venerdì 30 gennaio 2009

Unità a sinistra: meglio la "geometria variabile"

Finora la parola d'ordine dell'unità è stata utilizzata soprattutto da coloro che vogliono dividere. Che fosse l'unità a sinistra dal versante dei "vendoliani" o l'unità dei comunisti dal versante di Diliberto, dietro alle parole c'erano processi politici reali che introducevano elementi di divisione e di contrapposizione ideologica. In entrambi i casi si trattava e si tratta di una sorta di "OPA ostile" nei confronti di Rifondazione Comunista, per usare la terminologia del mondo della finanza e dell'industria.

Negli ultimi interventi il segretario del PRC, Paolo Ferrero, ha ripreso la questione dell'unità a sinistra cercando di sottrarla all'uso strumentale che le due operazioni politiche speculari e contrapposte ne fanno. E ponendola nel dibattito a partire dalla scelta politica fatta al Congresso di Chianciano che aveva detto "no" alle due ipotesi "costituenti", quella della sinistra e quella dei comunisti, per darsi l'obbiettivo del rilancio di Rifondazione Comunista, in quanto partito e in quanto progetto politico-strategico.

Nel corso del percorso congressuale, in verità, i sostenitori delle due costituenti hanno via via sfumato la loro proposta al punto da cercare di renderla irriconoscibile. Chi ha assistito ai congressi, ha potuto verificare che le due ipotesi costituenti venivano quasi sempre "dimenticate" nelle presentazioni dei documenti, per non dover esplicitare quello che altrimenti sarebbe risultato evidente, cioè che la condizione preliminare della loro realizzazione sarebbe stato il superamento di Rifondazione Comunista e l'archiviazione del progetto politico che ha distinto questo partito dagli altri presenti nel panorama politico e da tutte le diverse scissioni che ha subito nel corso del tempo.

Respingere le due proposte strategiche alternative, significa porsi in modo diverso il problema dell'unità, non ignorarlo. Si è visto che porre sul tappeto ipotesi unitarie non fondate sul riconoscimento della pluralità ideologica e politica dei soggetti da unire, anche riconoscendo le buone intenzioni iniziali, ha prodotto e produrrà solo ulteriori divisioni. Il vizio di fondo si è rivelato evidente nel percorso che ha portato dalla "massa critica" di Bertinotti che poneva il tema dell'unità politico-programmatica, all'agitazione anticomunista dei vendoliani dopo Chianciano (con Sansonetti come "testa pensante", o forse sarebbe più corretto dire come "ombelico pensante"). Dopo aver introdotto nel confronto i veleni della contrapposizione ideologica, tanto più attraverso una sommaria caricatura delle posizioni altrui, risulta irricevibile e ipocrita la proposta fatta da Vendola in questi giorni di unità elettorale col PRC.

Anche la proposta di unità dei comunisti ha il limite fondamentale di essere presentata come un "a priori" identitario e non di misurarsi nella verifica concreta di una intesa sui temi fondamentali e sul progetto strategico. La vicenda storica del comunismi e dei movimenti e partiti comunisti ha dimostrato inequivocabilmente l'esistenza di una pluralità di identità comuniste. Concretamente è stato così anche in Italia, sia all'interno del PCI che al di fuori di esso. I due filoni principali possono essere sommariamente definiti come riferentisi a due paradigmi diversi: quello "marxista-leninista" e quello "neo-comunista". All'origine, il PRC è stato la confluenza di entrambi e di altre componenti minori. Le numerose divisioni e i tanti conflitti interni hanno dimostrato che non basta il riferimento al comunismo (meglio sarebbe dire - appunto - ai comunismi) per giustificare di per sé la convivenza nello stesso partito.

L'identità, almeno se si ragiona in termini storico-materialistici, è qualcosa che si verifica nel fare e nella ricerca politico-culturale, non è un dato preesistente.
L'unità deve essere verificata nella pratica. Altrimenti si dovrebbe solo prendere atto che per molti che stanno in Rifondazione Comunista esiste una irriducibile diversità da Diliberto e Rizzo. L'unità dei comunisti, così come l'unità della sinistra che ha via via assunto i caratteri di un rozzo anticomunismo, per come sono poste possono essere solo fonte di ulteriori divisioni.

