domenica 28 settembre 2008

Forma-partito e socialdemocrazia europea: Vendola e Fava verso l'accordo

La formazione di un nuovo partito di sinistra disponibile ad allearsi col PD e più vicino alla socialdemocrazia europea che alla sinistra alternativa ha fatto qualche passo avanti nei giorni scorsi.

Non è tanto l'annuncio della creazione dell'Associazione "Rifondazione per la Sinistra", con un suo tesseramento autonomo da quello di Rifondazione Comunista, ad indicare che ormai l'accordo tra gruppo dirigente vendoliano e Sinistra Democratica si sta facendo più concreto. L'area era già stata annunciata a Chianciano.

Le novità mi pare che siano da individuare in due "indizi" di questi giorni. Il primo è l'intervento di Vendola al seminario promosso da SD sul percorso della Costituente di Sinistra. Dall'audio che è disponibile sul sito del movimento emerge chiaramente e, mi sembra, per la prima volta, che il leader della destra di Rifondazione accetta che l'esito della Costituente sia la formazione di un nuovo partito e non più una generica "nuova soggettività". Questa era la richiesta di SD, riconfermata nell'intervista di Mussi pubblicata con grande rilievo da Liberazione e, non per caso, dopo il via libera di Vendola a questa prospettiva.

Resta una certa dissonanza nei tempi. SD tende ad accelerare, mentre i vendoliani vogliono sfruttare prima tutti gli spazi possibili dentro Rifondazione. Un meccanismo di scissione al rallentatore che aveva giù usato, nel suo piccolo, la Quarta Internazionale di Turigliatto. In quel caso la componente interna divenne prima una associazione interna/esterna al PRC, in attesa di un "casus belli" che potesse dare il massimo di rilievo all'uscita.

L'altro indizio sulla convergenza tra vendoliani e Sinistra Democratica riguarda la collocazione europea. Anche qui i punti di partenza sono differenziati. I vendoliani partono dall'appartenenza al GUE, il gruppo unitario della sinistra comunista e alternativa, mentre SD si colloca all'interno del Partito del Socialismo Europeo, il raggruppamento della socialdemocrazia.

I giornali hanno riportato in questi giorni accenni sia di Bertinotti che di Musacchio, quest'ultimo europarlamentare del PRC, sulla necessità di un avvicinamento al PSE. Discorsi ancora vaghi sulla esigenza di far convergere in Europa i gruppi della sinistra moderata e alternativa e dei verdi. Al quel punto il nuovo partito potrebbe proporsi come ponte tra le diverse realtà europee.

E' possibile che la modifica della legge elettorale per le europee renda il problema della collocazione in Europa un tema meno rilevante, ma mi pare che si stia preparando la giustificazione politica per l'avvicinamento delle due componenti. Comunque anche in questo caso si registra uno spostamento della destra del PRC verso SD e non il contrario.

Come si chiamerà il nuovo partito? Interpretando anche in questo caso gli indizi, in particolare i titoli di Liberazione che ormai usano la parola "sinistra" sempre con la maiuscola e al singolare (passati i tempi i cui Bertinotti teorizzava sulle due sinistre, pubblicandoci pure un libro), mi sembra ragionevole pensare che sarà questo il nome: "La Sinistra". A meno che nell'operazione non riescano a coinvolgere i verdi, nel qual caso dovranno pensare a qualcosa che tenga conto di questa componente ("Sinistra Verde", ad esempio), ma che rischierebbe di ricordare troppo la sventurata "Sinistra Arcobaleno".

Dai vari interventi dei "costituenti" emerge che le idee più chiare le hanno sicuramente quelli di SD. E la loro proposta risulta essere in gran parte una riedizione dell'originario PDS. Un partito della sinistra "di governo" che punta a costituire un nuovo centro-sinistra.

I vendoliani si definiscono più per essere contro la politica di Rifondazione Comunista e ormai contro il mantenimento di qualsiasi progetto di "rifondazione comunista", piuttosto che per la proposizione di un progetto positivo e aggregante. Le invocazioni sul nuovo che deve implacabilmente avanzare, quando non si sa bene in che cosa sia "nuovo" e dove porti, in genere più che la "sinistra diffusa" tende ad attrarre solo la "sinistra confusa" (Occhetto docet).

Tutto questo funzionerà? E' tutt'altro che certo e nemmeno auspicabile. E' possibile che l'attesa del momento migliore per formalizzare la scissione faccia sì che perdano la spinta, che il progetto risulti troppo moderato per chi viene da Rifondazione e privo di spessore politico per chiunque altro. Che resti in sostanza una operazione tutta interna ad un pezzo di ceto politico senza radici in quel "popolo" che è più facile evocare che attrarre.

martedì 23 settembre 2008

Sansonetti da' i numeri di Liberazione ma i conti non tornano

In un mio precedente post avevo cercato di capire quanto vende Liberazione e qual è stato l'andamento delle vendite negli ultimi anni. Nell'edizione di oggi del giornale, rispondendo ad un intervento critico di Luca Fontana, che parla di un calo da 11.000 a 4.000 copie vendute giornalmente, Sansonetti risponde piccato dando i "veri" numeri.

