruolo dei cosiddetti "riformisti" del regime, tutte le forze di opposizione socialista e comunista che operano in clandestinità. Immaginiamo che forze politiche le quali hanno commesso certamente molti errori, particolarmente frammentate, ma che hanno pagato un tributo di sangue e di sofferenze enorme alla loro lotta contro il regime reazionario islamico, non sarebbero particolarmente felici da sentirsi etichettare da qualche "antimperialista da salotto", come strumenti della CIA.

Il vizio di fondo che si esprime nella campagna a favore del regime clericale iraniano da parte di settori della sinistra ha due basi ideologiche:

la prima è che il mondo sia ancora diviso in due campi politico-militari contrapposti, così come era nella guerra fredda, organizzati attorno all'URSS e agli USA. Allo scontro tra questi due campi (allora reali, oggi in larga parte immaginari) andrebbero subordinati i contenuti politico-sociali ed anche i valori fondamentali che contraddistinguono una forza di sinistra.

la seconda è che la democrazia e i principi fondamentali di libertà individuale siano puramente strumentali e secondari rispetto a questo scontro. Per cui ci si batte contro la censura quando la si subisce, ma la si giustifica quando si è a favore del regime che l'esercita. Così vale per la tortura, la repressione, la guerra ecc. Una doppia morale posta al servizio della politica. Oltre tutto pure di una pessima politica.

sabato 13 giugno 2009

La sconfitta delle sinistre e il problema dell'unità (2)

La discussione che si svolge in questo fine settimana nel Comitato Politico Nazionale del PRC deve verificare se la strategia messa a punto al congresso di Chianciano del luglio scorso è ancora adeguata, alla luce dell'esito negativo delle elezioni europee.

Dal Congresso era uscita una risicata maggioranza che concordava innanzitutto su un punto: non considerare superata l'esperienza di Rifondazione Comunista. E non solo in quanto struttura politica, ma in quanto progetto che aveva come presupposto la convinzione che il crollo del socialismo reale e la scomparsa del PCI in Italia, imponessero un profondo rinnovamento politico e culturale - un mutamento di paradigma - per rilanciare una presenza comunista non residuale nel nostro paese. Una innovazione che non partiva da zero ma che raccoglieva elementi dell'esperienza del PCI e della nuova sinistra degli anni '60 ed anche gli apporti di correnti critiche che si erano espresse in rottura con lo stalinismo.


Gli elementi centrali emersi dal Congresso erano questi:

  • rilancio del partito soprattutto a partire dal suo insediamento sociale e dalla sua capacità di essere attivo nei conflitti e nei movimenti (idea del "partito sociale");

  • archiviazione della possibilità di perseguire esperienze di governo in coalizioni di centro-sinistra, stante la svolta moderata del PD (riaffermazione dell'autonomia del PRC e dell'alternatività al progetto strategico del PD);

  • ricerca dell'unità fra le forze comuniste, anticapitaliste, alternative attraverso forme di coordinamento che non mettano in discussione identità e autonomia dei singoli soggetti;

  • una gestione interna che superasse la logica del governo di maggioranza per cercare il coinvolgimento di tutte le componenti.

La formazione della lista col PdCI e altri gruppi minori alle elezioni europee è stato un passaggio per molti versi obbligato, vista l'introduzione del quorum del 4%, ma che nell'impostazione data soprattutto da Ferrero, ha cercato di essere coerente con quella prospettiva. Si è tenuta quindi distinta dalla strategia di unificazione tra PRC e PdCI, rilanciata invece da Diliberto e sostenuta da alcune componenti interne a Rifondazione.

I sostenitori dell'unificazione hanno finora lasciato largamente indeterminato il carattere e il progetto politico del partito che dovrebbe sorgere dalla fusione:

deve collocarsi in continuità con la storia comunista pre-'89 o riconoscere che quello è un punto di rottura dal quale non si può prescindere? E se deve essere in continuità deve esserlo rispetto a quale concezione: quella del PCI amendoliano di Diliberto e della maggioranza del PdCI, o quella neo-staliniana sul modello del PC greco che ispira alcuni settori di minoranza di entrambi i partiti?

