venerdì 28 novembre 2008

Il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica

Approfitto della pausa negli inteventi sull'attualità, per "postare" il testo che ho utilizzato com base per una serata seminariale del mio circolo, sul tema del rapporto storicamente intercorso tra il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica. Il testo aveva una funzione introduttiva e sintetica su un tema piuttosto complesso e oggetto di molti e ricorrenti dibattiti.

Il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica

domenica 16 novembre 2008

Dalla Costituente al "big bang"

Fausto Bertinotti è intervenuto nel dibattito politico dentro e fuori Rifondazione Comunista con un lungo articolo intitolato, un po' pomposamente, "15 tesi per la sinistra". L'orientamento di fondo resta quello già emerso nella fase precedente alle ultime elezioni politiche: il superamento del PRC e la costruzione di un "soggetto politico" che si sleghi da ogni riferimento al comunismo.

Oltre a questo nell'articolo ci sono diversi elementi che intervengono più concretamente nella discussione in atto nei soggetti che hanno dato vita all'Associazione "Per la Sinistra", in qualche caso entrando in conflitto con la componente che più chiaramente ha formulato gli obbiettivi politici dell'associazione, ovvero Sinistra Democratica.

Mi sembra di capire che Bertinotti sia anche insoddisfatto di come i suoi stiano gestendo il processo di fuoriuscita dal PRC e cerchi di delineare una prospettiva che eviti la disgregazione dell'area vendoliana fra scissionisti e attendisti.

Il punto di partenza dell'analisi bertinottiana è che oggi non sia più possibile una qualche forma di "rinnovamento nella continuità". L'ultima occasione è stata quella del movimento altermondialista, svanita la quale e aggiunta la sconfitta storica alle elezioni politiche, non resta che partire da zero. Bisogna ricostruire la sinistra a partire dalla libertà e dall'eguaglianza e nell'ottica di una ricerca sul socialismo del XXI secolo. Il riferimento al comunismo per una forza politica che deve nascere da zero è considerato escludente per chi non vi si riconosce come elemento simbolico e troppo radicale per una forza che oggi può realisticamente porsi al più il richiamo ad un nuovo socialismo.

La rinascita della sinistra dovrebbe avvenire attraverso un "big bang" (metafora già usata anni fa in Francia da Michel Rocard e dalla quale non derivò invero alcun risultato utile per la sinistra francese). Bertinotti liquida la sua teoria delle due sinistre a partire dall'affermazione che il PD non è di sinistra (mescolando erroneamente paradigma teorico e dato empirico per di più discutibile). Inoltre aggiunge che le singole forze che hanno costituito la Sinistra Arcobaleno non hanno singolarmente la "massa critica" per ricostruire la sinistra in Italia, o addirittura in Europa.

In questo processo di ricostruzione della sinistra, Bertinotti rivendica una linea di autonomia dal PD. In questo passaggio entra apertamente in contrasto con la linea di Sinistra Democratica del "nuovo centrosinistra". La crisi del centrosinistra - governare la globalizzazione - si è rivelata fallimentare ed è ancora meno riproponibile ala luce della crisi del capitalismo.

Il processo costituente va avviato subito e deve basarsi sul principio di legittimazione democratica "una testa, un voto" che deve valere sin dall'inizio. Oltre alla modifica delle relazioni interne al nuovo soggetto, che dovrebbero essere basate sul principio della nonviolenza, Bertinotti lancia l'idea - mi pare formulata in modo così netto per la prima volta - dell'articolazione regionale della sinistra. Dovrebbe così nascere la sinistra sarda, pugliese, toscana, lombarda e questo consentirebbe di ripartire dal basso.

Bisogna dire che rispetto agli interventi dei vendoliani (con la parziale eccezione di Alfonso Gianni), questo intervento presenta una visione organica e non banale del processo e compie anche alcune scelte politiche chiare. Basta leggere l'intervento di stamattina di Vendola su Liberazione, tanto ricco di metafore, quanto povero di contenuti, per capire la differenza. Vendola sta a Bertinotti come il Rococo' sta al Barocco. Se il secondo è un contenuto a volte inutilmente appesantito da eccessi formali ed estetismi, il primo è una forma senza contenuto.