Per il direttore di Liberazione il giornale vendeva 9.501 copie nel 2004 e 8.647 nel 2007, con un calo di "sole" 854 copie. Questi dati però non sono convincenti. Intanto è singolare che il direttore di un giornale non abbia i dati certi forniti dal distributore (che dovendo trasferire i soldi di ogni singola copia venduta li ha certamente a disposizione) ai quali aggiungere gli abbonamenti, ma si rifaccia ad un calcolo approssimativo basato sul valore messo a bilancio. Un calcolo al quale ero ricorso anch'io per il 2007, ma solo perchè, da semplice lettore, non ho disposizione dati che il direttore di un giornale dovrebbe valutare con grande attenzione e precisione.

Per comparare esattamente i dati di bilancio bisogna però tener conto dell'eventuale variazione di prezzo intervenuta nel frattempo. Nel 2004 Liberazione costava come nel 2007 (mi pare che gli altri quotidiani siano passati da 0,90 a 1 euro nel fratempo)? l'edizione domenicale era venduta al sovrapprezzo attuale? la quota spettante al distributore e all'edicolante per ogni singola copia è variata o è rimasta uguale? Domande alle quali bisognerebbe dare risposta per poter fare un calcolo attendibile partendo dal bilancio, considerato che stiamo parlando di piccoli numeri e quindi queste variazioni possono essere significative.

Resta il fatto che i dati relativi al 2004 forniti da Sansonetti non coincidono con quelli riportati nello studio della FIEG, la Federazione degli Editori, che ho citato nel post precedente. La FIEG non dovrebbe avere alcun motivo per gonfiare le vendite di Liberazione. Se sono corretti i dati di quello studio, che Sansonetti sembrerebbe non conoscere, nel 2004 le copie giornaliere vendute erano 10.987. Se prendiamo per buone le 8.647 copie relative al 2007 fornite dal direttore di Liberazione (la mia stima era inferiore di circa 300 copie), il calo effettivo è di 2.340 copie, pari al 21% e si è registrato anche quando il partito era elettoralmente in crescita (2005-2006).

lunedì 22 settembre 2008

Senza più sinistra

Con questo titolo, Renato Mannheimer e Paolo Natale hanno pubblicato un volumetto (edizioni del Sole 24 Ore, € 15,00)che analizza i risultati delle elezioni dello scorso aprile. In parte vengono confermate analisi già ampiamente circolate a ridosso del voto, in altri casi emergono spunti per una riflessione più approfondita e inedita. Per quanto riguarda la Sinistra Arcobaleno non è fatta oggetto di uno studio specifico ma qualche accenno si trova sparso nei diversi capitoli.

Per quanto riguarda le ragioni di fondo della vittoria della destra, gli autori individuano un elemento strutturale, di lungo periodo, ed uno contingente. L'elemento di più lungo periodo è che la destra è tendenzialmente e nettamente minoritaria rispetto al centro-sinistra. Solo situazioni specifiche come la divisione della coalizione avversa o il discredito per il governo Berlusconi hanno consentito al centro-sinistra di prevalere e anche in questo caso di pochissimo, come è stato nel 2006.

L'elemento immediato della sconfitta è stata la profonda delusione per l'esperienza del governo Prodi e questo ha riguardato soprattutto i settori popolari che hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita. Nel sud ha contribuito anche l'impopolarità di molti presidenti regionali di centro-sinistra, in particolare Bassolino e Loiero.

La formazione del Partito Democratico non ha fondamentalmente modificato l'orientamento dell'elettorato. La famosa rimonta non c'è mai stata e Veltroni non è riuscito a recuperare voti al centro, ma solo a sinistra, principalmente per effetto del cosiddetto "voto utile".

La Sinistra Arcobaleno, secondo dati ricavati da un modello matematico di analisi dei risultati su un campione di 1.300 sezioni, e non sulle interviste all'uscita dai seggi, ha perso 1.169.000 voti verso il PD, 156.000 verso Di Pietro, 234.000 verso la Lega (più del PdCI e dei Verdi che di Rifondazione), 701.000 verso liste minori (principalmente Sinistra Critica e PCL), 779.000 verso il non voto.

Secondo gli autori lo spostamento verso la Lega del voto della sinistra radicale è stato eccessivamente enfatizzato da molti commentatori, anche se va aggiunto che questo spostamento si concentra al Nord dove sale al 9%. Qualche flusso di voto si è registrato al sud anche verso la Destra di Storace.

