martedì 30 dicembre 2008

Il lutto non si addice ad Elettra

La telenovela sul futuro di Liberazione non è ancora finita, anzi promette nuove puntate. L'entrata in campo di Luca Bonaccorsi, vicino al discusso psichiatra Massimo Fagioli, come possibile compratore-editore del giornale di Rifondazione Comunista ha aperto un nuovo fronte di discussione. Ora il Prc non è più accusato solo di voler rifare la Pravda, ma anche di voler dare il quotidiano in mano ad un gruppo, i seguaci di Fagioli, considerato omofobo, in quanto ritiene l'omosessualità una malattia.

Se così fosse l'accusa rivolta a Fagioli - ma non necessariamente trasferibile anche a Bonaccorsi - non sarebbe del tutto infondata. E' anche vero che la frequentazione o la simpatia per Fagioli non implica automaticamente che si diventi omofobi, visto i legami noti dello psichiatria (o quel che è) con Bertinotti. Tanto è vero che l'ex leader di Rifondazione aprì una campagna elettorale - quella delle primarie dell'Ulivo credo - proprio nella libreria dei "fagiolini". La frequentazione che era consentita a Bertinotti fa scandalo se messa in atto da Ferrero e nemmeno con lo stesso Fagioli, ma solo con un suo possibile simpatizzante. Ma i "sepolcri imbiancati" sono una merce abbondante in tutti gli ambienti.

Tutto questo consente a Sansonetti e ai suoi difensori di confondere le acque su quello che è il vero tema della discussione: ovvero se si possa utilizzare il quotidiano di un Partito, quindi ricevendone i soldi, sia quelli escono direttamente dalle sue casse (e sono un bel pacco di milioni), sia quelli indiretti percepiti dallo Stato in quanto organo di partito, per sostenere la liquidazione del Partito stesso. Sansonetti utilizza il giornale come una clava contro la maggioranza uscita dal congresso di Chianciano.

Finora non mi pare però che attorno alla direzione di Liberazione ci sia stato un significativo movimento di solidarietà. L'unico laudatore del giornale è lo stesso Sansonetti. Poi ci sono i redattori d'area vendoliana, i collaboratori che vedono il PRC come il fumo negli occhi (tranne quando paga il conto che gli consente di pubblicare i loro articoli), l'ala più oltranzista dei vendoliani che non ha ancora elaborato il lutto della sconfitta subita al congresso(tra cui l'Elettra Deiana che ha dichiarato di non riconoscere Ferrero come segretario del Partito e che mi ha dato lo spunto per il titolo di questo post).

Il giornale aveva aperto una pagina nella quale doveva far esprimere la solidarietà popolare a favore di Sansonetti. Pagina che è stata chiusa quasi subito. A differenza del Manifesto non ha lanciato una sottoscrizione dove poter verificare l'effettivo interesse di un pezzo di sinistra a continuare a far vivere il giornale, e se lo avesse fatto probabilmente avrebbe incassato ben pochi soldi.

Il vero nocciolo politico della "battaglia di Liberazione", a parte l'ego ipertrofico del direttore e la difesa dello spazio ottenuto da alcune nicchie politico-intellettuali (area di provenienza autonomia operaia e/o gruppi terroristi anni '70, pezzi del movimento LBGTQ che mi sembrano abbastanza autoreferenziali, e poco altro) mi pare stia nel fatto che senza la residua postazione del giornale, l'area vendoliana rischia di svanire nel nulla.

E' evidente l'assenza di una strategia chiara della componente che ha sostenuto la candidatura di Vendola a Segretario. Il sito di Rifondazione per la Sinistra dà più l'immagine di un gruppo in disarmo che non di fase costituente. Gli interventi di Vendola risultano troppo fumosi per dare una linea comprensibile. E' dovuto intervenire Bertinotti con le sue 15 tesi, ma ha ottenuto due risultati: di aprire una divaricazione con la Sinistra Democratica (che un'idea abbastanza chiara del che fare ce l'ha) e di impostare una scissione al rallentatore che rischia di sfiancare le sue truppe.

