martedì 22 dicembre 2009

La storia del PCI vista da Lucio Magri

Gli ultimi decenni della storia del Partito Comunista Italiano non sono stati finora oggetto di una ricostruzione storica adeguata. Né la fase che ha portato la maggioranza del gruppo dirigente, guidata da Achille Occhetto, a scioglierlo per dar vita ad una forza politica post-comunista e la contestuale nascita di Rifondazione è stata ancora oggetto di una indagine che non sia direttamente legata alla polemica politica, ma ne colga invece le complesse ragioni legate all’evoluzione (o involuzione se si vuole) di un grande partito di massa, con profonde radici politiche e sociali.

La stessa vicenda complessiva del PCI e il suo ruolo nella storia italiana sono stati subordinati da molte parti ad una offensiva ideologica anticomunista che ha collegato la demonizzazione del Partito Comunista alla delegittimazione della Resistenza, della costituzione repubblicana e di gran parte delle conquiste sociali e politiche più avanzate ottenute, con alti e bassi, e con molti sacrifici, dalla caduta del fascismo alla fine degli anni ’70.

Anche a sinistra e tra le stesse forze che hanno dato vita originariamente a Rifondazione Comunista, si è lontani da una lettura condivisa del ruolo e della storia del PCI, né forse è utile che a ciò si arrivi, ma può essere necessario un confronto più approfondito, che non si incagli nella mera riproposizione delle tesi assunte dalle diverse tendenze durante lo svolgersi degli avvenimenti. Non servono oggi né le ricostruzioni apologetiche che tendono a riproporre una continuità priva di fondamento (come è in parte avvenuto nella vicenda del PdCI, postosi anche simbolicamente in totale continuità col PCI), né analisi liquidatorie che riproducano le critiche di varie correnti dell’estrema e – al tempo - nuova sinistra, ad esempio contro un “togliattismo” spesso caricaturale.

Il libro di Lucio Magri, “Il sarto di Ulm” edito dal Saggiatore (€ 21,00) evita queste vicoli ciechi e propone una lettura complessa, attenta e a volte minuziosa dei principali passaggi della storia del PCI nel dopoguerra. L’autore non è stato un semplice spettatore di quelle vicende ma vi ha avuto un certo ruolo, anche se non sempre di primo piano all’interno del PCI, ma soprattutto in quanto leader di una delle formazioni politiche protagoniste della stagione successiva all’esplosione del Sessantotto, il Manifesto prima, poi con la confluenza di altri il PdUP. Ma Magri indaga onestamente e sottopone al vaglio critico anche le proprie posizioni assunte nel corso degli anni.

Nella sua ricostruzione il vero atto fondativo del PCI viene fatto risalire al rientro in Italia di Togliatti durante la seconda guerra mondiale e il suo impulso affinché il partito avesse un carattere di massa, in quella che è stata definita come la “svolta di Salerno”. Ad alimentarne le caratteristiche politiche e culturali influisce quello che Magri chiama il “genoma Gramsci” che forniva le basi per andare oltre ai limiti della socialdemocrazia, ma anche all’inadeguatezza del leninismo nel definire una strategia rivoluzionaria nelle società capitalistiche sviluppate. Mentre respinge le tesi, storicamente infondate, che attribuivano a Togliatti la volontà di nascondere o falsificare le idee gramsciane, ritiene però che non tutto il patrimonio teorico del pensatore sardo sia stato adeguatamente utilizzato, soprattutto nelle analisi più innovative come quelle contenute nel quaderno su “Americanismo e fordismo”. Magri ricorda che lo stesso Togliatti, negli ultimi anni della sua vita, riconobbe che alcune parti del pensiero di Gramsci non erano state pienamente approfondite e valorizzate.

Non viene dato credito alla tesi di una presunta “rivoluzione tradita” da parte del PCI, durante e dopo la Resistenza, come sostenuto da varie correnti di estrema sinistra, ma si individuano limiti politici concreti nel ruolo svolto dai comunisti nei governi antifascisti, nati dalla liberazione e giunti a termine con la guerra fredda e l’avvio del conflitto tra USA e URSS. A questa nuova fase il movimento comunista internazionale, sotto la guida di Stalin, si presentò con una strategia sbagliata, simboleggiata dalla formazione del Cominform che contribuì ad irrigidire lo scontro, determinando chiusure ideologiche anche in forze come il PCI che pure avevano un forte insediamento di massa e una capacità autonoma di elaborazione politica e culturale.