La Lega recupera una forte componente di voto operaio e popolare anche se non si tratta di un fatto nuovo. Va ricordato, come risulta dagli studi elettorali specifici, tra cui quello di Salvo Leonardi, ricercatore dell'Ires-CGIL, che non è affatto vero che storicamente la classe operaia italiana abbia votato a sinistra. Soprattutto nelle regioni del nord e del nord est, una parte importante di voto operaio è sempre andata alla Democrazia Cristiana.

Uno degli autori del volume, Luca Ricolfi, riprende una analisi che ha già sostenuto in un altro libro e che risulta confermata dall'analisi del voto di aprile. Sottolinea l'atteggiamento elitario dei gruppi dirigenti del centro-sinistra e della sinistra che le ha alienato una parte consistente di consenso popolare. Ricolfi ha parlato, con qualche ragione, di una sinistra "antipatica" per indicare il limite di gruppi dirigenti supponenti e incapaci di mettersi in sintonia con il sentimento popolare. Ripropone poi una lettura del rapporto sinistra-società che si rifà esplicitamente alla vecchia tesi di Asor Rosa sulle "due società". La sinistra sarebbe schierata a difesa dei garantiti (lavoratori a tempo indeterminato, pubblico impiego, ceto medio meno a rischio) e non saprebbe rappresentare i "non garantiti" (precari, giovani, piccola impresa, settori di lavoro marginali, ecc.). Peccato che a soluzione di questo problema proponga una politica ancora più subalterna alle tesi liberiste.

Per quanto riguarda il successo della Lega Nord, rispetto ad una autorappresentazione mitologica che paragona questo partito al vecchio PCI, viene fatto rilevare che in realtà la sua presenza organizzata (militanti, sezioni, organismi collaterali) resta piuttosto modesta, mentre un ruolo importante nella sedimentazione del consenso lo esercitano gli amministratori locali.

Va sottolineato anche il fatto che la Lega quando si è presentata da sola alle elezioni, dopo la rottura con il centro-destra, ha svolto una campagna elettorale di forte polemica con i due schieramenti maggiori (Roma-Polo e Roma-Ulivo) e chiaramente identitaria. La stessa risorsa, anche se in toni diversi e rivolta ad un differente elettorato, è stata utilizzata da Casini nell'ultima campagna elettorale. La Sinistra Arcobaleno, invece, essendo una coalizione di forze politiche con storie sensibilmente diverse non ha potuto utilizzare questa risorsa per mobilitare il proprio elettorato. Aver poi lasciato intendere che la rottura col PD fosse frutto di un specie di "gentlemen's agreement" fra i due maggiori leader (Veltroni e Bertinotti)ha ulteriormente indebolito la campagna elettorale della sinistra.

Un altro spunto interessante fornito dal volume "Senza più sinistra", riguarda il permanere di una quota significativa di elettori che si orientano non sulla base dei mezzi di comunicazione ma del contatto diretto con altre persone. E' questo un aspetto che può essere utilizzato da una forza politica che non avrà grande accesso ai mezzi di informazione, ma richiede la massima attivazione di risorse militanti. Nel caso di Rifondazione è evidente che questo richiederà una strategia opposta a quella utilizzata negli ultimi anni, quando si è fatto molto ricorso alla comunicazione mediatica del leader, ma si sono lasciati decadere gli strumenti di partecipazione della base.

Dal punto di vista della comunicazione viene fatto rilevare come in generale i partiti abbiano poco utilizzato i nuovi mezzi di comunicazione (Internet). Anche oggi Rifondazione mostra dei limiti se si pensa che non mi risulta sia utilizzato uno strumento come You Tube, che offre importanti possibilità di arrivare a settori di opinione pubblica non solo giovanile e a costi molto contenuti.

L'ultima considerazione è che l'analisi del voto in tutti questi anni da parte della sinistra e di Rifondazione, è stata a mio parere molto superficiale ed episodica. Quasi sempre le elezioni sono state interpretate a partire da schemi precostituiti, spesso condizionati dai conflitti interni, che risultavano sempre confermati qualsiasi fosse il risultato.

venerdì 19 settembre 2008

Il sistema politico e le prospettive di Rifondazione

Le ultime elezioni hanno accelerato il cambiamento del sistema politico italiano e i prossimi anni potrebbero essere decisivi per capire quale spazio ci sarà in Italia per una forza politica comunista e anticapitalista.

L'attuale configurazione è fortemente sbilanciata verso destra. Il PDL è una coalizione che ha una dimensione elettorale analoga alla DC dei tempi migliori, ma che a differenza dello scudo crociato ha perso i settori popolari riformisti o democratici e ha assorbito esplicitamente le correnti sociali neofasciste e qualunquiste. Questa impronta complessivamente reazionaria è accentuata dal ruolo della Lega, forza xenofoba e razzista.

