Per tutto il tempo della campagna congressuale gli esponenti dell'area guidata da Niki Vendola hanno sempre sdegnosamente negato di voler mettere in discussione l'esistenza di Rifondazione Comunista. Finito il Congresso e grazie soprattutto al controllo di Liberazione hanno avviato una offensiva che mette in campo esplicitamente la richiesta di superamento del PRC.
Vendola lo ha dichiarato apertamente al seminario di Sinistra Democratica, dove ha precisato che alla fine del percorso della costituente di sinistra ci sarà un nuovo partito. Gennaro Migliore lo ha scritto su Liberazione intervenendo nella polemica sulle dichiarazioni del segretario regionale della Toscana, critiche (un po' fuori segno in effetti) nei confronti di Bertinotti. Il giornale di Sansonetti sta conducendo una campagna furibonda contro il comunismo e contro le ragioni dell'esistenza del PRC.
Ci si può chiedere perché questi argomenti non li abbiano posti al centro della loro campagna congressuale, cercando senza infingimenti il consenso degli iscritti (magari quelli veri) sulla loro proposta.
Lasciando da parte gli elementi di polemica, vorrei tornare sulle tre questioni fondamentali che vengono poste a base della proposta di cancellazione del PRC. In estrema sintesi mi sembrano questi:
1) il comunismo è morto;
2) il capitalismo è cambiato:
3) la formazione del Partito Democratico ha lasciato un vuoto a sinistra che va colmato da una nuova forza politica.
Dei tre temi indicati il più interessante mi sembra il terzo, anche perché è quello più direttamente legato ad una discussione strategica, che risponda alla domanda "che fare?", piuttosto che identitaria, utile a rispondere alla domanda "chi siamo?".
Quanto alla prima questione non mi sembra che il comunismo sia più morto adesso di quanto non lo fosse vent'anni fa. Il fallimento del socialismo reale era accertabile in pratica da una quarantina di anni. Le argomentazioni in proposito sono del tutto ricalcate sulle tesi di Occhetto al momento dello scioglimento del PCI. (Meriterebbe un approfondimento a questo proposito la distinzione tra comunismo-movimento e comunismo-partito sulla quale vorrei ritornare in una successiva occasione).
Il fatto che il capitalismo si cambiato è vero, ma la portata teorica di questo cambiamento non è ancora così chiara. Cini lo ha sintetizzato nel superamento del valore-lavoro come base del profitto e nalla conseguente fine della classe operaia. La risposta potrebbe essere che ciò non cambia il meccanismo interno del capitalismo nella ricerca della propria valorizzazione e semmai assume all'interno del proprio meccanismo nuovi territori sociali e aspetti della vita umana. Se il comunismo è l'orizzonte di una società che rimetta in discussione la subordinazione di ogni cosa al profitto e l'espansione di tutte le relazioni sociali e le potenzialità di libertà dell'individuo sottraendole alla logica del valore di scambio, si può dire che questa società altra possiamo continuare a definirla come comunismo, in attesa di una definizione migliore.
Comunque sembra difficile far derivare la proposta di creazione di una forza politica storicamente e geograficamente determinata, a partire da una analisi generalissima dello stadio in cui si trova il capitalismo. Si farebbe un passo indietro rispetto all'idea che le forze politiche nascano a partire da un programma e da un progetto e non da una particolare interpretazione teorica.
Dicevo che il terzo punto è quello che ci riporta più direttamente ad un confronto strategico e non identitario (sulla cui effettiva utilità mantengo molti dubbi). La nascita del Partito Democratico - si sostiene - avrebbe portato al superamento dell'idea delle due sinistre. Il partito di Veltroni non sarebbe più un partito di sinistra, esiste quindi un vuoto che va colmato e questo non può farlo una forza politica che si richiami al comunismo, seppur rifondato.
Questo mi sembra il vero punto di sostanza che vale la pena di discutere, tutto il resto (la "sinistra diffusa", il "nuovo alfabeto", ecc.) mi pare aria fritta. Ci sono due elementi sbagliati in questa analisi. La prima riguarda proprio il Partito Democratico. Anche se la formazione del PD ha rappresentato una ricerca di spostamento verso il centro, a me non pare che vi sia stato un vero mutamento di natura sociale di questo partito. Siamo ancora di fronte ad una formazione di sinistra social-liberale fondamentalmente analoga alle grandi socialdemocrazie europee. Il PD resta l'espressione politica dell'opinione pubblica di sinistra moderata. Non c'è quindi un vuoto di sinistra, in astratto, da colmare.
E' ancora l'altra sinistra, quella "alternativa", "antagonista", "anticapitalista" o come la vogliamo chiamare che ha bisogno di trovare una rappresentanza politica adeguata sulla base un progetto strategico del tutto distinto ed alternativo al PD. Dove alternatività non può significare settarismo e non esclude forme puntuali di applicazione della strategia che in altri tempi si sarebbe chiamata di "fronte unico".
In Italia, a differenza di altri Paesi europei (tra cui la Germania, l'Olanda, ecc.) è difficile dare visibilità politica a questa sinistra cancellando il riferimento al comunismo. Non per ragioni ideologiche astratte, ma perché in Italia il movimento comunista ha avuto radici di massa (il PCI ma non solo) e una vitalità culturale che non ha avuto in molti altri Paesi europei. Lo stesso esito del voto della Sinistra Arcobaleno, pur non essendo interamente imputabile al contenitore elettorale, quanto alla sconfitta politica subita nel governo, ha dimostrato che la ricerca di una identità minimalista non ha prodotto grandi risultati, tutt'altro.
Un partito a bassa identità, rischia alla fine di essere indistinguibile dal PD. Nel tentativo di rappresentare tutta la sinistra, finirebbe per non rappresentarne nessuna.