lunedì 27 ottobre 2008

Marcello Cini ripropone l'addio al comunismo

Con il lungo articolo di Marcello Cini, pubblicato domenica scorsa, Liberazione prosegue la campagna per il superamento di Rifondazione comunista. Il tentativo è di dare una base teorica alla prospettiva del nuovo partito di sinistra. Le tesi di Cini sono queste:

1) occorre superare la divisione tra le "anime ottocentesche" del movimento operaio (rivoluzionari e riformisti?).

2) esistono due teorie marxiane dell'accumulazione: una presentata nel Capitale e nota come teoria del valore-lavoro, sulla base della quale si fonda l'analisi scientifica e non moralistica del concetto di sfruttamento; la seconda, avanzata nei Grundrisse come ipotesi per il futuro, vede nella sviluppo della scienza e della tecnologia il superamento del tempo di lavoro e del lavoro stesso come base per la produzione della ricchezza.

3) il capitale espropria l'intelligenza collettiva generata dalla competizione spontanea e gratuita delle persone trasformando "beni comuni" immateriali in merci.

4) tutto questo riduce il peso del lavoro nel conflitto col capitale. Il risultato di fatto è che gli operai esistono ma la classe operaia non c'è più.

5) la strada utile diventa quella di perseguire le forme del mutualismo dei socialisti utopisti.

6) per effetto del crollo dell'URSS il comunismo rappresenta "un fardello" e comunque evoca sentimenti privi di riferimento nella realtà sociale di oggi.

7) il riferimento al comunismo significherebbe costringere la futura sinistra in un letto di Procuste (mito greco che implica il tentativo di ridurre le persone, in questo caso un movimento, ad una sola misura e dimensione) che taglierebbe via altre culture come il femminismo, la nonviolenza gandhiana, ecc.

8) infine Cini ricorda che le idee di Rosa Luxemburg sono state emarginate dal "leninismo imperante".

Nell'insieme ne emerge un effetto zibaldone, anche se chiarissimo nel suo obbiettivo politico, perché si tratta di elementi tra loro molto diversi, alcuni di carattere teorico altri pratico-empirici, in generale non molto originali.

Se si legge con attenzione il testo di Cini si vede che c'è uno scarto tra la parte teorica e quella pratica. Non c'è in realtà nessun legame logico tra la riflessione sull'analisi marxiana del capitalismo e quella sulla necessità di superare il riferimento al comunismo.

Innanzi tutto, il passaggio ad un capitalismo non più fondato sullo sfruttamento del lavoro e l'irrilevanza del tempo di lavoro come base del valore, non mi pare così evidente. Perchè l'establishment politico-economico del capitalismo insiste così tanto sul prolungamento dell'orario di lavoro e della vita lavorativa (direttiva europea sulle 65 ore settimanale, detassazione degli straordinari, rinvio dell'età del pensionamento, ecc.)? Tutto questo sembra indicare semmai che lo sfruttamento, nel senso del Marx del Capitale, resta un elemento fondante della capacità di valorizzazione (produzione di profitto) del capitale. Questo anche in presenza della crescita del ruolo produttivo della scienza e della tecnologia.

Semmai la crisi del processo di finanziarizzazione che è in atto, indica che il capitalismo neoliberista ha perseguito un'altra strada per accrescere i propri tassi di sviluppo (parallelamente all'intensificazione dello sfruttamento) piuttosto che l'espansione del ruolo della scienza e della tecnologia. Questa espansione del lato finanziario del capitale è entrata in crisi ed è presumibile che esso ora punti, in una certa misura, ad una ripresa della forma classica di autovalorizzazione, ovvero la produzione di merci.

La crisi della politica basata sull'azione organizzata della classe operaia, nelle sue varie correnti politiche e forme organizzative, non nasce tanto dal superamento del lavoro come base della produzione di valore, quanto dalla sua frammentazione. Sono stati rafforzati, in parte consapevolmente in parte per le dinamiche di sviluppo del capitalismo, tutti gli elementi di frattura e di scomposizione della classe operaia.