Al centro l'UDC sembra destinata prima o poi a ricollocarsi o sul centro-destra, magari in un futuro post-Berlusconi, o in una alleanza con il Partito Democratico. Al momento però continuerà ad ondeggiare, capitalizzando il più possibile il suo potere di coalizione nei governi locali.

Il Partito Democratico rappresenta una forza social-liberale, inserita nel contesto di quella che è stata definita come Terza Via, interclassista, tendente al centro dello schieramento politico con elementi di elitarismo tecnocratico. L'Italia dei Valori si presenta come uno strano animale politico con un leader che per molti aspetti ha un profilo culturale tendente verso destra, un ceto politico fondamentalmente centrista, un sostegno elettorale e di simpatia che sembra prevalentemente di sinistra. Il populismo di Di Pietro gli consente di pescare consensi in settori diversi. Vicino alle sensibilità autoritaria sul tema della sicurezza ed in questo in sintonia con la sensibilità popolare diffusa, anche a sinistra, raccoglie l'opposizione più determinata a Berlusconi, dove il PD appare invece debole ed incerto.

Il fallimento della Sinistra Arcobaleno ha determinato l'esclusione dal parlamento italiano di una forza politica di orientamento comunista o alternativo, presente invece in quasi tutti i paesi d'Europa, almeno di quella già capitalistica prima del crollo del muro di Berlino.

L'obbiettivo di medio periodo deve essere quindi di riportare in Parlamento una forza politica che si collochi nettamente a sinistra dell'attuale Partito Democratico e delle altre forze di opposizione.

Il recente Congresso di Rifondazione Comunista si è diviso fra due ipotesi strategiche diverse: la prima, che è prevalsa seppur di misura, ritiene che sia lo stesso PRC a doversi proporre per svolgere questo ruolo di rappresentante dei settori di opinione pubblica di orientamento anticapitalista e antiliberista; la seconda perseguita da Vendola e Bertinotti, riteneva e tuttora ritiene che occorra una nuova forza politica, dal profilo ideologico più generico e meno radicale, senza riferimenti al comunismo, che si basi soprattutto sul rapporto tra destra PRC e Sinistra Democratica.

Il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha esposto nei suoi diversi interventi, ultimo quello della assemblea tenuta a Roma domenica scorsa, gli elementi principali di analisi e di proposta politica. In estrema sintesi, Ferrero ritiene che per contrastare l'egemonia politico-culturale di destra sia necessario proporre una visione chiaramente e radicalmente alternativa, una proposta "contro-egemonica".

Questo apre necessariamente una competizione col PD, la cui opposizione resta sostanzialmente emendativa rispetto alla politica della destra. La strategia veltroniana di ricollocazione al centro, all'inseguimento delle fasce moderate di elettorato, rende questo partito incapace di aprire crepe all'egemonia della destra, soprattutto fra i settori popolari.

Inoltre Ferrero ritiene che vi sia oggi uno scarto tra il disagio sociale, derivante dalla crisi economica e dall'impoverimento di fasce ampie di lavoratori ed anche di ceto medio (e a questo proposito mi sembra indicativo il paginone di pubblicità su Repubblica di una importante catena di supermercati discount uscita nei giorni scorsi)e la rappresentanza politica di questa parte di società. La sua scommessa è che Rifondazione possa svolgere questo ruolo, come è stato in parte negli anni scorsi, ricollocandosi all'interno dei conflitti sociali in rapporto diretto con questi settori.

Questa strategia viene sintetizzata nel motto, preso in prestito dal leader zapatista Marcos, "in basso, a sinistra". Vendola da parte sua continua a proporre la "costituente della sinistra" e ha liquidato sprezzantemente questa strategia come "andare in cerca di tartufi o di catacombe". Finora però l'ipotesi della Costituente non sembra avere fatto passi avanti. Raccoglierebbe solo un pezzo della vecchia Sinistra Arcobaleno, e in particolare le sue componenti più moderate, in attesa di una "sinistra diffusa" evocata fin dai tempi di Occhetto e dello scioglimento del PCI ma in realtà mai presentatasi ad alcun appuntamento.

Se guardiamo oggi alla situazione italiana per capire quali sono le possibilità concrete di rilancio di Rifondazione Comunista mi sembra che si vedano soprattutto due tendenze in atto, una che riguarda più direttamente la sfera sociale e l'altra la sfera più direttamente politica. Nella prima ci sono tutti gli elementi per una radicalizzazione della crisi del neoliberismo, nella seconda si intravede una tendenza autoritario-oligarchica. Per quanto riguarda la crisi del neoliberismo emerge dalla crisi economica e del sistema finanziario. La seconda si esplicita nell'introduzione delle soglie di sbarramento elettorale e nella revisione del contratto nazionale.

