giovedì 14 maggio 2009

Si fa presto a dire ‘populista’

Dal terzo numero di "Piovono Pietre" riprendo questo articolo su Di Pietro e l'Italia dei Valori.

Una parte dell’opinione pubblica di sinistra guarda con simpatia al movimento di Di Pietro - e si interroga se votarlo – perché considera da una parte il PD, peraltro giustamente, incapace di esprimere una politica di opposizione alle destre e dall’altra vede la ‘sinistra alternativa’, complessivamente intesa, ancora troppo immersa nelle proprie difficoltà e contraddizioni.
E’ giusto quindi interrogarsi se l’Italia dei Valori (IdV) possa essere uno strumento adeguato a scalzare l’egemonia politico-culturale della destra e a fermare la deriva verso un ulteriore arretramento democratico e sociale del paese.

Per rispondere a questa domanda occorre cercare di andare al di là dell’apparenza e cercare di comprendere la natura di questo partito. L’IdV può essere considerato un movimento populista, perché ne possiede tutte le caratteristiche: la forte personalizzazione della leadership, la vaghezza del profilo ideologico, la riduzione a volte semplicistica dei problemi, l’identificazione del nemico come elemento identitario, ecc. Non basta però attribuire a Di Pietro l’etichetta di ‘populista’ per averne chiarito la collocazione politica, perché il populismo si può adattare a contenuti diversi. Pur nello spazio ristretto di questo articolo vorrei accennare a tre diversi aspetti: il profilo ideologico, la forma-partito, i caratteri dell’antiberlusconismo.

Secondo il suo statuto l’IDV si “riconosce nelle grandi culture riformiste del novecento”, la cattolica, la socialista e la liberale. Il partito si colloca quindi in un orizzonte moderato e la genericità dei riferimenti consente di cercare elettori in più direzioni ed anche di riciclare settori di ceto politico di svariata provenienza. Ma a livello europeo il partito di Di Pietro ha aderito alla corrente liberale, che unisce partiti moderatamente progressisti sul piano dei diritti civili, ma orientati decisamente a destra per quanto riguarda le politiche economico-sociali. In una intervista del leader dei liberali al parlamento europeo, Graham Watson, pubblicata sul blog di Di Pietro, viene riconosciuto all’IdV di essere il più coerente rappresentate della famiglia liberale in Italia. Una delle caratteristiche dell’identità dei liberali europei, dichiara lo stesso Watson, è di “riconoscere il potere del libero mercato”. E’ da questo gruppo politico che viene l’olandese Bolkestein, promotore della nota e contestata direttiva europea sulla liberalizzazione dei servizi. L’ex parlamentare Paolo Brutti, proveniente dai DS, poi in Sinistra democratica e oggi approdato all’IdV, razionalizza la sua brusca svolta dichiarando che “oggi il conflitto vero e insanabile non è tra capitale e lavoro, ma tra legalità e illegalità”.

Quanto alla forma-partito è utile la lettura dello statuto dell’IdV, sia quello originario che quello modificato da Di Pietro, a seguito di polemiche giornalistiche, nel gennaio scorso, perché emerge che siamo di fronte ad un partito nel quale viene sostanzialmente espulsa preventivamente qualsiasi forma di democrazia. Il partito è nato come emanazione di una associazione privata costituita da Di Pietro e, secondo informazioni giornalistiche, dalla moglie e da un’amica. Il Presidente, fondatore dell’associazione, era di diritto presidente del partito e non poteva essere in alcun modo deposto. Ora viene sottoposto a rielezione ma da parte di un organismo che è in larga parte designato da lui stesso. Nomina personalmente il portavoce nazionale; attribuisce compiti e funzioni politiche; assegna incarichi retribuiti; controlla l’uso del simbolo; predispone le liste per le elezioni politiche ed europee … e l’elenco potrebbe continuare. Gli iscritti non hanno, in effetti, alcun potere. Si tratta di una forma-partito, che unisce un controllo verticistico assoluto ad una struttura intermedia di tipo notabilare; difficile considerarla una risposta progressiva alla crisi della forma-partito ‘novecentesca’.

Un partito di orientamento ideologico liberale e con una struttura interna anti-democratica può essere lo strumento capace di sconfiggere il berlusconismo? Forse potrebbe esserlo se il fenomeno Berlusconi fosse una anomalia estranea ad un sistema che altrimenti funzionerebbe egregiamente e non fosse, come invece è, espressione patologica di una tendenza alla riduzione autoritaria della democrazia propria del capitalismo liberista. Tendenza che in Italia non si realizza solo con il controllo politico sulla magistratura e dei media - che Di Pietro giustamente contrasta - ma anche con l’applicazione dei trattati e l’attuazione delle direttive europee che privatizzano i servizi e comprimono i diritti del lavoro, con il federalismo di stampo leghista che accresce le disuguaglianze sociali e con le manipolazioni del sistema elettorale. Tutte scelte che lo stesso Di Pietro sostiene, forse all’insaputa dei suoi aspiranti elettori di sinistra.