Partendo da qui si può parlare costruttivamente e politicamente, non identitariamente e ideologicamente, di unità. Penso che il tema del'unità vada posto a tre livelli tra loro correlati, ma altrettanto importanti. Senza confondere i piani. Occorre iniziare un processo di costruzione di un coalizione di massa antiliberista che contrasti l'egemonia della destra su tutti i terreni e apra la strada ad una alternativa politica e sociale. Nell'avvio di questo processo è utile realizzare una unità delle forze politiche che si collocano a sinistra del PD, evitando operazioni elettoralistiche che si sono dimostrate fallimentari. E soprattutto, anche quando si rendano possibili e necessarie alleanze elettorali, considerarle esplicitamente come tali e non come passaggi per la costruzione surrettizia di nuovi partiti. Il terzo livello è quello della costruzione del consenso attorno al progetto strategico della rifondazione comunista. Va da sé che tutto questo è molto più facile a dirsi che a farsi. In ogni caso l'unità non può che essere a "geometria variabile".

sabato 24 gennaio 2009

A Chianciano con la paura della mucillagine

La scissione interminabile dei "vendoliani" dal PRC è terminata oggi a Chianciano con la decisione di dar vita ad un nuovo movimento politico, "Rifondazione per la Sinistra", le cui ambizioni non sembrano supportate da una strategia chiara e comprensibile.

La lettura della relazione di Nichi Vendola non scioglie alcuno dei nodi politici che si trova di fronte il neonato movimento: costituzione di un nuovo partito e con chi, presentazione alle europee, rapporti col PD nei territori, collocazione internazionale (c'è un accenno alla Sinistra Europea, ma non ai gruppi del Parlamento Europeo), "nuovo centrosinistra", ecc.

L'intervento di apertura del governatore della Puglia è come sempre abbondante in metafore ed aggettivi. Sarà che il testo scritto non rende il carisma di Vendola, o sarà che chi scrive preferisce una scrittura più sobria, piuttosto che le ridondanze d'annunziane, ma non ho trovato un progetto esposto con chiarezza.

L'area politica che si è trovata, seppur di stretta misura, in minoranza nel PRC all'ultimo Congresso aveva due punti di forza: l'appello all'unità della sinistra(la "massa critica" di cui ho parlato nel post precedente), e la popolarità di Vendola, amplificata dal successo nelle elezioni regionali pugliesi. In momenti di incertezza e di confusione come quelli in cui versa la sinistra alternativa, affidarsi ad un leader al quale si attribuisce un carattere "vincente" è una scorciatoia allettante, quanto scivolosa.

Ora "Rifondazione per la Sinistra" emerge da uno scontro rancoroso con la maggioranza del PRC, e si configura come un'altra sigla che si inserisce nel già confuso panorama a sinistra del PD. La prospettiva unitaria si è persa per strada: dal "tutti uniti", al "meglio pochi, ma buoni".

La stessa leadership di Vendola si è indebolita per il suo essere diventato un capo-fazione, incapace di accettare di diventare minoranza per effetto del voto degli iscritti del suo (ex)partito. Mi sembra finora non testata la sua capacità di essere autentico leader in proprio. E' molto lontano dall'abilità di Bertinotti di uscire dai momenti difficili inventandosi una nuova prospettiva, magari sbagliata ma comunque in grado di mettere in moto dei processi politici. Ad un certo punto la corda che legava l'ex leader del PRC al suo partito si è spezzata, ma per oltre dieci anni il meccanismo ha funzionato, con errori e limiti ma anche con reali passi avanti. Negli interventi di Vendola, anche nella lunga relazione di oggi a Chianciano, non vedo questa capacità.

Gli inviti al nuovo inizio, alla nuova avventura se non sono suffragati da una proposta concreta, possono difficilmente mettere in movimento entusiasmo e partecipazione. Allo stato dei fatti, Chianciano sancisce più ancora che la scissione "dei" vendoliani, la scissione "tra" i vendoliani. Molti militanti resteranno nel PRC, altri si perderanno per strada. La speranza degli scissionisti di oggi è che una parte di coloro che restano in Rifondazione se ne vadano domani. In qualche caso vi saranno operazioni opportunistiche per attendere il dopo elezioni, ma in molti casi è emerso una reale perplessità rispetto al senso dell'operazione messa in moto da Vendola, Giordano e Migliore.