Mi sembra che l'obbiettivo convergente del governo e della Confindustria sia oggi di chiudere gli spazi di rappresentanza politica e sindacale alle forze "antisistema", per usare il linguaggio dei politologi, prima che gli effetti della crisi possano determinare spostamenti significativi dell'opinione pubblica in direzione di una qualche forma di post-liberismo.

Il rilancio di Rifondazione diventa indispensabile se si vuole impedire che questa chiusura si realizzi e il sistema politico italiano venga stabilizzato su un assetto moderato-reazionario per una lunga fase.

mercoledì 17 settembre 2008

I primi passi di Rifondazione per uscire dalla crisi

Nel fine settimana scorso si sono avute le prime iniziative del segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, per far uscire il partito dalla crisi in cui è sprofondato dopo la sconfitta elettorale.

Il primo passaggio, dall'esito non scontato, è stata l'elezione della nuova segreteria. Mentre il segretario ha riproposto nella relazione al comitato politico nazionale, la possibilità di una segreteria unitaria nella quale fossero rappresentati anche i sostenitori di Vendola, questi ultimi hanno declinato l'invito.

L'organo esecutivo del PRC vede quindi la presenza di quattro rappresentanti della prima mozione (due della componente di Ferrero e due di "Essere Comunisti"), il leader della terza mozione (Pegolo) e il principale esponente di Falce Martello (Bellotti).

E' stato superato lo scoglio della mancata presenza di un esponente del gruppo dell'Ernesto, la parte della terza mozione che fa capo a Fosco Giannini e ormai in rotta aperta con il resto della componente congressuale. Il nome e il sito sono rimasti a questo gruppo che conta meno di una decina di componenti del CPN. L'Ernesto rivendicava un proprio rappresentante in segreteria, ma questo avrebbe comportato un organismo molto più ampio per poter rappresentare proporzionalmente le varie anime della maggioranza.

L'esito del voto sulla Segreteria nazionale ha confermato che la divisione con i "vendoliani" è ancora molto forte e almeno per il momento non sembra emergere tra questi una componente più ragionevole che rompa la contrapposizione del dopo congresso di Chianciano che rischia di essere distruttiva per il Partito.

Nella riunione del Comitato politico nazionale, la minoranza ha presentato un ordine del giorno sul conflitto in Georgia con la speranza di poter aprire delle contraddizioni nella maggioranza, considerato che la componente dell'Ernesto ha espresso in diverse occasioni posizioni filo-Russe e pro-Putin. L'operazione era evidentemente strumentale ed è stata disinnescata con il rinvio ad una discussione approfondita in Direzione e con la bocciatura del documento presentato dalla destra del partito.

Alla riunione del CPN ha fatto seguito la prima iniziativa pubblica di Rifondazione Comunista. Sottolineata la necessità di ripartire dall'opposizione e dall'inserimento in tutti i movimenti e i conflitti sociali come strumento primario di rilancio de Partito. Ferrero ha anche confermato che il rapporto con il PD resta di forte autonomia e se necessario anche conflittuale pur senza cadere in una logica di contrapposizione settaria.

Nel suo intervento conclusivo dell'assemblea romana, alla quale hanno partecipato a seconda delle fonti tra le 1.000 e le 1.500 persone, Ferrero ha elaborato il tema che è stato centrale nella sua campagna congressuale, l'esistenza di uno scarto forte tra il disagio sociale, vissuto individualmente, e la costruzione di vertenze e conflitti collettivi.

Il partito, secondo la strategia del segretario, peraltro molto simile a quella messa in atto da Bertinotti dopo la rottura con Prodi del '98 che ebbe nella mobilitazione contro il G8 di Genova il momento più radicale e drammatico, è di puntare sul reinserimento del partito nell'azione sociale, chiudendo la fase negativa dell'appiattimento istituzionale registrato durante il governo Prodi.

La prossima scadenza importante per dare un segnale di rilancio del partito e anche per rompere la cortina di silenzio, quando non di ostilità aperta, dei media, è quella della manifestazione nazionale del prossimo 11 ottobre a Roma, costruita attraverso un ampio schieramento unitario che coinvolge il PdCI come la Sinistra Democratica.

Nel frattempo Vendola prosegue la sua campagna di attacco a Ferrero e alla nuova maggioranza. Prima intervenendo alla festa del Pd e poi nei giorni scorsi ad una festa della sinistra, entrambe a Firenze, ha liquidato la politica del PRC dopo Chianciano come "identitaria". In realtà il discorso di Ferrero all'assemblea nazionale di Roma e in generale i suoi interventi non possono essere affatto definiti come identitario, se si attribuisce a questo termine un significato ideologico. L'unico elemento "identitario" consiste nel riaffermare la volonta di mantenere Rifondazione Comunista come soggetto autonomo e di non farla confluire nella "Costituente della sinistra" e nella nuova soggettività politica che dovrebbe derivarne.

