Dal terzo numero di "Piovono Pietre" riprendo questo articolo su Di Pietro e l'Italia dei Valori.
Una parte dell’opinione pubblica di sinistra guarda con simpatia al movimento di Di Pietro - e si interroga se votarlo – perché considera da una parte il PD, peraltro giustamente, incapace di esprimere una politica di opposizione alle destre e dall’altra vede la ‘sinistra alternativa’, complessivamente intesa, ancora troppo immersa nelle proprie difficoltà e contraddizioni.
E’ giusto quindi interrogarsi se l’Italia dei Valori (IdV) possa essere uno strumento adeguato a scalzare l’egemonia politico-culturale della destra e a fermare la deriva verso un ulteriore arretramento democratico e sociale del paese.
Per rispondere a questa domanda occorre cercare di andare al di là dell’apparenza e cercare di comprendere la natura di questo partito. L’IdV può essere considerato un movimento populista, perché ne possiede tutte le caratteristiche: la forte personalizzazione della leadership, la vaghezza del profilo ideologico, la riduzione a volte semplicistica dei problemi, l’identificazione del nemico come elemento identitario, ecc. Non basta però attribuire a Di Pietro l’etichetta di ‘populista’ per averne chiarito la collocazione politica, perché il populismo si può adattare a contenuti diversi. Pur nello spazio ristretto di questo articolo vorrei accennare a tre diversi aspetti: il profilo ideologico, la forma-partito, i caratteri dell’antiberlusconismo.
Secondo il suo statuto l’IDV si “riconosce nelle grandi culture riformiste del novecento”, la cattolica, la socialista e la liberale. Il partito si colloca quindi in un orizzonte moderato e la genericità dei riferimenti consente di cercare elettori in più direzioni ed anche di riciclare settori di ceto politico di svariata provenienza. Ma a livello europeo il partito di Di Pietro ha aderito alla corrente liberale, che unisce partiti moderatamente progressisti sul piano dei diritti civili, ma orientati decisamente a destra per quanto riguarda le politiche economico-sociali. In una intervista del leader dei liberali al parlamento europeo, Graham Watson, pubblicata sul blog di Di Pietro, viene riconosciuto all’IdV di essere il più coerente rappresentate della famiglia liberale in Italia. Una delle caratteristiche dell’identità dei liberali europei, dichiara lo stesso Watson, è di “riconoscere il potere del libero mercato”. E’ da questo gruppo politico che viene l’olandese Bolkestein, promotore della nota e contestata direttiva europea sulla liberalizzazione dei servizi. L’ex parlamentare Paolo Brutti, proveniente dai DS, poi in Sinistra democratica e oggi approdato all’IdV, razionalizza la sua brusca svolta dichiarando che “oggi il conflitto vero e insanabile non è tra capitale e lavoro, ma tra legalità e illegalità”.
Quanto alla forma-partito è utile la lettura dello statuto dell’IdV, sia quello originario che quello modificato da Di Pietro, a seguito di polemiche giornalistiche, nel gennaio scorso, perché emerge che siamo di fronte ad un partito nel quale viene sostanzialmente espulsa preventivamente qualsiasi forma di democrazia. Il partito è nato come emanazione di una associazione privata costituita da Di Pietro e, secondo informazioni giornalistiche, dalla moglie e da un’amica. Il Presidente, fondatore dell’associazione, era di diritto presidente del partito e non poteva essere in alcun modo deposto. Ora viene sottoposto a rielezione ma da parte di un organismo che è in larga parte designato da lui stesso. Nomina personalmente il portavoce nazionale; attribuisce compiti e funzioni politiche; assegna incarichi retribuiti; controlla l’uso del simbolo; predispone le liste per le elezioni politiche ed europee … e l’elenco potrebbe continuare. Gli iscritti non hanno, in effetti, alcun potere. Si tratta di una forma-partito, che unisce un controllo verticistico assoluto ad una struttura intermedia di tipo notabilare; difficile considerarla una risposta progressiva alla crisi della forma-partito ‘novecentesca’.
Un partito di orientamento ideologico liberale e con una struttura interna anti-democratica può essere lo strumento capace di sconfiggere il berlusconismo? Forse potrebbe esserlo se il fenomeno Berlusconi fosse una anomalia estranea ad un sistema che altrimenti funzionerebbe egregiamente e non fosse, come invece è, espressione patologica di una tendenza alla riduzione autoritaria della democrazia propria del capitalismo liberista. Tendenza che in Italia non si realizza solo con il controllo politico sulla magistratura e dei media - che Di Pietro giustamente contrasta - ma anche con l’applicazione dei trattati e l’attuazione delle direttive europee che privatizzano i servizi e comprimono i diritti del lavoro, con il federalismo di stampo leghista che accresce le disuguaglianze sociali e con le manipolazioni del sistema elettorale. Tutte scelte che lo stesso Di Pietro sostiene, forse all’insaputa dei suoi aspiranti elettori di sinistra.
Franco Ferrari
Fuori come un balcone
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Adesso siamo sicuri che anche Erdogan è ‘fuori come un balcone’ !!! Quale
sarebbe il modello turco da seguire? Quello che fracassa la gente in
piazza? P...
2 settimane fa