Liberazione in mano a Sansonetti non aiuterà il processo costituente, perché il giornale è tanto lontano dal sentire comune della maggioranza di Rifondazione, quanto lo è da Sinistra Democratica e dagli altri soggetti interessati al nuovo partito della sinistra ed ha certamente contribuito a far perdere il congresso a Vendola. La sua funzione è però di dare un senso di precarietà e di provvisorietà alla nuova maggioranza uscita da Chianciano e di rendere più difficile il rilancio del PRC, già difficile di per sé. Per questo Sansonetti cercherà di far danno fino a che potrà.

domenica 21 dicembre 2008

L'inutile dibattito sul Muro di Berlino

Liberazione negli ultimi tempi ha dedicato intere pagine ad una discussione sul Muro di Berlino, alimentata originariamente dalla decisione del gruppo dirigente dei Giovani Comunisti (di tendenza vendoliana) di ricordare l'avvenimento nella tessera del 2009.

Confesso di aver letto solo i primi interventi pro o contro questa scelta simbolica e di avere saltato tutti i paginoni successivi. Può darsi che mi sia perso perle di teoria politica ma ne dubito. Sono convinto che l'utilità di questa discussione, dal punto di vista delle esigenze politiche del momento o dal lato più squisitamente teorico, sia assolutamente nulla.

La scelta dei Giovani Comunisti e la discussione artificialmente alimentata da Sansonetti e dai suoi, è totalmente disconnessa dal sentire diffuso dell'opinione pubblica di sinistra, alternativa, comunista o in qualsiasi altro modo la si voglia delimitare. Non perché abbia un qualche radicamento la nostalgia per il socialismo autoritario dell'Est Europa, di cui il Muro di Berlino rappresentò uno degli aspetti più odiosi; ci sono ancora in giro vedove inconsolabili dei regimi caduti alla fine degli anni '80, ma si tratta di un pensiero residuale.

Si è rivelata però caduca l'idea che la cancellazione del Muro e in generale la scomparsa del socialismo burocratico e autoritario di impronta staliniana, decretasse di per sé l'apertura di una fase di progresso dell'umanità in generale e di sviluppo di una sinistra non più vincolata dal peso dei regimi nati dalla rivoluzione d'ottobre, regimi successivamente degenerati.

Persino nell'ex blocco, pur essendo pochi i nostalgici veri, il bilancio di questi venti anni lascia poco spazio agli entusiasmi. L'ondata di capitalismo liberista che li ha investiti ha portato scarsi progressi reali, la condizione sociale di molti è peggiorata, il potere è in mano ad oligarchie politico-mafiose e quel poco di democrazia introdotta è largamente screditata.

A venti anni di distanza non si può accendere una discussione semplificatrice tra rimpianto per un mondo scomparso a causa delle proprie insostenibili contraddizioni interne, ed esaltazione acritica di quella scomparsa. Oggi siamo in una fase profondamente diversa. All'ordine del giorno è la crisi del modello di capitalismo liberista affermatosi tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, come risposta (rivoluzione restauratrice è stato detto) all'ondata progressista dei due decenni precedenti.

La caduta del Muro di Berlino ha sancito il punto alto dell'egemonia liberista. L'onda di destra ha spazzato via regimi autoritari, che non avevano più nulla di positivo da dire ad un progetto di liberazione dalle diverse forme di sfruttamento e di oppressione, ma lo ha fatto dentro una prospettiva di restaurazione di gerarchie di classe e di riduzione degli spazi democratici.

Perché i dirigenti dei Giovani Comunisti, Sansonetti e compagnia rilanciano una lettura unidimensionale, agiografica, tardo-occhettiana della caduta del Muro? Per una ragione tutta piegata al conflitto interno a Rifondazione. Si può sperare di aprire qualche contraddizione nella maggioranza uscita di Chianciano, dove non mancano settori che non hanno ancora elaborato teoricamente e politicamente il lutto della sconfitta. E si può usare la caduta dei regimi dell'Est per sostenere la tesi liquidazionista del PRC come partito e della rifondazione comunista come progetto strategico.

Di fronte ai tanti problemi sociali, culturali e politici che meriterebbero un confronto e una discussione, la scelta di questo pezzo di ceto politico-intellettuale è tutta schiacciata sullo strumentalismo del conflitto tra fazioni.

domenica 14 dicembre 2008

Molta confusione a sinistra

Il week-end politico si chiude sulla riunione del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione e sull'assemblea di ieri dell'associazione "Per la Sinistra" (Fava, Vendola). Il quadro che emerge è ancora di grande confusione. Nonostante la crisi del modello neoliberista, le difficoltà del PD e la ripresa di qualche movimento conflittuale (l'Onda studentesca, gli scioperi generali dei sindacati di base e della CGIL), la sinistra non riesce ancora a risollevarsi dalla crisi catastrofica sancita dal risultato elettorale dello scorso aprile. Proviamo a vedere come stanno i vari soggetti.