La "costituente" continua ad essere l'obbiettivo proclamato da Vendola, benché sia stato bocciata dal Congresso di Rifondazione. Oltre ad un insistente richiamo alla necessità di rifondare la sinistra per fronteggiare l'egemonia culturale della destra, il profilo ideologico e programmatico di questa "costituente" resta tuttora molto vago. Si conferma invece che i principali interlocutori sono "Sinistra Democratica" e la minoranza di destra del PdCI guidata da Katia Belillo.

domenica 14 settembre 2008

Rifondazione, venti storie per ricominciare dall'opposizione

Sull'assemblea nazionale di oggi di Rifondazione Comunista, riporto l'editoriale di Alessandro Cardulli dal sito Dazebao.

Storie. Di persone, fatti, esperienze, lotte,sofferenze, errori, razzismo, violenza, vecchio e nuovo fascismo, mafia e camorra. Storie di “invisibili”, i lavoratori precari, gli immigrati,di licenziati politici come negli anni cinquanta. Storie di lotte fra poveri, fra gli ultimi e i penultimi secondo una efficace immagine della realtà italiana descritta da Roberta Fantozzi,da ieri nuovamente eletta nella segreteria nazionale di Rifondazione comunista. Storie di un paese dove la disperazione non si coniuga con la speranza,secondo un' immagine data da Paolo Ferrero, dove le drammatiche condizioni di vita di tante famiglie restano drammi individuali.

Storie di un paese dove rischia di morire una grande azienda pubblica, una delle ultime, come Alitalia perché il governo di Berlusconi la regala a imprenditori che sono degli avventurieri, secondo un'immagine efficace di Marco Trasciani, responsabile Rifondazione di Alitalia. Tre aspetti di quasi cinque ore di discussione, come è scritto in un grande striscione, per lanciare la campagna di autunno, con quello slogan che ha avuto un battesimo fortunato dalla grande assemblea riunita al Brancaccio di Roma gremito, da centinaia e centinaia di persone: “ Ricominciamo dall'opposizione”.

Un battesimo fortunato anche per la nuova segreteria che, nella persona di Claudio Grassi, ha presieduto la riunione. Venti interventi oltre all'apertura di Roberta Fantozzi e alle conclusioni del segretario Paolo Ferrero, in una rapida sequenza, fuori da ogni rituale del politichese, hanno disegnato un quadro efficace di questo paese, dando l'idea di un partito che , dopo la bruciante sconfitta elettorale, è deciso a guardare avanti, a rafforzarsi, a tornare nei luoghi di lavoro, nei quartieri.

In particolare il “vissuto” delle persone, di lavoratori e di lavoratori licenziati, come il ferroviere De Angelis, ha delineato i problemi sui quali dare battaglia, costruire un'opposizione di sinistra. E anche l'intervento non previsto di operatori sociali della sanità e disoccupati di Napoli ha portato, anche nella vivacità espressiva,una drammatica testimonianza di cosa significhi l'attacco delle dstre perfino alla dignità delle persone, del lavoratore. Si è discusso di tutto, dalla scuola alla giustizia, dalla contrattazione al ruolo del sindacato, un sindacato, la Cgil, che deve continuare ad essere “sindacato dei lavoratori e non sindacato per i lavoratori”, al connubio governo di destra-Confindustria, alla legge per le elezioni europee contro la quale “fare le barricate”, al federalismo fiscale che farà pagare un prezzo altissimo in termini di welfare ai cittadini delle regioni più deboli, alla Tav e al Dal Molin.

Sullo sfondo il quadro di un Europa che proprio sulle questioni del lavoro regredisce, come ha ricordato Roberto Musacchio,capogruppo del Prc al parlamento europeo. Si sono inserite in questo quadro grandi tematiche riguardanti i diritti della persona, la laicità dello stato con un ritorno, Lidia Menapace , storica militante della sinistra che ha annunciato l'iscrizione a Rifondazione così lo ha definito: un ritorno non al medioevo ma all'ancien regime, all'Alleanza tra il trono e l'altare,raffigurata dall'incontro fra papa Ratzinger e Sarkozy. In una società dove la destra introduce elementi di razzismo, sessismo, patriarcato,episodi come quello raccontato da un giovane dirigente del Prc di Catania,Matteo Ianniti, sono solo la punta di un iceberg.

L'assemblea ha sottolineato con un lungo applauso il nome di Mirko, il ragazzo catanese, sottratto alla madre perché iscritto a rifondazione. Storie raccontate per quasi cinque ore ma non si è trattato solo di denunce di situazioni intollerabili. Mobilitazione,lotte, conflitto: parole risuonate in tutti gli interventi . Già c'è un programma intenso: il 18 settembre la giornata dei consumatori contro il carovita, l'11 ottobre la manifestazione nazionale nata da un appello di esponenti di movimenti, associazioni che coprono tutto l'arco della sinistra alternativa , cui Rifondazione ha dato la propria adesione, così come l'ha espressa nei confronti dello sciopero generale proclamato per il 17 ottobre dai sindacati di base.