Le "15 tesi" meriterebbero di essere discusse in dettaglio. Ma alcune considerazioni sintetiche si possono fare. Esse ripropongono alcuni dei pregi e dei difetti dell'impostazione di Bertinotti. La capacità di pensare l'innovazione, di rilanciare una prospettiva quando si viene messi nell'angolo da un lato, come anche l'impressionionismo dell'analisi e la mancanza di un bilancio delle scelte politiche compiute dall'altro sono presenti.

La crisi della sinistra alternativa italiana, viene trasformata in crisi della sinistra europea senza portare a sostegno di questa tesi alcun dato. In realtà in Europa ci sono tendenze molto differenziate. Partiti in crescita e partiti in crisi, e questo a prescindere dagli specifici profili politico-ideologici delle singole formazioni. La sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene trasformata in un evento epocale di dimensione continentale e in quanto tale sottratto alle specifiche scelte politiche compiute negli anni precedenti. La sconfitta è un evento che ha un "dopo" ma mai un "prima".

Questo consente di rendere autonoma la proposta dall'analisi. L'idea di Bertinotti di superare il PRC e di dar vita ad un nuovo soggetto politico è nata prima della sconfitta elettorale ma viene ripresentata sostanzialmente identica dopo la sconfitta, anzi come risposta necessaria a quest'ultima. Si critica il - vero o supposto - ripiegamento identitario ma non si spiega come mai il peggior risultato elettorale della storia del PRC lo si sia ottenuto quando non ci si è presentati con il proprio simbolo.

L'altro punto di analisi sul quale si dovrebbe discutere, e che non condivido come ho già detto in un post precedente, riguarda l'affermazione secondo cui il PD non è più di sinistra. Da questo discende che non più la sinistra alternativa sia da rimettere in campo, ma la sinistra tout cour. L'espulsione del PD dal campo della sinistra è condiviso sia da parte di coloro che auspicano la formazione di un partito socialdemocratico a copertura del vuoto lasciato dalla fine dei DS, sia da coloro che vogliono la rottura totale col PD ad ogni livello. A me pare un tentativo di rimuovere il fatto che il PD occupi gran parte dello spazio della sinistra italiana con un esorcismo.

Sorvolo sulla proposta di costruire sinistre regionali che mi sembra abbastanza bizzarra (perché allora non sinistre provinciali o comunali) se non come strumento tattico per consentire di far partire la Costituente nelle regioni dove i vendoliani hanno vinto il Congresso. Mi sembra invece che vi sia un elemento di contraddizione non risolto sulla questione della vita interna del nuovo soggetto politico. Da una parte si afferma il principio del voto dall'altra quello della nonviolenza. Il primo è quello della maggioranza che vince sempre e vince tutto, sostenuto anche nell'ultimo Congresso (dove anzi si è asserito che bastava essere la minoranza più grande per poter vincere tutto) e il secondo afferma invece una pratica di condivisione delle decisioni e di costruzione del consenso.

lunedì 10 novembre 2008

I "vendoliani" parlano di superamento del PRC dopo averlo negato al Congresso

Per tutto il tempo della campagna congressuale gli esponenti dell'area guidata da Niki Vendola hanno sempre sdegnosamente negato di voler mettere in discussione l'esistenza di Rifondazione Comunista. Finito il Congresso e grazie soprattutto al controllo di Liberazione hanno avviato una offensiva che mette in campo esplicitamente la richiesta di superamento del PRC.

Vendola lo ha dichiarato apertamente al seminario di Sinistra Democratica, dove ha precisato che alla fine del percorso della costituente di sinistra ci sarà un nuovo partito. Gennaro Migliore lo ha scritto su Liberazione intervenendo nella polemica sulle dichiarazioni del segretario regionale della Toscana, critiche (un po' fuori segno in effetti) nei confronti di Bertinotti. Il giornale di Sansonetti sta conducendo una campagna furibonda contro il comunismo e contro le ragioni dell'esistenza del PRC.

Ci si può chiedere perché questi argomenti non li abbiano posti al centro della loro campagna congressuale, cercando senza infingimenti il consenso degli iscritti (magari quelli veri) sulla loro proposta.

Lasciando da parte gli elementi di polemica, vorrei tornare sulle tre questioni fondamentali che vengono poste a base della proposta di cancellazione del PRC. In estrema sintesi mi sembrano questi:

1) il comunismo è morto;

2) il capitalismo è cambiato:

3) la formazione del Partito Democratico ha lasciato un vuoto a sinistra che va colmato da una nuova forza politica.