  • Occorre ripristinare il centralismo democratico come fece il PdCI al momento della sua creazione o mantenere una struttura per correnti più o meno strutturate come avviene nel PRC?
  • La prospettiva politica è quella di ricostruire una qualche forma di centro-sinistra, come sembra affiorare a volte dalle posizioni del PdCI, o considerare chiusa questa esperienza? Finora i sostenitori dell'unificazione hanno evaso - mi pare - la risposta a queste ed altre domande.
  • Il risultato elettorale rafforza o indebolisce la prospettiva dell'unificazione tra PRC e PdCI? L'insuccesso dimostra che non basta l'appello identitario a costruire uno spazio politico ed elettorale significativo ed in grado di reggere a fronte ai processi di bipolarizzazione del sistema politico. E questo rende meno attraente la proposta (e infatti coloro che la sostengono tendono a dare una valutazione più rosea dell'esito elettorale di coloro che non la condividono).

D'altra parte lo stesso risultato impone di invertire il processo di frammentazione che si è registrato negli ultimi anni, pena la perdita di qualsiasi credibilità e peso politico e sociale delle forze che si collocano a sinistra del PD, soprattutto quelle che perseguono un disegno di autonomia strategica dal partito di Franceschini. L'unità non può avere come base solo l'esigenza di sopravvivere ma deve emergere dalla definizione di un progetto politico comune sufficientemente solido da reggere alle prossime scadenze politiche ed elettorali.

Per quanto riguarda il PRC ci sono alcuni aspetti che rispetto all'esito di Chianciano richiedono probabilmente una verifica e una messa a punto.

Sottolineare la necessità dell'utilità "sociale" del partito, non può far dimenticare l'esigenza di rendere chiara anche l'utilità "politica". Spostare la barra rispetto ad un eccesso di istituzionalismo determinato dalle scelte di alleanze compiute tra il 2005 e il 2006 era indispensabile, ma questo richiede di non considerare marginale o secondario il terreno istituzionale - peraltro oggi fortemente indebolito dalle sconfitte elettorali- quanto semmai di renderlo funzionale ad una ripresa dell'insediamento sociale del partito.

Mentre è giusto lavorare ad un processo che guardi oltre alle forze comuniste per cercare di unire un arco più ampio di soggetti, penso sia riduttivo guardare solo alle forze "anticapitaliste". Occorre lavorare anche ad una proposta politica che unisca le forze "antiliberiste", cioè tutti coloro che ritengono necessario una via d'uscita dalle politiche economiche, sociali e istituzionali perseguite negli ultimi venti anni. Una verifica concreta del livello di unità raggiunto dovrà essere riscontrata sia nella capacità di costruire iniziative comuni nei territori, sia di mantenere la lista unitaria nelle elezioni regionali del 2010. Porre obbiettivi chiari e comprensibili anche dall'opinione pubblica è molto più utile che infilarsi in una discussione bizantina sulle modalità organizzative dell'unità stessa.

Contestualmente occorre approfondire il lavoro di analisi dei mutamenti sociali, politici e culturali avvenuti negli ultimi decenni. Senza una rinnovata capacità di leggere la realtà italiana, le sue contraddizioni e le dinamiche che sono in atto, è difficile pensare di poter tornare credibili e ricostruire la sinistra alternativa (che in Italia comprende ma non si esaurisce nelle forze di ispirazione comunista) come forza effettiva di cambiamento.

venerdì 12 giugno 2009

La sconfitta delle sinistre e il problema dell'unità (1)

Le elezioni europee sono finite con una sconfitta delle sinistre e del centro-sinistra nel suo complesso. L'unica eccezione è quella ampiamente annunciata del partito di Di Pietro che cresce ma a spese delle altre forze di opposizione. In pratica non c'è spostamento di voti significativo dal centro-destra al centro-sinistra. La coalizione di governo registra un mutamento degli equilibri al proprio interno tra il partito di Berlusconi e la Lega Nord, ma la sua forza non viene significativamente intaccata.

Le due liste della sinistra non arrivano al quorum utile ad eleggere parlamentari europei. A parte gli effetti pratici derivanti dal mancato rimborso delle spese elettorali, il fallito raggiungimento della soglia del 4%, che in assoluto avrebbe richiesto lo spostamento di poche centinaia di migliaia di voti, avrà senza dubbio un impatto psicologico negativo su una parte degli elettori che si trovano per la seconda volta in poco tempo ad avere la percezione di aver "disperso" il proprio voto.

All'interno delle due coalizioni i giudizi si sono differenziati nell'analisi, in buon parte secondo linee di interpretazione che corrispondono alle strategie politiche sostenute. All'interno di Sinistra e Libertà, una parte dei verdi e dei socialisti parlano apertamente di sconfitta. Mentre la componente vendoliana considera il risultato come "promettente". I giudizi negativi provengono da coloro che preferirebbero seguire altre prospettive. E' così per una parte dei socialisti (tra cui Bobo Craxi) e dei Verdi (Angelo Bonelli). Non si può escludere che si vada verso nuove scissioni.