“Ricominciare dall'opposizione” significa scrivere un'agenda di iniziative a partire dal territorio, riscoprendo la mutualità, la solidarietà. Ferrero ha proposto una cassa di sostegno per i licenziati politici ed ha insistito molto nelle conclusioni molto applaudite sulla necessità di rispondere “ all'impoverimento di massa con azioni di massa”, di collegare,nel conflitto di classe, solitudine e disperazione con la speranza”, di lavorare perché si realizzi il massimo di unità delle forze di sinistra alternativa sulle cose da fare, nell'opposizione al governo e alla Confindustria. A noi, osservatori, l'assemblea è sembrata lontana le mille miglia dal clima del recente congresso che si è rivissuto anche nel corso della riunione del Comitato politico che ha eletto il nuovo gruppo dirigente. Certo un'impressione. Forse il cammino da fare per Rifondazione è ancora molto ma, commentavano molti partecipanti lasciando il teatro Brancaccio, la strada imboccata sembra quella giusta.

sabato 6 settembre 2008

Liberazione scivola verso le 8.000 copie vendute

In un recente scambio di opinioni tra Loredana Fraleone, esponente della segreteria nazionale uscente del PRC, e Sansonetti, direttore di Liberazione, è emersa la questione dello stato delle vendite del giornale.

La Fraleone, senza citare cifre precise, parlava di un calo della diffusione. Sansonetti rispondeva contestando l'affermazione e chiedendosi dove la dirigente di Rifondazione avesse preso questi dati. Il Direttore di Liberazione non chiariva però quanto venda effettivamente il quotidiano e quali siano le tendenze nel medio e breve periodo. Sosteneva però che con il cambio di formato, dal cosiddetto "lenzuolo" senza colore al tabloid abbondantemente colorato, c'è stata una inversione di tendenza nelle vendite. Considerato nella prima metà del 2008 ci sono state le elezioni politiche e il Congresso del PRC, eventi che avrebbero dovuto far incrementare le vendite di un giornale squisitamente politico, si dovrà capire se c'è una inversione di tendenza o solo una variazione legata a fattori contingenti.

Siccome qualche giorno prima avevo scritto una lettera a Liberazione nella quale sollecitavo una informazione dettagliata proprio sullo stato delle vendite, lettera non pubblicata, mi sono messo a cercare in rete qualche dato possibilmente attendibile.

I giornali commerciali, che hanno bisogno di pubblicità, si basano su una certificazione ufficiale che attesta la loro diffusione reale. I giornali politici in genere, avendo poca pubblicità, non ricorrono a questa certificazione (che immagino sia anche costosa).

Ma una fonte attendibile esiste anche per questi quotidiani, che ha il solo limite di fornire i dati con un certo ritardo temporale. Si tratta dell'Ufficio Studi della FIEG, la Federazione degli Editori. Questi studi annuali disponibili sul sito della Federazione riportano la vendita media di Liberazione dal 1998 al 2006.

I dati sono questi:

1998 = 10.905
1999 = 12.474
2000 = 12.916
2001 = 14.005
2002 = 13.075
2003 = 12.337
2004 = 10.987
2005 = 10.018
2006 = 8.934

Non sono ancora disponibili i dati del 2007, ma dai dati di bilancio dell'MRC, la società proprietaria di Liberazione, relativi allo scorso anno e pubblicati in agosto, si registra un ulteriore calo della voce relativa ai ricavi derivanti dalle vendite.

Confrontando poi i ricavi di Liberazione con quelli derivati dai bilanci di altri quotidiani, la vendita sembra essersi ulteriormente scesa attorno alle 8.200-8.300 copie.

Sansonetti è diventato direttore di Liberazione nell'ottobre 2004 (cito da Wikipedia).

Il dibattito che si è aperto sul giornale riguarda soprattutto il rapporto col partito, in una situazione nella quale Liberazione è fortemente sbilanciata dalla parte della componente vendoliana e si era apertamente espressa per il superamento del PRC. Oggi il quotidiano viene accusato, con qualche fondamento, di essere più il portavoce di "Rifondazione della Sinistra", la corrente del Presidente della Puglia che non del partito.

Il futuro del giornale è oggi messo in pericolo dalla decisione del nuovo governo di cancellare i contributi ai giornali prodotti da cooperative o organi di partito. Per Liberazione questi contributi sono stati nel 2007 pari a circa 4 milioni di euro su quasi 7 milioni di entrate complessive e 8 milioni e mezzo di uscite.