Esiste quindi una scomparsa della classe operaia come soggetto politico, ed è questo un dato irreversibile com sostiene Cini (e, mi pare, anche Tronti)? La risposta a questo quesito non è scontata, anche se personalmente sarei per rispondere negativamente. Certo non è pensabile una ricomposizione di un blocco sociale omogeneo, fortemente organizzato, come è stato nelle fasi più alte di sviluppo del movimento operaio. Almeno ne paesi capitalistici sviluppati manca la composizione materiale necessaria.

Ma il comunismo è irriducibilmente legato al ruolo della classe operaia come sembra indicare (ma non scrive esplicitamente Cini)? Non necessariamente. Se esso indica un movimento di liberazione che ha come antagonista il capitalismo, il comunismo in quanto movimento sociale, in quanto forza che aspira a mettere in discussione la subordinazione dell'uomo al profitto e alla sua riduzione a merce, resta in campo.

Può assumere forme storiche diverse, non è nemmeno legato alla particolare configurazione che i partiti comunisti di ispirazione leniniana prima, staliniana poi, hanno assunto nel novecento. Ma già da diversi decenni si è aperta una strada ad un comunismo antistalinista e post-leninista che si intreccia alle altre culture antagoniste. Non c'è affatto un prendere o lasciare fra comunismo e femminismo, comunismo e ambientalismo, ecc. Se il comunismo si è arricchito da questo confronto è pensabile che ciò possa avvenire anche per le altre culture antagoniste.

Ciò che è emerso storicamente è che le correnti comuniste, almeno quelle non dogmatiche, non rivendicano più una sorta di primato assoluto su tutte le forze che si battono contro la subordinazione della società alla logica del profitto, ma si considerano parte di un movimento politico-sociale più ampio. All'interno di questo soggetto, esso sì realmente plurale, le correnti comuniste non dogmatiche possono sviluppare un ruolo analogo a quello indicato da Marx alla conclusione del Manifesto.

Cancellare la prospettiva della rifondazione comunista (prima ancora del partito che ne porta il nome) significa impoverire il processo di costruzione di una sinistra anticapitalista larga, plurale e socialmente radicata.

martedì 21 ottobre 2008

Dopo l'Ottantanove. Le sinistre e l'Internazionale

Tramite Scribd ho messo in rete, in versione pdf, un lavoro di qualche anno fa sulle varie correnti internazionali di sinistra (dalla socialdemocrazia all'estrema sinistra trotskista e maoista) dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Il saggio era stato pubblicato come quaderno separato della rivista Alternative. Chi è interessato può accedere da qui e scaricarlo. Ogni commento è benvenuto:

domenica 19 ottobre 2008

Sansonetti, la tenaglia e le giraffe

Dopo l'editoriale successivo alla manifestazione dell'11 ottobre nel quale sembrava lasciare intendere la volontà di trovare una forma di convivenza con la politica di Rifondazione (o almeno era questa la mia supposizione), Sansonetti ha ripreso a sparare a zero contro Rifondazione comunista e la sua maggioranza.

La rilevanza dell'editoriale non sta tanto nel suo contenuto, la necessità di andare "oltre" Rifondazione Comunista, già riscritto più volte, quanto la tempistica. Sembra evidente la preoccupazione che il successo della manifestazione dell'11 ottobre, la ripresa dei movimenti di lotta, l'evoluzione complessiva del quadro politico e sociale e lo sforzo del PRC di riprendere l'iniziativa, indeboliscano rapidamente l'ipotesi dello scioglimento del partito e della costituzione di una nuova forza politica di sinistra.

E' necessario mantenere il PRC in una situazione di precarietà politica, dare l'idea all'interno e all'esterno che lo scontro tra la maggioranza di Chianciano e la minoranza vendoliana è ancora vivo e che il partito rimane sull'orlo della dissoluzione. Per questo la postazione di Liberazione resta fondamentale per i vendoliani e si comprende il ricatto della minoranza nell'ultima direzione (si veda l'intervento di Alfonso Gianni), con la minaccia dell'abbandono dell'organismo dirigente in caso di rimozione di Sansonetti.

