lunedì 16 marzo 2009

Perché è necessario che il PD perda le elezioni di giugno

Il nuovo leader del Pd, Dario Franceschini, si è dimostrato finora più abile del suo predecessore Veltroni. Qualche scambio di insulti con Berlusconi, qualche proposta sociale a buon mercato per conquistare i titoli dei giornali dei TG, soprattutto quelli amici sono bastati per ridare un po' di vitalità ad un partito dall'encefalogramma piatto.

Tutto questo è sufficiente per dare un giudizio diverso sulla politica del PD e sul suo carattere di partito strutturalmente moderato, rinchiuso dentro un orizzonte social-liberale? La risposta a questo quesito è "no". Ci sono due elementi che confermano la sostanziale continuità di Franceschini rispetto a Veltroni. Il primo emerge dalla sua visione della crisi economico-sociale, il secondo dalle iniziative perseguite sul terreno istituzionale-elettorale.

In più occasioni il leader del PD ha spiegato la crisi paragonandola alle piene del Po, quando di fronte al pericolo dello straripamento del fiume ci si metteva tutti insieme per sistemare i sacchi di sabbia. E' interessante questa idea che una crisi economico-sociale che scoppia dopo una lunga fase di egemonia liberista, si trasformi in un cataclisma meteorologico. La piena del Po è un accidente di cui nessuno è responsabile. Arriva, bisogna mettersi tutti insieme per proteggersi, dopo di che passata la piena si torna alla vita di sempre.

Non viene individuata nessuna relazione tra la crisi e le politiche dominanti degli anni precedenti: finanziarizzazione, spostamento del reddito a favore del profitto e della rendita a scapito del lavoro, precarizzazione, privatizzazioni anche dei beni comuni, ecc. ecc. Tutti questi elementi cardine delle politiche liberiste, che il PD ha accettato quando era al governo e che non rinnega nemmeno all'opposizione, restano tabù indiscutibili. Tutte le proposte avanzate in questi giorni, infatti sono dei meri palliativi sociali. Pannicelli caldi che servono ad attutire gli effetti della crisi senza rimettere in alcun modo in discussione gli equilibri di potere economici e sociali che si sono affermati negli anni passati.

Oggi tanti precari finiscono in strada e sono privi di qualsiasi copertura, ma per il PD il problema non è nell'estesa precarizzazione dei rapporti di lavoro, che infatti questo partito ha difeso anche durante il governo Prodi. Se c'è stato un processo di impoverimento diffuso di strati sociali estesi, ciò non è in alcun modo riconducibile al fatto che la distribuzione della ricchezza si sia fortemente sbilanciata negli ultimi anni a favore del profitto e della rendita e a svantaggio de redditi da lavoro. Infatti Franceschini impedì di portare la tassazione sulla rendita ai livelli europei e oggi propone solo un elemosina una tantum dei ricchi ai poveri. La crisi è arrivata, non è colpa di nessuno, siamo tutti sulla stessa barca, distribuiamo un po' di minestre calde in attesa che tutto torni come prima...

D'altra parte Franceschini, nel suo intervento alla riunione della Confcommercio, ha espresso un altro concetto interessante in linea con questa visione: "C'e' una povertà allargata aumentano i furti nei supermercati. Questo e' un dramma. Cosa c'entra la destra e la sinistra con questo?". Già, cosa c'entrano la destra e la sinistra. Peccato che Berlusconi lo sappia benissimo e infatti utilizza la crisi per rafforzare i rapporti di forza a favore degli interessi sociali che egli ritiene prioritari.

Sulla questione istituzionale, Franceschini è stato il principale protagonista del patto con Berlusconi per introdurre la soglia del 4% nelle elezioni europee. Ora è particolarmente impegnato a cercare di favorire il passaggio del referendum per cambiare il sistema elettorale in modo da creare un regime perfettamente bipartitico.

Siccome il problema dei referendum è ormai il raggiungimento del quorum, il colpo di furbizia è di farlo coincidere con le elezioni amministrative ed europee. Il bipartitismo coatto, anticipato politicamente nell'"andiamo da soli" delle elezioni politiche è l'imbragatura dentro il quale compiere il passaggio definitivo verso un sistema politico compiutamente post-costituzionale e ademocratico. Un assetto dentro il quale Berlusconi può sguazzare sempre più felice. La proposta del Premier di far votare in parlamento solo i capigruppo è sfacciatamente reazionaria, ma non si differenzia qualitativamente dalla desertificazione del sistema politico che sta dietro il referendum sul sistema elettorale sostenuto da Franceschini (così nel prossimo Parlamento potranno votare in due...).