L'intervento di Massimiliamo Smeriglio sul sito di RPS, al di fuori della retorica, dà il senso delle difficoltà in cui si dibatte l'operazione di RPS fin dal suo nascere: parla di velleitarismo sconcertate nell'ultimo anno, riscontrato prima, durante e dopo il Congresso di luglio. Gli ultimi sei mesi sono stati di stallo, per questo, scrive, "bisogna rimescolare volti, ruoli e funzioni". Il rischio è che altrimenti, nell'RPS, "la mucillagine" prenda il sopravvento.

domenica 18 gennaio 2009

Dalla "massa critica" alla scissione

Nel corso del 2007 Bertinotti aveva sollevato due temi che hanno in gran parte condizionato le scelte successive del PRC fino alle elezioni e al Congresso di Chianciano. Il primo era sintetizzato nel problema della "massa critica", il secondo in quello della "separazione consensuale".

Di fronte all'esito delle elezioni francesi, che avevano visto la sconfitta delle sinistre e la frammentazione delle forze politiche alternative al liberismo con una conseguente dispersione di un area di consenso elettorale che si aggirava attorno al 10%, l'allora Presidente della Camera lanciava l'allarme per la possibile scomparsa della sinistra in Europa. La necessità di creare una "massa critica" doveva spingere, in Italia, all'unità delle forze collocate a sinistra del PD. Questa unità era anche considerata una condizione per incidere sulle scelte di in un Governo che si stava confermando subalterno al social-liberismo di Prodi e dei DS.
In secondo luogo questa esigenza doveva rispondere alla possibilità - poi largamente ridimensionata - di un significativo distacco di forze ostili al nuovo Partito Democratico, emergenti dai DS.

Dall'idea della "massa critica" è in sostanza nata la Sinistra Arcobaleno. In questo percorso però è sorta all'interno del PRC una differenza sulle forme che avrebbe dovuto assumere l'unità a sinistra. Per Bertinotti, e per una parte del gruppo dirigente di Rifondazione (battezzati "gli oltristi", dal titolo di Liberazione che proponeva di andare "oltre" il PRC)diventava indispensabile procedere verso la costituzione di un nuovo soggetto politico. Di fatto un nuovo partito, nonostante le cautele terminologiche che venivano adottate. Per un'altra parte del gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, l'unità non doveva mettere in discussione l'esistenza e l'autonomia politica del Partito. Da qui nascevano le ipotesi di Federazione (sul modello dell'FLM, l'organizzazione unitaria dei metalmeccanici degli anni '70) o di semplice unità d'azione.

Durante la campagna elettorale di aprile, Bertinotti rendeva esplicita l'ipotesi del superamento del PRC, con la famosa frase sul "comunismo come tendenza nel nuovo soggetto".

La seconda mossa di Bertinotti, consistette, secondo le ricostruzioni mai smentite dai giornali, di concordare la cosiddetta "separazione consensuale" tra PD e sinistra, ovvero la decisione di presentarsi separatamente alle successive elezioni politiche. Veltroni lanciò poi la campagna elettorale sul tema dell'autosufficienza del PD. In realtà la rottura avvenne solo verso la sinistra, non nei confronti dei radicali e dell'Italia dei valori, le cui posizioni sui temi economici e internazionali sono più compatibili con le politiche social-liberiste e atlantiste del Partito Democratico.

Per una parte della Sinistra Arcobaleno, in particolare Sinistra Democratica, questa separazione fu più subita che voluta. La campagna elettorale di SA è stata costellata di errori e mentre Veltroni ha poi corretto la propria impostazione per prendere voti soprattutto a sinistra, quella di Bertinotti è stata molto debole, poco aggressiva e ancor meno mobilitante. Praticamente inutilizzabili sia la motivazione identitaria che quella strategica. Alla fine la richiesta di voto veniva affidata ad una tautologia: "votate la sinistra perché così.... ci sarà una sinistra".

L'interrogativo che pongo è questo: come si passa dalla "massa critica" e dalla "separazione consensuale" col PD alla scissione del PRC, messa in campo da una parte dei "vendoliani"? I temi sollevati da Bertinotti, anche se in parte basati su analisi impressionistiche e proposti in modo leaderistico, hanno un fondamento. Si possono formulare in altri termini: "come costruire una unità larga delle forze di sinistra antiliberista?" e "come costruire una strategia politica autonoma da quella del PD?". Interrogativi giusti, ma risposte sbagliate, che hanno innescato una dinamica che porta la scissione in direzione contraria al punto di partenza.