Ma non è questo il punto che mi preme sottolineare, quanto evidenziare un altro aspetto della gestione del giornale da parte del suo direttore. Sansonetti non dà spazio solo agli opinionisti del giornale (praticamente tutti vendoliani) come Rina Gagliardi, Alfonso Gianni, Ritanna Armeni, come peraltro anche i commentatori politici, ecc. Ha anche recuperato una serie di voci di critici di sinistra alle quali sta dando molto rilievo. E' il caso di Cremaschi, di Cannavò (leader di Sinistra Critica) di Bifo (ex autonomia bolognese), ora Francesco Raparelli in qualità di interprete del movimento di lotta nelle scuole (esponente dei disobbedenti romani "casariniani", organizzatore a suo tempo della contestazione di Bertinotti alla Sapienza).

Sono voci non omogenee all'asse della nuova formazione politica di sinistra (Fava-Vendola-Tronti) ma hanno quanto meno tra loro e con quelli un punto in comune. Essere sostenitori di progetti politici alternativi e conflittuali con Rifondazione Comunista. In questo senso mi sembra che Sansonetti usi il giornale non come semplice portavoce dell'area vendoliana ma come strumento per una strategia della "tenaglia" nei confronti di Rifondazione. Viene così composto una sorta di "fronte unico" nel quale sia da destra che da sinistra si ritrovano tutti coloro che individuano in Rifondazione Comunista un ostacolo da rimuovere.

In questo modo si può dare spazio al movimento degli studenti o allo sciopero del sindacalismo di base ma lo si colloca sempre in contraddizione con il possibile rilancio di Rifondazione Comunista e invece funzionale al progetto di costruzione della nuova forza politica di sinistra, anche quando questa si presenta in realtà in aperta contraddizione con il profilo politico e culturale di questi movimenti.

Questa operazione si accompagna a quell'altra più grossolana e mistificatoria sulla semplificazione del dibattito a sinistra tra i poli Rizzo/Occhetto. O con l'uno o con l'altro. Nella necessità di aprire un varco dentro Rifondazione, senza il quale il progettato nuovo partito di sinistra rischia di non trovare spazio, occorre cancellare non solo il Partito ma la stessa prospettiva della rifondazione comunista. Si vuole insomma delegittimare l'idea che il richiamo al comunismo (che non è mai stato e non è un tutto indifferenziato) non solo non sia un ostacolo, ma al contrario possa essere un impulso all'inserimento nei movimenti, all'apertura e all'innovazione culturale ecc.

Togliatti paragonò il PCI ad una "giraffa", un animale che nella sua implausibilità non sarebbe potuto esistere in teoria perché - tradotto in termini politici - irriducibile allo schema: o stalinismo o socialdemocrazia. Nel suo piccolo anche Rifondazione Comunista (benché ovviamente molto diversa dal PCI) aspirava ed aspira ad essere una "giraffa". Incomprimibile negli schemi ideologici costruiti a tavolino ma anche per questo sempre più vitale di quanto sperino i suoi numerosissimi affossatori. Tanti "imprenditori politici" a sinistra la percepiscono come un impedimento per la realizzazione dei propri progetti. Sono convinti, forse a ragione, che fin che resta in circolazione questo strano animale politico, tutte le loro costituenti e i loro partitini o partitelli non abbiano abbastanza "mercato" per fare strada.

domenica 12 ottobre 2008

Roma: la marcia degli "indicibili"

Partecipazione superiore alle aspettative quella che si è registrata alla manifestazione della sinistra alternativa ieri a Roma. Una scommessa vinta principalmente dalla nuova maggioranza del PRC e dal suo segretario. Alla luce delle cronache e dei commenti dei giornali di questa mattina si può provare a "postare" qualche riflessione in più.

Intanto i numeri. Ridicola la cifra di 20.000 data dalla questura, che secondo il Manifesto l'avrebbe ridotta in serata rispetto ad una iniziale e più attendibile di 100.000. La matematica è importante ma l'ossequio al potere, evidentemente, lo è di più. Quanti eravamo in realtà? Penso sia ragionevole parlare di 200.000 manifestanti. Ho visto sfilare tutto il corteo stando all'inizio di Via Cavour. La testa è partita alle 14,30, la coda alle 16,00 era ancora appena fuori da Piazza Repubblica.