Queste considerazioni mi portano a dire che la sconfitta del PD alle elezioni di giugno è un passaggio essenziale per tenere aperta una prospettiva di ripresa di protagonismo democratico e sociale in Italia. Non che il PD sia peggio della destra. Solo che il PD non può essere in alcun modo un argine al consolidarsi per un lungo periodo dell'egemonia della destra e ancor meno può contribuire ad indicare una uscita dalla crisi economico-sociale che rimetta in discussione i meccanismi del liberismo che l'hanno prodotta.

domenica 1 marzo 2009

Elezioni europee: probabili due liste a sinistra

Il confronto tra le forze della sinistra sulla presentazione alle elezioni europee di giugno sta portando all'esito che risultava più logico fin dal momento dell'approvazione della proposta di introduzione della soglia di sbarramento del 4%, voluta da PD e PDL.

Ci sarà una lista che metterà insieme PRC, PdCI e altre forze e soggetti della sinistra alternativa e che si ritroveranno in un unico gruppo parlamentare europeo di cui fanno già parte. E si presenterà una lista, dal profilo decisamente più moderato con il Partito Socialista (una delle frazioni nelle quali si è diviso il vecchio partito craxiano), i Verdi, la Sinistra Democratica di Fava, l'MpS di Vendola. A questi si potrebbe aggiungere anche il Partito Radicale di Pannella, il quale per ora ha dato la disponibilità a fare accordi con qualsiasi schieramento politico, anche con la destra.

Altre ipotesi, delle quali si fa portavoce soprattutto Il Manifesto, non sembrano avere alcuna possibilità di realizzazione. Il quotidiano aveva prima ipotizzato una sorta di suicidio collettivo della sinistra, avanzando la bizzarra proposta di "saltare un giro", ovvero di non presentarsi alle elezioni. Caduta questa idea, manifestamente demenziale, ma non potendo rinunciare a seminare confusione, ha dato molto spazio alla invocazione di una lista unica a sinistra. Una lista che dovrebbe fondarsi sulla autocancellazione dei partiti esistenti e diventare un contenitore vuoto che verrebbe miracolosamente riempito dalla società civile. Fallito il piano A si passa al piano B, ma il risultato sarebbe sempre lo stesso: il suicidio. Anche qualora questa lista superasse il 4% (e l'esperienza della Sinistra arcobaleno ci ha insegnato che le sommatorie confuse non costituiscono una garanzia di successo) sarebbe una aggregazione di forze senza alcuna strategia politica spendibile dopo le elezioni.

La strada più ragionevole è quella che si sta perseguendo. Innanzitutto una lista che unisce forze comuniste e anticapitaliste, principalmente, ma non solo, PRC e PdCI. Nell'articolo pubblicato questa mattina su Liberazione, il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero ha riconfermato la volontà di proseguire su questa strada, senza inseguire polemiche spicciole e abbastanza inutili.

La proposta che avanza il leader del PRC è di costruire questa lista su alcuni contenuti sufficientemente chiari. Tra questi l'adesione al gruppo parlamentare europeo della sinistra comunista e alternativa e lo sviluppo di una iniziativa politica che cerchi di dare una risposta alla crisi economica e sociale, tutelando in particolare tutti coloro che perderanno il lavoro, con la proposta del salario sociale.

Ferrero cerca di slegare il progetto di lista unitaria dall'ipotesi di riunificazione di PRC e PdCI (voluta di Diliberto e da una parte del PRC) che non è all'ordine del giorno e che rischia anzi introdurre più elementi di divisione che di unità, senza farne nemmeno una pregiudiziale in negativo. Contemporaneamente vuole utilizzare l'evocazione simbolica che deriva dal ritorno alla falce-martello e dal richiamo al comunismo, senza trasformare tutto questo in una gabbia identitaria.

Sulla carta, la lista unitaria proposta dal PRC può contare su una base elettorale tale da superare la soglia del 4%. Nelle due elezioni regionali che si sono tenute negli ultimi mesi (Abruzzo, Sardegna) il PRC ha ottenuto in media il 3,0%, mentre il PdCI ha raccolto l'1,9%. In questo caso, per gli elettori più che per i militanti o i quadri dei due partiti, il profilo politico delle due forze è abbastanza convergente da evitare quella dispersione di voti che colpisce in genere alleanze elettorali eterogenee.

Questo è uno dei problemi che avrà invece l'altra lista, di orientamento socialdemocratico, che vedrà la convergenza del Partito Socialista, di Sinistra Democratica, dei Verdi e di MpS. Si tratta di forze delle quali non è facile cogliere il denominatore comune e che sono soprattutto prive di un progetto politico per il dopo elezioni. Nel Parlamento europeo erano schierate in gruppi parlamentari diversi.

Sulla carta, guardando anche qui alle elezioni regionali di Abruzzo e Sardegna, il superamento della soglia del 4% potrebbe essere raggiungibile, soprattutto grazie al Partito Socialista. "La Sinistra" (con dentro i Verdi) ha raccolto mediamente l'1,9% nelle due votazioni, i Socialisti hanno raccolto il 2%. La lista avrà quindi un'anima orientata decisamente verso la socialdemocrazia europea, nella speranza che in futuro il PD abbia bisogno di un alleato alla propria sinistra, eventualmente per controbilanciare una intesa con l'UDC.