Franco Ferrari

mercoledì 6 maggio 2009

Una mela al giorno toglie il carovita di torno…

Dal secondo numero di "Piovono Pietre" riporto questo articolo di Elisa Corridoni sull'esperienza dei GAP.

Finalmente è nato anche a Ferrara il Gruppo di Acquisto Popolare! Non offre, per ora, la collaudata simbologia della distribuzione del pane. In una città dove, anche a causa della crisi, si è arrivati alla ‘frutta’ - la provincia di Ferrara è la seconda in Italia per aumento % della cassa integrazione ordinaria e straordinaria - ma non si può dire - “Ferrara città nebbiosa e borghese dove tutto va sempre e comunque bene” - il GAP ferrarese si è buttato su mele e patate prodotte sul territorio e la distribuzione in piazza è stata un successo. Centinaia di chili distribuiti al costo contrattato - mele a 70 cent al chilo e patate a 55 - ci raccontano di un bisogno diffuso di far fronte al carovita.

Perché fare un GAP? Perché farlo a Ferrara? Il GAP è una vetrina. Tenta sì di risolvere, e in parte risolve, un problema reale. Ma è anche un modo per dare evidenza al tema del carovita. Non è un caso che si distribuiscano i prodotti in piazza, là dove si incontrano persone che non sono solo i consueti ‘compagni di battaglie’. Non è un caso che si decida di ‘parlare’ con i fatti e non solo con le parole. Abbiamo sentito il bisogno di farlo anche a Ferrara, dove le aziende chiudono e il numero di chi perde il lavoro si fa sempre più alto, sperando di scuotere la rassegnata apatia di chi subisce la crisi.

Perché partire con frutta e verdura? Come proseguire? Abbiamo scelto il legame con il territorio. Per noi è importante arrivare il più vicino possibile al ‘chilometraggio zero’, costi permettendo. La Provincia di Ferrara è a forte connotazione agricola e c’è bisogno, soprattutto per chi vive in città, di ristabilire una relazione con la terra. Stiamo attivando contatti con una grande cooperativa agricola e speriamo così di (ri)aprire un dialogo che in questi anni il nostro partito non ha praticato, con un occhio già rivolto al pane e anche al riso, altra importante produzione locale.

Le reazioni immediate. Curiosità, diffidenza, sorpresa nel vedere un partito fare qualcosa di diverso dai volantinaggi. Sinteticamente questo è quello che abbiamo ‘prodotto’… facce stupite di vedere un banchetto di Rifondazione con accanto casse di frutta e verdura… diffidenza di chi deve lasciare i propri dati per iscriversi al GAP… qualche (rara) battuta di chi ci consiglia di occuparci d’altro… i complimenti dei tanti che hanno capito l’utilità sociale della nostra azione politica e ci hanno dato la loro approvazione.

Chi gappa? Gli iscritti al GAP non sono solo gli attivisti dell’entourage di Rifondazione: sono pensionati, lavoratori stranieri, studenti, giovani precari…ma anche lavoratrici e lavoratori che sentono il peso del carovita e accettano di sperimentare ogni possibile soluzione.
La costruzione di una comunità. La sensazione che si ha dopo tre settimane di lavoro è di aver creato una crepa nell’immaginario nebbioso che da sempre caratterizza Ferrara e che, ahinoi!, contagia chiunque viva sul territorio. Già alla seconda uscita qualcuno si è detto interessato a collaborare, altri ci hanno dato il telefono di casa per tenerli informati e per raccogliere nuovi ordini. Ad organizzare, la prima volta eravamo in 4, la seconda in 6, la terza in 10. In tre uscite abbiamo raccolto adesioni di un paio di centinaia di persone e nuclei famigliari.

Non so se diventerà un travolgente movimento sociale. Per ora, l’inizio è positivo. Si stanno gettando le fondamenta di un altro modo di ‘fare’ politica e creare vertenza, si cerca di dare una risposta concreta a quei problemi che, se pure vengono vissuti come individuali, sono in realtà collettivi. In sintesi, è un tentativo di ricostruire una connessione sentimentale con quella che vorremmo fosse ‘la nostra gente’, un modo per stare con loro, dalla loro parte.

Elisa Corridoni
Segreteria regionale PRC-SE
Segreteria Fed. PRC-SE di Ferrara