Che cosa è cambiato rispetto alla manifestazione di un anno fa? Non ho visto il corteo dell'anno scorso dallo stesso punto, quindi non posso fare un paragone preciso. Grosso modo direi che c'è stato un 20-25% in meno. Il milione di partecipanti era una cifra del tutto simbolica, più probabile che si fosse attorno ai 250-300.000 reali. Se pensiamo che la manifestazione di quest'anno veniva dopo una catastrofica sconfitta elettorale e le divisioni congressuali e ha goduto (si far per dire) della totale censura mediatica, si capisce perché il risultato è assolutamente straordinario. Sulla partecipazione ha inciso l'assenza della sinistra CGIL. Mi riferisco a Lavoro Società, molto visibile lo scorso anno, non alla Rete 28 aprile. Quest'ultima, a parte le comparsate di Cremaschi ad uso dei media ed uno striminzito striscione l'anno scorso, non ha portato nessuno. Minore anche la presenza di realtà di movimento, a parte la romana Action. Forse anche qualche pezzo di Rifondazione vicino alla minoranza ha portato meno gente.

Nell'insieme è stata una manifestazione che ha mobilitato più le forze interne o vicine ai partiti. Le stesse difficoltà iniziali dei promotori, le divisioni tra e all'interno delle forze politiche, hanno reso più difficile far convergere pezzi di società che oggi si chiedono ancora se questa sinistra c'è e soprattutto che ruolo politico riuscirà a svolgere. Dal punto di vista dei rapporti numerici tra partiti direi che Rifondazione costituiva tra il 65 e il 70% del corteo, il PdCI tra il 20 e il 25%. Significativa politicamente, ma marginale numericamente la presenza di Sinistra Democratica - comunque qualche migliaio di militanti -, simbolica quella dei Verdi.

La composizione della manifestazione non è stata quella che cerca di raffigurare Vincino (un'altra matita del pentitismo di regime) sul Corriere. Molte donne, buona presenza di giovani. Direi persino migliore di quella che emerge dalla sociologia dei gruppi dirigenti. Anche il PdCI mi è sembrato, almeno da questo punto di vista, non inseribile nella categoria della "nostalgia" dei tempi che furono, con quell'aria da Komsomol invecchiato che avevo visto in altre occasioni.

Fino a qui alcuni dati di fatto, poi vengono le interpretazioni. Ci sono quelle sull'umore della manifestazione che possono essere anche contrastanti. Per la giornalista della versione on-line di Repubblica era "triste" per il suo collega della versione cartacea era "allegra". E ci sono le interpretazioni politiche.

Quelle dei dirigenti della forze politiche e dei giornalisti di riferimento tendono a riproporre i rispettivi schemi politici. Fava di Sinistra Democratica dichiara a Repubblica che entro l'anno ci sarà l'assemblea costituente della sinistra. "Questa gente - aggiunge - ci chiede di andare avanti". Capisco l'ottimismo della volontà, ma non mi pare che dalla manifestazione emergesse a gran voce il desiderio di dar vita ad un nuovo partito della sinistra superando PRC e PdCI.

I vendoliani da parte loro colgono l'occasione per annunciare, per la terza volta (prima a Chianciano, poi all'assemblea romana di fine settembre), la formazione dell'associazione politico-culturale, che adesso è diventata "Per la sinistra". Prima era scomparsa la parola comunista, ora anche la parola rifondazione. Siamo sempre alla partenza di un "processo costituente" - cito le parole di Vendola riportate dal Manifesto - "difficile da descrivere", il "cammino di una cosa che è appena in nuce", che si sta "prefigurando". Verrebbe da dire "poche idee e sempre più confuse" se non fosse per l'impressione che in realtà l'esito di quel processo sia molto più predeterminato di quanto si voglia far credere. Comunque sia il successo di questa manifestazione non li aiuta.

Né mi pare che, dall'altra parte, il tristissimo e poco numeroso spezzone della "Costituente Comunista" di Marco Rizzo - qualche decina di persone in tutto-, con la sua solidarietà incondizionata alla Russia di Putin e l'idea che si debbano azzerare PRC e PdCI per creare un partito neo-stalinista, esca particolarmente rafforzato da questa manifestazione.