Sinistra e Libertà ha raccolto un arco di forze politicamente eterogenee. L'abilità di Vendola è stata di tenerle insieme grazie a discorsi tanto elaborati letterariamente, quanto vaghi sul piano politico. Ora sono soprattutto i socialisti a porre delle discriminanti sia di schieramento che di contenuto.

Molto esplicita la posizione di Lanfranco Turci, di provenienza PCI, ora nella segreteria del Partito Socialista. Per Turci occorre allontanare il più possibile SeL dalla conflittualità derivante dalla scissione del PRC e caratterizzarla come forza politica riformista e di governo. Questo significa in concreto accettare le ricette di Ichino e Boeri sulle politiche del lavoro, abbandonare la logica dei movimenti del no (No, TAV, no inceneritori, ecc.) per aderire all'"ambientalismo costruttivo". Sull'immigrazione si deve rinunciare alla politica dei buoni sentimenti e delle porte aperte per tutti. E occorre anche evitare - sottolinea l'ex presidente dell'Emilia-Romagna - che, avendo avuto buoni risultati soprattutto al sud, il movimento venga identificato con il meridionalismo tradizionale del "partito unico della spesa pubblica".

I socialisti hanno espresso in modo chiaro la loro chiusura nei confronti della sinistra comunista e "massimalista" e guardano principalmente, come interlocutore, al PD. Difficile quantificare il loro peso nel voto di SeL. I loro candidati principali hanno ottenuto dei buoni risultati in termini di preferenze. Sono circa 90.000 voti complessivi, con un particolare picco nella circoscrizione sud, dove il loro esponente è arrivato secondo dietro Vendola con 42.000 preferenze, abbastanza per andare a Bruxelles se fosse scattato il quorum, dato che il Presidente della Puglia era ineleggibile.

Vendola aveva annunciato pochi giorni prima del voto che a luglio sarebbe nato il Partito della Sinistra Unita, ma è probabile che alla fine i tempi di definizione del nuovo soggetto siano più lunghi e più incerti, altrimenti il rischio è una polverizzazione delle diverse componenti. I prossimi mesi saranno in parte caratterizzati da una competizione tra le due coalizioni di sinistra nel tentativo di polarizzare pezzi di sinistra e di movimento, personalità della società civile, ecc.

Dal punto di vista strategico, per SeL è fondamentale recuperare un rapporto col PD, al fine di poter diventare il terzo soggetto della coalizione a fianco dell'Italia dei Valori. Dal punto di vista dei Democratici vorrebbe dire rischiare di tornare ad una prospettiva di coalizione simile all'Unione, indebolire l'arma del voto utile e creare qualche ostacolo in più ad una possibile apertura all'UDC. Qualche problema potrebbe venire anche da Di Pietro che ha puntato a raccogliere il voto dell'elettorato di sinistra critico nei confronti del PD e che si troverebbe un competitore interno alla coalizione.

Paradossalmente il valore aggiunto di SeL come alleato in un "nuovo centrosinistra" crescerebbe in misura parallela all ripresa politica ed elettorale delle forze che hanno costituito la "lista comunista e anticapitalista". (SEGUE)

sabato 6 giugno 2009

Chiusa una brutta campagna elettorale

Finita la campagna elettorale e in attesa dell'esito del voto per le europee, si possono fare delle prime valutazioni sullo stato delle forze di centro-sinistra e sinistra. Occorre dire però che in questo mese di diatribe è mancato quasi completamente il dibattito politico vero, soprattutto sulle questioni europee, che sono oggetto del voto dei cittadini. Dove va l'Europa, come affrontare il deficit di democrazia, quale contributo può dare alla crisi delle politiche economiche liberiste, come agire sulla scena internazionale in un quadro modificato dall'elezioni di Obama?
Tutti temi sui quali le forze politiche maggiori che monopolizzano i grandi mezzi d'informazione non hanno detto nulla di significativo. E' vero che se questi fossero stati gli argomenti di dibattito avrebbero avuto molta difficoltà a far percepire all'elettore le differenze e quindi a mobilitare le rispettive tifoserie. Nemmeno sulla politica italiana si è detto granché di nuovo. Tutto si è incentrato sulle vicende del premier e a dettare l'agenda politica (soprattutto al PD) è stata Repubblica. Anche le questioni eticamente e politicamente più rilevanti a cui Berlusconi avrebbe dovuto rispondere (come quelle legate alla sentenza Mills) e che in altri paesi avrebbero portato probabilmente alle dimissioni dell'interessato, sono finite in un calderone di pettegolezzi, che difficilmente avranno intaccato il consenso attorno alla destra.