All'inizio la candidatura di Bertinotti alla guida della nascente Sinistra Arcobaleno, sembrò attivare un reale processo unitario. Il suo più entusiasta sostenitore fu Diliberto e Bertinotti venne accolto con grande calore al Congresso del PdCI, il quale vedeva - con una certa forzatura - nella coalizione la realizzazione di quella Confederazione della Sinistra lanciata qualche anno addietro al Congresso di Bellaria. Le perplessità venivano soprattutto dagli ex diessini, per i quali il Presidente della Camera restava quello che aveva fatto cadere Prodi.

Oggi la spinta per un nuovo partito, che passi attraverso la rottura del PRC e del PdCI, viene soprattutto da Sinistra Democratica, mentre il PdCI ha abbandonato l'ipotesi della "confederazione della sinistra" per perseguire "l'unità dei comunisti", ovvero la riunificazione tra PdCI e PRC (diversa poi dalla Costituente Comunista di Rizzo che presuppone l'azzeramento dei due partiti e dei loro gruppi dirigenti).

Il tema della "massa critica" è scomparso dalle argomentazione dei fautori della scissione per essere sostituita (e anche qui Sansonetti a dettato la linea ai "vendoliani") da una campagna ideologica anticomunista, che fonda il nuovo partito sulla rottura pregiudiziale con chi ritiene che sia ancora utile e possibile mantenere in vita una forza comunista, sia essa più tradizionale (il PdCI), che rinnovata (il PRC). "Come si viola l'unità gridando che si cerca l'unità", avrebbe detto Lenin. O meglio si abbandona il tema dell'unità per fondare il nuovo soggetto politico a partire da uno scontro ideologico-identitario che comunque vada può solo fare danni.

Quanto al secondo tema: "l'autonomia strategica dal PD", risulta anch'esso fortemente indebolito nella realtà se non nelle dichiarazioni. Bertinotti, nelle sue quindici tesi, ha cercato di recuperare almeno questo aspetto al progetto scissionista. Nella pratica il rischio di subalternità al PD è fortemente presente. Conta il fatto che il principale interlocutore sia Sinistra Democratica che propone un nuovo centrosinistra e una sinistra di governo, e quindi necessariamente condiziona la prospettiva del nuovo partito al rapporto col PD. E conta anche che la scissione tenda a coinvolgere in molte situazioni soprattutto dirigenti con ruoli istituzionali in amministrazioni di centro-sinistra. Sono due fattori materiali che hanno un inevitabile effetto politico.

La conclusione - provvisoria - è che la scissione ci sarà, ma che le sue basi politiche e materiali sono molto fragili e contraddittorie.

domenica 11 gennaio 2009

Gli ultimi fuochi di Sansonetti

Nel numero di oggi di Liberazione, probabilmente l'ultimo pubblicato sotto la sua direzione, Sansonetti è riuscito a dare il peggio di sé. Direi che tutte le ragioni che hanno portato tanti lettori e militanti di Rifondazione a ritenere non più sopportabile l'utilizzo personalistico di quello che dovrebbe essere, nel bene e nel male, lo strumento di un soggetto collettivo, sono state condensate alla perfezione nel numero di oggi.

Un giornale totalmente autoreferenziale. I collaboratori incensano i redattori, i redattori omaggiano i collaboratori e tutti insieme esaltano il direttore il quale a sua volta dichiara di aver fatto un giornale straordinario, unico nella storia dell'editoria e del giornalismo. Non un dubbio, un interrogativo, li sfiora. il giornale ha perso copie. Il suo bilancio presenta un buco di qualche milione di euro se si conteggiano non solo i soldi messi da Rifondazione, ma anche quelli forniti dai cittadini attraverso lo Stato, sulla base di una legge che li prevede per consentire alle forze politiche di aver un proprio organo di informazione.

Il calo delle vendite di Liberazione c'è stato anche quando Rifondazione aumentava i voti, non solo con la crisi seguita al fallimento dell'esperienza governativa. C'è stata la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno, la crisi di Rifondazione e la sconfitta a Chianciano di quella parte del gruppo dirigente bertinottiano che ha voluto proseguire su una linea di rottura del partito. In tutto questo Liberazione non c'entra nulla? Non ci sarebbe stata ragione per una riflessione su questa esperienza da parte di chi l'ha condotta? Non sarebbe stato utile contribuire più ampiamente al ripensamento critico sulla stessa esperienza di Rifondazione Comunista di questi anni, per valutare ciò che di positivo va salvato e ciò che va rimesso in discussione? In questo senso non c'è una riga sul giornale di oggi, ne c'è mai stata nei mesi scorsi.