Dei tre temi indicati il più interessante mi sembra il terzo, anche perché è quello più direttamente legato ad una discussione strategica, che risponda alla domanda "che fare?", piuttosto che identitaria, utile a rispondere alla domanda "chi siamo?".

Quanto alla prima questione non mi sembra che il comunismo sia più morto adesso di quanto non lo fosse vent'anni fa. Il fallimento del socialismo reale era accertabile in pratica da una quarantina di anni. Le argomentazioni in proposito sono del tutto ricalcate sulle tesi di Occhetto al momento dello scioglimento del PCI. (Meriterebbe un approfondimento a questo proposito la distinzione tra comunismo-movimento e comunismo-partito sulla quale vorrei ritornare in una successiva occasione).

Il fatto che il capitalismo si cambiato è vero, ma la portata teorica di questo cambiamento non è ancora così chiara. Cini lo ha sintetizzato nel superamento del valore-lavoro come base del profitto e nalla conseguente fine della classe operaia. La risposta potrebbe essere che ciò non cambia il meccanismo interno del capitalismo nella ricerca della propria valorizzazione e semmai assume all'interno del proprio meccanismo nuovi territori sociali e aspetti della vita umana. Se il comunismo è l'orizzonte di una società che rimetta in discussione la subordinazione di ogni cosa al profitto e l'espansione di tutte le relazioni sociali e le potenzialità di libertà dell'individuo sottraendole alla logica del valore di scambio, si può dire che questa società altra possiamo continuare a definirla come comunismo, in attesa di una definizione migliore.

Comunque sembra difficile far derivare la proposta di creazione di una forza politica storicamente e geograficamente determinata, a partire da una analisi generalissima dello stadio in cui si trova il capitalismo. Si farebbe un passo indietro rispetto all'idea che le forze politiche nascano a partire da un programma e da un progetto e non da una particolare interpretazione teorica.

Dicevo che il terzo punto è quello che ci riporta più direttamente ad un confronto strategico e non identitario (sulla cui effettiva utilità mantengo molti dubbi). La nascita del Partito Democratico - si sostiene - avrebbe portato al superamento dell'idea delle due sinistre. Il partito di Veltroni non sarebbe più un partito di sinistra, esiste quindi un vuoto che va colmato e questo non può farlo una forza politica che si richiami al comunismo, seppur rifondato.

Questo mi sembra il vero punto di sostanza che vale la pena di discutere, tutto il resto (la "sinistra diffusa", il "nuovo alfabeto", ecc.) mi pare aria fritta. Ci sono due elementi sbagliati in questa analisi. La prima riguarda proprio il Partito Democratico. Anche se la formazione del PD ha rappresentato una ricerca di spostamento verso il centro, a me non pare che vi sia stato un vero mutamento di natura sociale di questo partito. Siamo ancora di fronte ad una formazione di sinistra social-liberale fondamentalmente analoga alle grandi socialdemocrazie europee. Il PD resta l'espressione politica dell'opinione pubblica di sinistra moderata. Non c'è quindi un vuoto di sinistra, in astratto, da colmare.

E' ancora l'altra sinistra, quella "alternativa", "antagonista", "anticapitalista" o come la vogliamo chiamare che ha bisogno di trovare una rappresentanza politica adeguata sulla base un progetto strategico del tutto distinto ed alternativo al PD. Dove alternatività non può significare settarismo e non esclude forme puntuali di applicazione della strategia che in altri tempi si sarebbe chiamata di "fronte unico".

In Italia, a differenza di altri Paesi europei (tra cui la Germania, l'Olanda, ecc.) è difficile dare visibilità politica a questa sinistra cancellando il riferimento al comunismo. Non per ragioni ideologiche astratte, ma perché in Italia il movimento comunista ha avuto radici di massa (il PCI ma non solo) e una vitalità culturale che non ha avuto in molti altri Paesi europei. Lo stesso esito del voto della Sinistra Arcobaleno, pur non essendo interamente imputabile al contenitore elettorale, quanto alla sconfitta politica subita nel governo, ha dimostrato che la ricerca di una identità minimalista non ha prodotto grandi risultati, tutt'altro.

Un partito a bassa identità, rischia alla fine di essere indistinguibile dal PD. Nel tentativo di rappresentare tutta la sinistra, finirebbe per non rappresentarne nessuna.