Fra i commenti precotti quello di Sansonetti che, dopo aver citato Ferrero (d'altra parte avendo appena intascato un milione di euro in più per pagare i debiti della sua direzione del giornale avrà pensato che questo sforzo poteva pure farlo), ripropone la lettura basata sulla dicotomia passato-futuro. Ci sono quelli preoccupati solo dell'identità e che quindi guardano al passato, mentre gli altri vogliono partire dall'idea di futuro. Però aggiunge che in fondo i secondi, tra cui lo stesso Sansonetti, suppongo, potrebbero pure accettare di lavorare insieme con i primi (pur scrutandoli "con diffidenza").

A me sembra invece che dalla manifestazione di Roma emergesse la possibilità di coniugare il"chi siamo", ovvero l'identità (che tiene dentro in realtà anche storie, punti di vista e sensibilità diverse ed è già anch'essa una identità plurale) con il "che fare", ovvero la costruzione di una strategia che possa intervenire sui nodi attuali della crisi della democrazia e del capitalismo. Ritenendo, al contrario di quello che pensa Sansonetti, che i due aspetti non siano per nulla contraddittori.

venerdì 10 ottobre 2008

Pessimo intervento della Armeni nel dibattito su Liberazione

L'articolo di Ritanna Armeni uscito stamattina su Liberazione può essere considerato a buon titolo il peggior intervento nel dibattito sul futuro del giornale che sia stato pubblicato fino ad oggi (ma ci si può sempre aspettare il peggio).

La Armeni parla di "cupio dissolvi" (desiderio di morire, di autodissolversi, detto in italiano) della politica di sinistra a partire dalle elezioni di aprile, la cui principale responsabilità sarebbe naturalmente da attribuire alla "maggioranza di Rifondazione". La quale maggioranza avrebbe in mente "un altro atto di dissolvimento: la chiusura di Liberazione, l'allontanamento del suo direttore, la normalizzazione del giornale, la richiesta di obbedienza (se no si perde il posto di lavoro?) ai suoi redattori".

Quali siano i precedenti "atti di dissolvimento" la Armeni non li precisa, ma la coerenza logica del ragionamento non è così evidente. Parrebbe a noi, che peraltro siamo, come disse Vendola "culturalmente arretrati" e un po' trinariciuti, che la normalizzazione del giornale e la sua chiusura siano due azioni incompatibili e che sia difficile mettere in atto contemporaneamente l'una e l'altra.

Ora lasciamo da parte i salti logici ed anche la tendenza degli opinionisti di area vendoliana a tradurre in caricatura le posizioni altrui, come il riferimento al "marxismo leninismo" o la raffigurazione di una maggioranza intenta ad "osservarsi allo specchio della propria identità". Nei loro interventi si raffigura ormai una sinistra in cui o si sta con Vendola (per fare che cosa esattamente non lo hanno ancora spiegato con chiarezza) o si è scorie del comunismo, da identificare "senza se e senza ma" con Pol Pot, Stalin-Beria-Ghepeù ecc.

Concentriamoci sulla questione di merito, ovvero il futuro di Liberazione. I problemi sono sostanzialmente tre: come fare a pagare i conti, se Sansonetti debba continuare ad esserne il direttore, quale sia l'ambito di autonomia del giornale.

Il primo è il più semplice da definire e naturalmente il più difficile da risolvere. Liberazione costa 9 milioni di euro all'anno, ne incassa 3 tra vendita, abbonamenti e pubblicità. Dei 6 milioni che mancano 4 li ha coperti con i soldi pubblici. Senza questi (che se non spariranno si ridurranno consistentemente se ancorati, come peraltro sarebbe giusto fare, alle vendite e non alle tirature) qualcuno deve trovarli. E' evidente che Rifondazione consumerebbe in questa impresa gran parte dei contributi derivanti dal rimborso delle spese elettorali, fino ad esaurire le proprie risorse. Liberazione sarebbe salva per 2-3 anni al termine dei quali fallirebbero sia il giornale che il partito. Verrebbe pure da pensare che alla fine sia quest ultimo il vero obbiettivo dei sostenitori della direzione Sansonetti.