Questa supponenza sui propri meriti è affiancata alla superficiale e ossessiva denigrazione di chi non condivide la linea di Sansonetti di voler sciogliere il Prc e di chi a Chianciano ha deciso di scegliere una strada politica diversa dall'andare "oltre" Rifondazione Comunista. Qui si mente sapendo di mentire. Si è alimentato un dibattito strumentale sul Muro di Berlino per dimostrare che adesso Rifondazione esalterebbe il Muro. Che quel dibattito fosse una trappola in cui non si doveva cadere era abbastanza evidente. Ma tant'è, l'oggetto del contendere era un altro: ovvero che assumere vent'anni dopo la caduta del Muro come evento fondativo della "nuova" sinistra, vuol dire dare ad essa una impronta di anticomunismo ideologico, del tutto lontana anche dai temi e dalle contraddizioni dell'oggi.

Al livello più basso di strumentalismo si arriva sulla questione Fagioli. Tutti sapevano della vicinanza che c'è stata in questi anni tra lo psichiatra, Bertinotti e altri dirigenti del PRC della vecchia maggioranza. Su questo Liberazione non ha scritto una riga per anni, per farlo diventare tra la metà e la fine di dicembre uno strumento da lanciare contro la nuova maggioranza, quando Bonaccorsi si è proposto come possibile editore di Liberazione.

L'altra accusa che viene lanciata a piene mani a chi vuole cambiare il direttore di Liberazione è quella di omofobia. A me sembra che il fatto di non essere omofobi, non debba implicare di doversi leggere pagine e pagine di giornale sulla più insignificante rivista omosessuale degli anni '70, o di pensare che la lotta contro la pornotax sia una delle priorità del movimento dei lavoratori in Italia. Penso che la libertà di scelta e di orientamento sessuale e il rifiuto di ogni forma di discriminazione siano uno dei punti fondamentali di qualsiasi programma di sinistra e credo che Liberazione debba dare spazio a questi come ad altri temi, magari anche in questo caso uscendo dall'ossessiva autoreferenzialità di un ristretto ceto politico-intellettuale e senza cadere, paradossalmente, nell'eterofobia.

Domani dovrebbe essere nominato un nuovo Direttore per Liberazione, anche qui occorrerà un periodo di tempo per ricostruire sulle macerie lasciate da Sansonetti, ma speriamo che il giornale possa essere aperto all'informazione, alla ricerca e al dibattito vero e perciò utile alla ripresa del PRC e della sinistra in Italia, di cui abbiamo tutti un gran bisogno.

lunedì 5 gennaio 2009

Una recensione di "Dissidences" alla mia tesi di laurea

Vado un po' fuori "topic" rispetto agli abituali interventi per riportare la recensione alla mia tesi universitaria, scritta qualche tempo fa da Jean-Paul Salles sul sito internet della rivista francese Dissidences, una pubblicazione dedicata allo studio multidisciplinare dei movimenti rivoluzionari e dell'estrema sinistra. Salles è autore del libro "La Ligue Communiste Revolutionnaire (1968-1981)" pubblicato dalle Presses Universitaires de Rennes.
Oggetto della tesi sono "Le correnti trotskiste internazionali, dalla rivoluzione cubana al movimento no-global". Sono quasi trecento pagine che cercano di seguire le labirintiche differenziazioni tra le principali tendenze che fanno rifermento al rivoluzionario russo, ma anche un modo per ripercorrere alcuni degli avvenimenti sui quali la sinistra ha discusso e quasi sempre si è divisa (Cuba, la guerriglia latinoamericana, il '68, la rivoluzione coloniale, la Polonia, il crollo dell'URSS, ecc). Lettura - quella della tesi - destinata ad un "pubblico" particolarmente interessato al tema e dotato di discreta pazienza. Il testo integrale è disponibile su Scribd.

Le correnti trotskiste internazionali, dalla rivoluzione cubana al movimento no-global

La recensione di Salles, che ho tradotto dal francese, è disponibile in originale sul sito della rivista, tra le note di lettura.

http://www.dissidences.net/

Franco FERRARI, Ottobre Addio? Le correnti trotskiste internazionali dalla rivoluzione cubana al movimento « no-global » , Università di Parma, Tesi di Laurea, 2004-05, 281 p. janvier 2007