Rifondazione Comunista. Ferrero cerca di rimettere in piedi il partito soprattutto rilanciandone la presenza nella società e aggirando il silenzio dei media. L'obbiettivo è riprendere contatto con i lavoratori e con i ceti sociali più in affanno dal punto di vista economico e sociale, per provare a ricostruire un legame che si è spezzato con l'esperienza di governo. E' una strategia che ha bisogno di tempi medio-lunghi e che sarà inevitabilmente condizionata dai prossimi risultati elettorali. La prima prova è nelle regionali in Abruzzo dove si vota oggi e domani. Nel 2005 il PRC aveva il 4,9%, nelle politiche la Sinistra Arcobaleno ha avuto il 3,2%. Un risultato positivo starebbe tra questi due dati.

Molte le difficoltà con cui si scontra la nuova maggioranza uscita dal Congresso di Chianciano. Il partito resta profondamente diviso e sempre sull'orlo della scissione, in parte già consumata nei fatti. La stessa maggioranza è tutt'altro che omogenea soprattutto quando si scende nei territori e la polarizzazione con la minoranza vendoliana che vuole liquidare Rifondazione, favorisce il riemergere di tentazioni "ortodosse" e ideologicamente settarie che indeboliscono proprio la componente di Ferrero.

Liberazione è una palla al piede, sia dal punto di vista economico, sia da quello editoriale, dato che sostiene apertamente il progetto di superamento del partito e alimenta giornalmente l'immagine di precarietà e di provvisorietà del PRC. Inoltre favorisce volutamente la semplificazione dello scontro "liquidatori-identitari" per cancellare le posizioni intermedie. Ferrero dichiara di non voler licenziare Sansonetti, ma in realtà questa è l'unica soluzione ragionevole. Il problema sarà trovare un direttore che riesca a fare comunque un giornale aperto, ma utile alla strategia di rilancio del PRC.

"Nuovo partito". Se la strategia di Ferrero incontra molti problemi, quella di Vendola e Fava non ne ha di meno. Anche l'assemblea dell'Ambra Jovinelli lo conferma. Buona la partecipazione, ma con una scarsa capacità di formulare una strategia chiara. La scelta di far parlare "la base", più che rappresentare una volontà di democrazia (l'assemblea comunque non decideva nulla) è stato un modo per non esplicitare le differenze di posizioni dei leaders.

E' emersa ancora più evidente la divisione tra chi vuole il partito subito e chi vuole allungare i tempi per andare oltre le elezioni europee. E' stato soprattutto l'intervento di Bertinotti a frenare la componente vendoliana. Fava ha le idee più chiare e soprattutto sa che alla fine l'esito sarà un nuovo partito, quindi - si chiede - perché aspettare rischiando la smobilitazione delle forze che già oggi sarebbero disponibili.

"Comunisti italiani". Il PdCI di Diliberto ha di fronte a sé una sola possibilità: quella di una ricomposizione con il PRC. I sondaggi elettorali lo danno in uscita anche dal Parlamento Europeo, dove per altro i suoi due parlamentari attuali si muovono in direzioni opposte, neo-stalinista per Rizzo e con la sinistra di Vendola e Fava per Guidoni.

Ma una unificazione PRC-PdCI seppellirebbe definitivamente il progetto della rifondazione comunista, allontanerebbe militanti di Rifondazione che si sono schierati con Vendola ma che non vogliono lo schiantamento del PRC e creerebbe una forza politica ancora più eterogenea di quanto già non siano i partiti originari.

martedì 2 dicembre 2008

La sinistra europea e le sinistre italiane

Sfogliando Liberazione stamattina mi ha attratto l'articolo a firma "a.mau." sulla sinistra europea, a pagina cinque. Il titolo recitava: "E la sinistra UE non ha dubbi: fronte comune alle europee. Garantisce Lafontaine".

Il titolo lasciava intendere una presa di posizione della Sinistra Europea, che si è riunita lo scorso week-end a Berlino per approvare il programma comune in vista delle elezioni europee, in sintonia con quella della minoranza vendoliana del PRC che propone per l'appunto una lista unitaria, del tutto analoga a quella della Sinistra Arcobaleno, sonoramente bocciata dagli elettori, per le prossime elezioni europee.

In realtà non risulta che la Sinistra Europea, coalizione di partiti della sinistra alternativa, comunista e non, intervenga nel merito delle scelte che i singoli partiti compiono a livello nazionale. Né l'autrice dell'articolo porta alcuna dichiarazione specifica in tal senso.