Del resto il clima che si percepisce, fatto salvo che poi il voto non ci smentisca e ne saremmo ben contenti, è ancora quello di una egemonia della destra e della sua maggiore capacità di intercettare elementi di senso comune. Berlusconi ha avuto la indubbia capacità di anticipare già nella campagna elettorale delle politiche del 2008 l'arrivo della crisi economica (senza peraltro produrre alcune mutamento di politica economica conseguente) e poi di edulcorarne gli effetti, nascondendoli sotto una coltre di ottimismo propagandistico.

Allo stato non si intravede la ripresa di una offensiva culturale oltre che politica capace di invertire il trend dominante. D'altra parte questo spostamento a destra del clima è dovuto tanto alla capacità dell'alleanza PDl-Lega e del suo leader (troppo spesso sottovalutato a sinistra, sulla base di una peraltro giusta insofferenza e indignazione per i suoi comportamenti) di manipolare le paure del futuro presenti soprattutto tra gli strati popolari e nel ceto medio, quanto dal fallimento del Governo Prodi e dal ripiegamento moderato rappresentato dalla costituzione del PD.

Partito Democratico: Veniamo quindi per prima alla situazione del PD. La leadership Franceschini gli ha dato maggiore aggressività, ma conferma la mancanza di strategia in cui si trova questo partito. Doveva essere una forza riformista moderata, social-liberale, capace di costruire attorno a sé un consenso interclassista che unisse borghesia industriale e finanziaria, ceti medi "riflessivi" e mondo del lavoro inquadrato dalle grandi confederazioni sindacali. La vocazione maggioritaria doveva porlo al centro del sistema politico. La campagna di Veltroni del 2008 (col suo ridicolo vezzo di non nominare mai Berlusconi) aveva questa ambizione. Alla fine si è trovato a dover giocare la carta del voto utile, che è quella della disperazione. Anziché andare alla conquista del voto moderato e "centrale" si è rivolto soprattutto al voto di sinistra.
In questa campagna elettorale Franceschini, pressato da Di Pietro e privo di una proposta politicamente significativa per l'Italia e per l'Europa, ha parlato solo di Berlusconi. Ha dovuto cavalcare un antiberlusconismo superficiale e privo di contenuti. Il quotidiano Repubblica è andato in piena sintonia o forse ha dettato la linea ad un PD incapace di dire qualcosa di significativo. Franceschini, per scuotere il proprio elettorato, cerca di giocare l'allarme del pericolo democratico. Non che questo non vi sia, ma esso si presenta con maggior forza oggi, grazie anche alle scelte di politica istituzionale che le forze costituenti del PD hanno perseguito negli ultimi venti anni. Lo spostamento del potere dagli organismi rappresentativi a quelli esecutivi, e le riforme elettorali tese a ridurre il pluralismo politico (ultimo lo sciagurato referendum del 21 giugno) e a bipolarizzarlo, sono scelte strategiche perseguite dal Pd e dai suoi predecessori, ed è grazie a questo stravolgimento del senso e del contenuto della Costituzione repubblicana che possono trovare maggiore spazio le pulsioni autoritarie della destra.
Fallimentare si è rivelata anche la politica delle alleanze. Veltroni si era preso un alleato interno (i radicali) e uno esterno (Di Pietro). Oggi il PD se li trova contro e deve competere soprattutto con il secondo per non perdere troppi voti. Berlusconi è riuscito invece nel tempo a consolidare un sistema di alleanze che ha retto anche alla rottura con Casini.

Italia dei valori. Il partito di Di Pietro si conferma una formazione camaleontica capace di assumere ruoli diversi e anche contrastanti pur di allargare il proprio spazio politico. In Parlamento Europeo andrà ad ingrossare le file di una formazione liberista di centro-destra. In Italia può cercare di tenere insieme tutto e il contrario di tutto. La strizzata d'occhio alle politiche federaliste della Lega, gli istinti da partito d'ordine, l'antimafia di destra fascisteggiante, il trasformismo di sinistra, il desiderio di legalità condivisibile ma slegato dal conflitto sociale. Siccome tutto questo è legato dall'antiberlusconismo, potremmo essere di fronte ad un partito a termine. La furbesca capacità del suo leader di infilarsi negli spazi elettorali utilizzabili è collegata ad una completa assenza di visione strategica (come riuscire a battere la destra? quale politica sostituirvi? ecc.)

