Con il lungo articolo di Marcello Cini, pubblicato domenica scorsa, Liberazione prosegue la campagna per il superamento di Rifondazione comunista. Il tentativo è di dare una base teorica alla prospettiva del nuovo partito di sinistra. Le tesi di Cini sono queste:
1) occorre superare la divisione tra le "anime ottocentesche" del movimento operaio (rivoluzionari e riformisti?).
2) esistono due teorie marxiane dell'accumulazione: una presentata nel Capitale e nota come teoria del valore-lavoro, sulla base della quale si fonda l'analisi scientifica e non moralistica del concetto di sfruttamento; la seconda, avanzata nei Grundrisse come ipotesi per il futuro, vede nella sviluppo della scienza e della tecnologia il superamento del tempo di lavoro e del lavoro stesso come base per la produzione della ricchezza.
3) il capitale espropria l'intelligenza collettiva generata dalla competizione spontanea e gratuita delle persone trasformando "beni comuni" immateriali in merci.
4) tutto questo riduce il peso del lavoro nel conflitto col capitale. Il risultato di fatto è che gli operai esistono ma la classe operaia non c'è più.
5) la strada utile diventa quella di perseguire le forme del mutualismo dei socialisti utopisti.
6) per effetto del crollo dell'URSS il comunismo rappresenta "un fardello" e comunque evoca sentimenti privi di riferimento nella realtà sociale di oggi.
7) il riferimento al comunismo significherebbe costringere la futura sinistra in un letto di Procuste (mito greco che implica il tentativo di ridurre le persone, in questo caso un movimento, ad una sola misura e dimensione) che taglierebbe via altre culture come il femminismo, la nonviolenza gandhiana, ecc.
8) infine Cini ricorda che le idee di Rosa Luxemburg sono state emarginate dal "leninismo imperante".
Nell'insieme ne emerge un effetto zibaldone, anche se chiarissimo nel suo obbiettivo politico, perché si tratta di elementi tra loro molto diversi, alcuni di carattere teorico altri pratico-empirici, in generale non molto originali.
Se si legge con attenzione il testo di Cini si vede che c'è uno scarto tra la parte teorica e quella pratica. Non c'è in realtà nessun legame logico tra la riflessione sull'analisi marxiana del capitalismo e quella sulla necessità di superare il riferimento al comunismo.
Innanzi tutto, il passaggio ad un capitalismo non più fondato sullo sfruttamento del lavoro e l'irrilevanza del tempo di lavoro come base del valore, non mi pare così evidente. Perchè l'establishment politico-economico del capitalismo insiste così tanto sul prolungamento dell'orario di lavoro e della vita lavorativa (direttiva europea sulle 65 ore settimanale, detassazione degli straordinari, rinvio dell'età del pensionamento, ecc.)? Tutto questo sembra indicare semmai che lo sfruttamento, nel senso del Marx del Capitale, resta un elemento fondante della capacità di valorizzazione (produzione di profitto) del capitale. Questo anche in presenza della crescita del ruolo produttivo della scienza e della tecnologia.
Semmai la crisi del processo di finanziarizzazione che è in atto, indica che il capitalismo neoliberista ha perseguito un'altra strada per accrescere i propri tassi di sviluppo (parallelamente all'intensificazione dello sfruttamento) piuttosto che l'espansione del ruolo della scienza e della tecnologia. Questa espansione del lato finanziario del capitale è entrata in crisi ed è presumibile che esso ora punti, in una certa misura, ad una ripresa della forma classica di autovalorizzazione, ovvero la produzione di merci.
La crisi della politica basata sull'azione organizzata della classe operaia, nelle sue varie correnti politiche e forme organizzative, non nasce tanto dal superamento del lavoro come base della produzione di valore, quanto dalla sua frammentazione. Sono stati rafforzati, in parte consapevolmente in parte per le dinamiche di sviluppo del capitalismo, tutti gli elementi di frattura e di scomposizione della classe operaia.
Esiste quindi una scomparsa della classe operaia come soggetto politico, ed è questo un dato irreversibile com sostiene Cini (e, mi pare, anche Tronti)? La risposta a questo quesito non è scontata, anche se personalmente sarei per rispondere negativamente. Certo non è pensabile una ricomposizione di un blocco sociale omogeneo, fortemente organizzato, come è stato nelle fasi più alte di sviluppo del movimento operaio. Almeno ne paesi capitalistici sviluppati manca la composizione materiale necessaria.
Ma il comunismo è irriducibilmente legato al ruolo della classe operaia come sembra indicare (ma non scrive esplicitamente Cini)? Non necessariamente. Se esso indica un movimento di liberazione che ha come antagonista il capitalismo, il comunismo in quanto movimento sociale, in quanto forza che aspira a mettere in discussione la subordinazione dell'uomo al profitto e alla sua riduzione a merce, resta in campo.
Può assumere forme storiche diverse, non è nemmeno legato alla particolare configurazione che i partiti comunisti di ispirazione leniniana prima, staliniana poi, hanno assunto nel novecento. Ma già da diversi decenni si è aperta una strada ad un comunismo antistalinista e post-leninista che si intreccia alle altre culture antagoniste. Non c'è affatto un prendere o lasciare fra comunismo e femminismo, comunismo e ambientalismo, ecc. Se il comunismo si è arricchito da questo confronto è pensabile che ciò possa avvenire anche per le altre culture antagoniste.
Ciò che è emerso storicamente è che le correnti comuniste, almeno quelle non dogmatiche, non rivendicano più una sorta di primato assoluto su tutte le forze che si battono contro la subordinazione della società alla logica del profitto, ma si considerano parte di un movimento politico-sociale più ampio. All'interno di questo soggetto, esso sì realmente plurale, le correnti comuniste non dogmatiche possono sviluppare un ruolo analogo a quello indicato da Marx alla conclusione del Manifesto.
Cancellare la prospettiva della rifondazione comunista (prima ancora del partito che ne porta il nome) significa impoverire il processo di costruzione di una sinistra anticapitalista larga, plurale e socialmente radicata.
Fuori come un balcone
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Adesso siamo sicuri che anche Erdogan è ‘fuori come un balcone’ !!! Quale
sarebbe il modello turco da seguire? Quello che fracassa la gente in
piazza? P...
2 settimane fa