Il tutto si regge sulla partecipazione del leader della Linke tedesca, l'ex ministro socialdemocratico Oskar Lafontaine ad una manifestazione di presentazione del nuovo "Parti de la Gauche" francese, una formazione nata da una scissione del Partito Socialista d'oltralpe. L'animatore del nuovo gruppo è uno dei leader della tendenza di sinistra e antiliberista del PS, Jean Luc Melenchon, di lontana militanza nella organizzazione trotskista "lambertista" (diversa e ostile alla LCR di Krivine e Besancenot).

Il nuovo gruppo, che nasce in un momento nel quale tutta la situazione della sinistra francese è in movimento, ha proposto di costruire un "Fronte della Sinistra" che si possa presentare unitariamente alle prossime elezioni europee. In Francia è in vigore la soglia del 5% e questa potrebbe determinare l'esclusione delle forze che si collocano a sinistra dei socialisti e sono contrarie al "trattato di Lisbona".

I comunisti francesi non hanno ancora trovato la via d'uscita per superare una crisi che ormai si trascina e si aggrava da oltre vent'anni. Il prossimo congresso, previsto per dicembre, sembra destinato a non sciogliere i nodi politici accumulatisi nel tempo. Il PCF ha accolto con favore la proposta del nuovo partito di Melenchon, che si caratterizza com orientato nettamente a sinistra e che non pone per ora nessuna ipotesi di scioglimento e superamento delle singole componenti di questo possibile "Front de Gauche".

La realtà più dinamica della sinistra francese è attualmente quella del "Nuovo Partito Anticapitalista" che l'LCR sta promuovendo attorno alla popolare figura del suo leader-postino Olivier Besançenot. I sondaggi registrano un notevole interesse intorno alla sua figura, che esprime un certo rigetto del ceto politico presente anche a sinistra e che in Italia verrebbe battezzato come "anti-politica". Questo progetto suscita interesse per la sua novità, ma per lo stesso motivo può produrre disillusione nel momento in cui dovrà concretizzarsi e misurarsi con scelte politiche ed elettorali concrete.

Lafontaine è intervenuto all'assemblea del Partito della Sinistra del fine settimana scorso, sottolineando l'esigenza di ricostruire la sinistra in tutta Europa e ha ricordato gli elementi positivi rappresentati dall'esperienza tedesca. Un Lafontaine "vendoliano" quindi com sembrerebbe dall'articoletto di Liberazione che propone implicitamente una equazione Melenchon-Lafontaine-vendoliani? Il primo ha proposto la lista unitaria delle sinistre europee in Francia, Lafontaine ha partecipato al suo congresso, Lafontaine è uno dei principali leader della Sinistra Europea, i "vendoliani" avanzano in Italia la stessa proposta unitaria: conclusione la sinistra europea vuole la lista unica anche in Italia.

In realtà nel suo discorso Lafontaine ha fatto una sola citazione di Rifondazione Comunista comparandola a Izquierda Unida. Ha ricordato che queste due forze hanno subito dure sconfitte elettorali. Qual è la motivazione, secondo il leader della Linke, per queste sconfitte? Che le due forze politiche hanno accettato al Governo dei "compromessi nauseabondi". Traduco così quello che nel testo francese riportato sul sito del Parti de la Gauche corrisponde a "compromis pourris" (dove "pourriture" in francese sta per marciume, putrefazione, ecc.). Ed è proprio il rifiuto di questi compromessi che deve essere uno degli elementi caratterizzanti della sinistra da rifondare in Europa, secondo il leader tedesco.

Quanto di più lontano si possa immaginare dal "nuovo centrosinistra" e dalla "sinistra di governo" che propone la "Sinistra Democratica" italiana. Tra tante altre specificità esistenti tra la situazioni italiana, francese, tedesca, ecc una, fondamentale, mi sembra evidente. Che là un pezzo di socialdemocrazia si è spostato nettamente sul terreno dell'anticapitalismo, aprendo possibilità unitarie inedite. In Italia si vorrebbe ristrutturare la sinistra alternativa portando la sua componente più avanzata (quella che si ha dato vita al progetto della rifondazione comunista) verso una prospettiva di riformismo compatibile con l'egemonia della sinistra moderata del PD.

Tornando al pezzo di Liberazione di stamattina mi sembra che rientri in quel modello diffuso di cattivo giornalismo italiano che guarda sempre alle dinamiche europee e internazionali con le specchio deformante delle logiche di bottega nazionali.