Finora non mi sembra di aver letto un solo intervento tra quelli che difendono l'attuale corso del giornale che avanzi una sola proposta concreta su come affrontare la questione economica. La Armeni riesce a far di meglio. Risolve il problema scrivendo che "non crede ai bilanci, che sono in rosso, ma lo sono stati anche in passato". Dimentica che per la prima volta verrebbero aboliti i contributi pubblici e, sempre per la prima volta, Rifondazione non è più in Parlamento e quindi le difficoltà economiche sono moltiplicate. Ubbie da "marxisti-leninisti" penserà la nostra opinionista.

Sulla questione del Direttore, Sansonetti chiedeva esplicitamente se qualcuno volesse le sue dimissioni. Sarebbe forse opportuno a questo punto rispondergli di sì. La sua nomina, decisa da Bertinotti quando era segretario del partito, derivava da un rapporto fiduciario diretto ed era funzionale ad un progetto politico. Sembra del tutto logico pensare che per un giornale di partito sia meglio avere un direttore, che sia certamente il miglior giornalista possibile, ma anche vicino alla linea politica del partito stesso. Tanto più che Sansonetti non è in dissenso su qualche aspetto della politica di Rifondazione, è ostile alle stesse ragioni dell'esistenza del partito.

Il cambio di direttore a me sembra un passaggio logico in generale e del tutto necessario in questo caso. Questo aspetto si collega al tema dell'autonomia del giornale. La Armeni, avendolo già affrontato nel Manifesto e nell'Unità, lo ritiene stucchevole. In quei due giornali il problema dell'autonomia, che dovrà pure essere legato al tema del "chi paga?", è stato risolto nel primo caso trasformandolo in cooperativa e quindi vivendo di mezzi propri, nel secondo trovando degli editori privati, disposti eventualmente a coprire il disavanzo. Solo in Liberazione la totale autonomia dei giornalisti dovrebbe affiancarsi alla totale disponibilità di un partito a pagarne i costi.

La Armeni ritiene che un partito in crisi di consenso e di radicamento sociale se la prenda ingiustamente con Liberazione, mentre invece avrebbe bisogno di un giornale aperto che lo aiuti a incontrarsi e scontrarsi nella società. Proprio per questo la domanda che ci si dovrebbe porre (e che finora né Sansonetti, né i redattori del giornale hanno mai neanche pensato che possa essere l'oggetto della discussione) è la seguente: la direzione di Sansonetti in questi anni ha aiutato o contrastato lo sradicamento del partito, la sua perdita di consenso, lo scollamento tra gruppo dirigente e militanti? Il giornale non dovrebbe essere lo specchio del partito - si dice - ma forse lo è diventato solo del suo direttore, dei suoi redattori e dei suoi opinionisti.

domenica 5 ottobre 2008

L'indicibilità del comunismo e la questione dell'identità

Su Liberazione di stamattina Rina Gagliardi fa l'esegesi della frase di Bertinotti sull'"indicibilità" della parola comunismo, consegnata al grand commis dell'informazione di Stato, Bruno Vespa, per il suo ultimo libro.

La tesi di fondo è che ci si possa, individualmente, continuare a definire comunisti, ma che oggi non serva un partito che continui a richiamarsi al comunismo e sia meglio una forza che si ponga il compito di rappresentare "la sinistra", e quindi identitariamente più indefinita.

Il limite principale di tutto il ragionamento consiste nel portare argomenti che potevano essere validi anche 10 o 20 anni fa, ovvero quando si costituì il PRC o quando Bertinotti ne diventò segretario. Si poteva pensare che a ridosso del il crollo del muro di Berlino e della scomparsa dell'Unione Sovietica avesse ancora senso l'esistenza di una forza comunista?

A questa questione si diede una risposta positiva ma si disse anche che poteva avvenire solo attraverso un processo di rifondazione politica e culturale di ciò che deve essere una forza comunista. Questo scommessa poteva essere fatta in Italia, più che in altri Paesi, perché da noi c'era stato un Partito Comunista con dimensioni di massa e con un dibattito molto più ricco che altrove ed anche una estrema sinistra capace di portare contributi reali sia sul piano teorico che su quello dell'esperienza politica concreta. Perché c'era la lezione ricca di Gramsci ma anche di altre correnti magari minoritarie del movimento operaio.