Una volta chiuso questo lavoro, si resta impressionati per l’ampiezza dei riferimenti citati, in tutte le lingue d’Europa. Anche Dissidences è utilizzata a più riprese. Bisogna dire che l’ambizione dell’autore è considerevole: tracciare la storia delle correnti trotskiste internazionali dagli anni ’60 ai nostri giorni. La sua vasta erudizione e anche il suo rimarchevole spirito di sintesi, ci valgono una serie di capitoli sul Segretariato unificato della Quarta Internazionale, il “lambertismo”, il “morenismo”, l’International Socialist Tendency di Toby Cliff e la tendenza britannica “Militant”. Ci si domanda tuttavia perché “Lutte Ouvriere” sia stata dimenticata: costituisce anch’essa una tendenza internazionale con The Spark (Stati Unitit), Combat Ouvriere (Antille), l’Organisation des travailleurs revolutionnaires (Haiti) … Il giornale Lutte Ouvriere si proclama d’altra parte giornale de l’Unione Comunista (trotskista), membro dell’Unione comunista internazionale (UCI).

Delle sintesi utili dunque, che ci dicono molto sulla crisi del “morenismo” che ha portato, dopo la morte del fondatore, alla nascita di una miriade di organizzazioni e anche sul trotskismo britannico (dal capitalismo di Stato di Tony Cliff all’entrismo praticato da “Militant”). Tuttavia siamo in presenza di un libro di storia politica tradizionale. L’autore traccia la storia delle idee politiche, con brio, piuttosto che la storia delle organizzazioni. Il suo metodo è poco alimentato dagli apporti della sociologia e ancora meno da altre scienze sociali come l’etnologia e la psicologia, che permettono un approccio più completo, più a strapiombo anche, dell’”oggetto di studio”. Dal che deriva sovente una impressione di insoddisfazione. Così, come spiegare che a Ceylon il principale partito della sinistra creato negli anni ’30, il Lanka Sama Samaya Party (LSSP), sia stato trotskista e non stalinista, poi che si sia integrato nel gioco politico tradizionale e abbia preso le distanze dalla Quarta Internazionale? Su questa questione è possibile apprenderne di più leggendo l’estratto delle Memorie di Livio Maitan (non pubblicate in francese) – aveva passato 10 giorni a Ceylon durante la crisi – pubblicato da Inprecor (n° 498-499, ottobre-novembre 2004) al momento della sua morte (1). L’origine sociale dei creatori e dirigenti del trotskismo a Ceylon, che erano stati studenti a Londra, è un fattore di spiegazione molto importante. Analoga frustrazione del lettore sull’Italia, “il caso italiano che rappresenta una evidente anomalia” (p. 77). Non si comprenderà bene perché la sezione italiana della Quarta Internazionale (Gruppi Comunisti Rivoluzionari), la più forte sezione europea del Segretariato unificato prima del 1968 (e malgrado tutto con non più di 200 militanti) aveva deciso, a maggioranza, di sciogliersi nel 1968-69, i suoi principali dirigenti (tra cui Massimo Gorla (2)) partecipavano alla creazione di Avanguardia Operaia.
Ciò non impedisce che, in numerose occasioni, l’autore ci indichi piste interessanti, ci permetta di ampliare le nostre conoscenze. Così ci fa apprendere che dopo il successo dei castristi a Cuba, un gruppo di militanti trotskisti argentini, sotto la direzione del “basco” Angel Bengoechea, riceva un addestramento militare nell’isola, poi rompa con Palabra obrera, il loro gruppo politico originario, nel 1963. Il loro tentativo di lanciare la lotta armata abortirà, Bengoechea e la maggior parte dei membri del gruppo morirono durante l’esplosione dell’arsenale che avevano costituito. Nel complesso un lavoro piacevole da leggere, scritto in un italiano elegante, ma che non dispensa dal realizzare delle monografie sulle sezioni delle diverse internazionali o delle sintesi internazionali su dei punti più precisi o dei periodi più brevi. Per orientarsi sull’abbondante bibliografia concernente i trotskisti, non bisognerà dimenticarsi del lavoro da benedettini di Wolfgang e Petra Lubitz, Trotsky Bibliography. An international list of publications about Leon Trotsky and Trotskyism 1905-1998, Munich, K.G.Saur, 1999, 2 volumi (vedere anche il loro sito internet trotskyana.net).

Jean-Paul Salles

(1) Livio Maitan, La strada percorsa, dalla Resistenza ai nuovi movimenti, lettura critica e scelte alternative, Ed. Massari, Coll. Storia e memoria, 2002.

(2) All’VIII° Congresso della Quarta Internazionale (1965), fu lui a tenere uno dei quattro rapporti importanti, sull’evoluzione del capitalismo in Europa occidentale.