Il cuore del libro di Magri è però nell’analisi degli anni ’60 e ’70, affrontati non solo dal punto di vista ristretto delle vicende interne del PCI, ma da quello più ampio dell’analisi delle tendenze politiche, economiche e sociali dell’Italia e, quando necessario, anche dello scenario internazionale. Il rapporto del Partito Comunista con il lungo Sessantotto italiano è visto in relazione allo sviluppo del dibattito interno che vide in quegli anni il formarsi di una tendenza di sinistra, definita come “ingraismo”, ma che - sottolinea Magri che ne fece parte - non costituì mai una tendenza organizzata. Vengono ripercorsi i dibattiti dei primi anni sessanta sugli effetti che lo sviluppo economico imprimeva sulla società italiana e in che misura esso rendesse obsoleta la tematica dei ritardi del capitalismo nostrano rispetto alle punte più avanzate del capitalismo internazionale. Emerge allora il tema del “nuovo modello di sviluppo”, contrastato dalla destra interna del partito che si raggruppò attorno alla figura di Giorgio Amendola. La sinistra viene sconfitta nel ’66 e questo evento accentua la difficoltà del partito a cogliere fino in fondo le potenzialità dei movimenti giovanili e operai del ’68-’69. E’ soprattutto nei confronti degli studenti che il PCI – secondo Magri – dimostra la maggiore inadeguatezza. La radiazione del gruppo del Manifesto avvenuta nel 1969 viene vista come la dimostrazione di un ritardo nella capacità di aprirsi al confronto con questi nuovi soggetti e ad accettare un dibattito interno più articolato e libero, seppur non cristallizzato in correnti.

L’altro decennio chiave è naturalmente quello caratterizzato dalla strategia del compromesso storico, avanzata da Berlinguer dopo il colpo di stato militare in Cile. Per Magri si trattava, ed è una valutazione condivisibile, di una proposta sbagliata e destinata al fallimento, anche se viene riconosciuto che essa rispondeva ad alcuni problemi reali e che non era così facile perseguire strade alternative. L’avvicinamento del PCI alla prospettiva del governo si conclude con una sconfitta alla quale segue la necessità di definire una nuova strategia. Questo avviene con la proposta lanciata da Berlinguer dell’alternativa democratica. Magri sottolinea l’esistenza di una rottura tra il Berlinguer del compromesso storico e quello dell’alternativa, ed evidenzia gli elementi positivi di quest’ultima fase della sua vita politica, a partire dalla scelta di classe compiuta andando davanti alla FIAT, mentre i lavoratori sono in lotta contro una dura offensiva padronale, e tende anche a rivalutare positivamente lo stesso tema, controverso, della questione morale.

La conclusione di Magri è che la cancellazione del PCI non fosse un fatto ineluttabile, che la sua scomparsa non abbia reso la realtà italiana migliore di quello che sarebbe potuta essere. Le forze che si opposero allo scioglimento del PCI erano eterogenee politicamente e culturalmente e si divisero tra gli artefici della scissione e coloro che vollero restare, seppur per breve tempo, nel nuovo partito e questo ha condizionato anche la vicenda successiva di Rifondazione Comunista. D’altra parte però per Magri negli anni ottanta la vicenda del comunismo come movimento mondiale, ispirato dal Rivoluzione d’Ottobre, si è “inoppugnabilmente” conclusa. Questo avrebbe lasciato al PCI il ruolo di una eccezione tutta italiana.

Nel complesso, il libro di Magri offre molti spunti di riflessione e analisi condivisibili sulla storia del PCI nel dopoguerra. Alcuni temi meritano approfondimenti e anche la messa in campo di ipotesi diverse (sul rapporto con l’URSS, sulla capacità di leggere la realtà sociale del paese e la sua evoluzione, sull’organizzazione interna, sul rapporto con i movimenti, sulla eccezionalità italiana, per citarne alcuni) ed è bene che la discussione sulla storia del PCI torni a far parte pienamente del dibattito politico-culturale.

Franco Ferrari

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