Sinistra e Libertà. Mentre l'Italia dei Valori può vantare su un elemento di forte riconoscibilità, anche se di corto respiro, qual'è l'antiberlusconismo, mi sembra che SeL non sia riuscita a delineare una proposta politica chiara. Nata più per esigenza di sopravvivenza di forze politiche dalle origini molto disparate, si configura vagamente come una forze di sinistra liberale, socialdemocratica, ecologista senza essere compiutamente nessuna di queste cose. Si è affidata al carisma di Vendola, ma avendo scarso accesso a media, si tratta di una risorsa poco spendibile. Nel suo nome ha voluto assumere la parola libertà per sottrarla all'uso che ne fa la destra, ma in una lettura ideologica molto Sansonettiana (dall'ex direttore di Liberazione), in cui questa visione, che deve più a Foucault che a Marx o a Gramsci, unirebbe i movimenti "post-materialisti". Un progetto che sembra più rivolto a settori intellettuali (anche abbastanza ristretti) che destinato ad avere una dimensione di massa, soprattutto in una fase di crisi economica che tende a riportare al cento la materialità del conflitto sociale. Potrebbe beneficiare di un voto tattico di qualche settore del PD (Sofri, Staino, ecc.) e questo accentua la prospettiva di diventare l'alleato di sinistra (rispettoso e per bene anche se un po' scapigliato) del PD, nel caso questo riveda la sua politica delle alleanze. (A proposito di "libertà", un osservatore notava che Obama nel suo discorso al Cairo, non ha mai citato questa parola che ritiene troppo connotata dall'interpretazione che ne ha dato Bush per otto anni. Ad ognuno le sue scelte...)

Rifondazione-PdCI. La scelta di una lista elettorale unitaria per le europee era quasi obbligata, vista l'introduzione della soglia elettorale del 4%. Inevitabile che l'appello al voto puntasse principalmente (ma non esclusivamente) sull'elemento identitario, la riconoscibilità del simbolo, ecc. Anche se Rifondazione comunista ha giustamente cercato di allargare la lista ad altri soggetti politici non comunisti e di fare della comune adesione al Gruppo parlamentare della sinistra europea (dove sono presenti comunisti di vario orientamento, socialisti, rosso-verdi, ecc.) e non dell'unità dei comunisti, l'asse di costruzione della lista. La maggioranza uscita dal Congresso di Chianciano (e soprattutto la parte che si riconosce più direttamente nel segretario Ferrero) ha cercato di coniugare l'elemento simbolico alla capacità di ricostruire legami sociali. Per questo ha avanzato la strategia del cosiddetto "partito sociale", ovvero di una forza politica capace di dare immediatamente, anche se in modo parziale, risposta ai bisogni collettivi, sia attraverso forme di auto-organizzazione e di mutualismo, sia attraverso l'apertura di vertenze territoriali. Una strategia che richiede però tempo per dare frutti e soprattutto una riconversione del partito, anche troppo orientato al conflitto interno e al mantenimento delle correnti.
Qualsiasi prospettiva sarà necessariamente influenzata dall'esito elettorale, ma resterà in ogni caso la possibilità e la necessità di una forza politica di sinistra radicale e anticapitalista. In Italia, per il retaggio storico e politico che è ancora attivo, è presumibile che questa si organizzi in forze di ispirazione comunista, anche se con l'obbiettivo di non rinchiudersi in un recinto identitario.
come rischierebbe di avvenire con la proposta di unificazione PdCI-PRC, sostenuta da Diliberto, e che trova sostegno anche in parte del PRC.
Due sono i temi sui quali si accenderà il dibattito del dopo elezioni: la forma possibile dell'unità, se quella del partito unico o quella, più probabile, di una costruzione unitaria che non cancelli le differenze esistenti, ma le metta alla prova nell'azione politica e sociale; in secondo luogo quale prospettiva politica costruire, se in totale autonomia dal PD e da un possibile rinnovato centro-sinistra o riaprendo una qualche forma di interlocuzione con questo partito. Quest'ultima ipotesi allo stato sembra avere poche chance, ma il quadro potrebbe cambiare a seguito di una crisi autunnale dello stesso PD.