Non tutto il PRC ha condiviso davvero e fino in fondo l'idea della "rifondazione comunista". Quando il PdCI nacque dalla scissione di Cossutta e Diliberto lo fece considerando che bisognasse abbandonare la stessa idea della rifondazione per collocarsi in una prospettiva continuista rispetto al PCI, "com'era e dov'era". Strategia che ha prodotto in realtà una sorta di PCI di cartapesta, un fondale fasullo come nelle cittadine ricostruite nei western all'italiana.

L'elemento di principale ricchezza del PRC, ed è anche quello che ne ha fatto sempre un partito in bilico, sempre un po' incompiuto, è stato nella scommettere che l'identità comunista potesse essere necessaria ma non sufficiente. E soprattutto che questa identità si definisse non sulla base dell'adesione ai modelli del passato ma dello stare concretamente dentro i processi politici del presente, dal confrontarsi con i movimenti e le culture anticapitaliste e antiliberiste che continuano a sgorgare dai conflitti prodotti dal dominio sempre più invadente del capitale.

Questa apertura, che ritengo del tutto giusta, ha prodotto anche qualche effetto collaterale negativo come un eccesso di eclettismo e di impressionismo. Anziché confrontarsi con le diverse correnti culturali per arricchire il proprio bagaglio, le si sono utilizzate strumentalmente in relazione alla tattica politica del momento. Così ad esempio si è passati dall'uso in qualche caso disinvolto dell'operaismo "di sinistra" di Toni Negri, all'infatuazione ora per l'operaismo "di destra" di Mario Tronti. Quello era funzionale all'immersione nel movimento no-global, questo al progetto della Costituente di Sinistra.

Rispetto alla definizione di una strategia per l'oggi serve a molto richiamare Pol Pot (che per la precisione storica non sterminò milioni di "boat-people" che erano vietnamiti, ma certamente milioni di suoi concittadini) come fa la Gagliardi ? Il quale Pol Pot come facilmente si dimentica, fu il primo a cambiare nome al suo Partito Comunista, già qualche anno prima di Occhetto, per trasformarlo - curiosità della storia - in Partito Democratico. A dimostrazione che se il richiamo al comunismo non garantisce di stare "dalla parte dei buoni", nemmeno la rinuncia a quel nome offre garanzie maggiori.

La discussione sul comunismo e l'identità come viene posta dalla Gagliardi e in generale dai "vendoliani" rischia di essere del tutto fuorviante. La proposta di costituire un nuovo partito, attraverso un processo di unificazione con Sinistra Democratica e una minoranza del PdCI, dovrebbe fondarsi non sulla dicibilità o meno del comunismo, ma sulla capacità di questo nuovo soggetto politico di dare risposta in positivo ai nodi strategici, programmatici e organizzativi che ha di fronte a sé la sinistra alternativa.

L'esperienza della Sinistra Arcobaleno che, pur non mostrando la parola indicibile, ha ottenuto il peggior risultato elettorale registrato da quanto il PRC è nato, non ci indica affatto che una opzione "a bassa identità" sia realmente vincente. Ancora oggi almeno dalla parte della componente "vendoliana" della costituenda "costituente della sinistra" non mi paiono emergere una strategia e un progetto politico chiaro.

Lo stesso Vendola si definisce in negativo rispetto ad un Veltroni troppo morbido e ad un Ferrero troppo identitario (sempre per le ironie della storia ricordo che pure Marco Rizzo spiegò un tempo che il PdCI andava bene perché i DS erano troppo moderati e il PRC troppo estremista). Parla anche della ricerca di un "nuovo alfabeto". Cercando di mettere insieme tutti si finisce a fare discorsi evanescenti che non mettono insieme nessuno.

La sinistra alternativa (e non solo quella che crede nella "rifondazione comunista") può salvarsi proponendo un brodino insipido? Se è sbagliato definire l'identità a priori e a partire da assiomi ideologici (ma non mi pare questo ciò che è emerso dal Congresso di Chianciano) piuttosto che dal concreto dei processi materiali e ideali nei quali sei inserito come forze politica, altrettanto sbagliato pensare che si possa costruire nel vuoto, rimescolando il nulla.