Di fronte ad un quadro economico così precario conoscere i dati aggiornati e dettagliati della diffusione del giornale sarebbe certamente utile alla discussione.

martedì 2 settembre 2008

Polverone su Rifondazione Comunista e le FARC

La Repubblica ha sbattuto in prima pagina, cogliendo l'occasione della visita in Italia di Ingrid Betancourt, un presunto scoop sul "sostegno" di Rifondazione alle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), ovvero ai rapitori dell'ex candidata alle elezioni politiche colombiane.

La fonte dello scoop è un "dossier" preparato dal Governo colombiano, sulla base di quanto sarebbe stato trovato nei computer di Raul Reyes, leader di primo piano dell'organizzazione guerrigliera, ucciso qualche mese fa a seguito di una incursione delle forze militare colombiane in territorio ecuadoreno.

L'articolo di Repubblica, scritto dal corrispondente per l'America Latina Omero Ciai, fa seguito ad un altro precedente nella quale si parlave di misteriosi sostenitori di una rete segreta di appoggio alle FARC in Italia. In quel caso Ciai riprendeva le notizie riportate da El Tiempo. I misteriosi personaggi erano citati con i nomi in codice di "Ramon" e "Consolo".

En Italia, dice el mismo informe, las Farc hacen presencia a través de dos sujetos que usan los alias de 'Ramón' y 'Consolo', cuyas identidades también están establecidas.

Es más: documentos allegados por los Carabineros (policía italiana) indican que al grupo pertenecen cuatro personas conocidas como 'Fausto', 'Pablo', 'Federico' y 'Camila', al parecer de nacionalidad colombiana.

También se sabe, gracias a la colaboración del gobierno italiano, que han activado cinco núcleos de apoyo -conocidos como 'Jacobo Arenas', 'Francesco Lai', 'María Cano', 'Marquetalia' y 'Jaime Pardo'- que funcionan en la vía Verdi 50, vía Stradella 53 y vía Arduino 109, en Roma.

La policía de ese país ya entregó registros fotográficos de los miembros de estos núcleos que han participado en marchas contra el gobierno colombiano. Las fotos más recientes fueron tomadas el pasado primero de mayo durante un evento en Milán
.

Il pigro giornalista di Repubblica non si era preoccupato di verificare, quanto risultava subito evidente a chi segue la politica italiana, cioè che non si trattava di pseudonimi, ma del nome e del cognome di dirigenti del PRC che si erano occupati in momenti diversi delle questioni colombiane ed avevano avuto contatti pubblici e ampiamenti noti con lo stesso Reyes e con le FARC.

La parte più grave della notizia del Tiempo, che avrebbe dovuto far insorgere la stampa italiana, è la notizia che i carabinieri avrebbero indagato su militanti impegnati in quella che risulta essere solo una attività di opposizione al governo colombiano ed eventualmente di sostegno politico alle FARC. Tant'è vero che si parla di foto prese nella manifestazione del primo maggio a Milano.

Il vero scandalo è che in Italia possa arrivare la mano di un regime legato ai gruppi paramilitari e che questo regime abbia i carabinieri al suo servizio per cercare di reprimere una attività politica.

Una volta emerso che i "misteriosi" uomini delle FARC erano appunto Mantovani e Consolo, lo scoop e la campagna di disinformazione sembrava abbastanza sgonfiata. Ma si trattava evidentemente solo di un antipasto. Il piatto forte è uscito nei giorni scorsi con un titolo in prima pagina, volutamente fazioso, e un lungo articolo che riprende un dossier del governo colombiano contro il PRC. Le informazioni vengono fatte risalire sempre a quanto ritrovato nei computer di Raul Reyes. Anche se il governo colombiano li ha fatti esaminare all'Interpol per poter attestare di non averli manipolati, non sono pochi i dubbi sull'attendibilità di quanto viene diffuso, a seconda delle convenienze politiche, dal governo di Uribe.

L'obbiettivo di quest'ultimo è isolare le FARC a livello internazionale, legittimare l'uso della violenza come unico strumento per risolvere l'ormai decennale problema della guerriglia in Colombia (alla quale è bene ricordarlo fa da contraltare una lunga scia di violenza che colpisce militanti politici di sinistra, sindacalista, difensori dei diritti umani, ecc.), far dimenticare lo scandalo sui legami tra governo e paramilitari sui quali sta indagando la giustizia colombiana.

Sembra di capire che il secondo e più raffinato dossier sia stato preparato specificamente per Repubblica e per il suo giornalista. Infatti gli altri giornali italiani sono arrivati di rincalzo ed anche i media colombiani hanno ripreso le notizie di seconda mano dal quotidiano italiano. Il governo colombiano ha garantito lo "scoop" in cambio della disponibilità del giornalista e di Repubblica a farsi megafono volenteroso e acritico dell'ultradestra al governo in quel Paese. Che poi al giornale vicino al PD potesse far piacere attaccare Rifondazione Comunista in questo momento, sembra naturale pensarlo.

Se si legge l'articolo di Ciai con una qualche attenzione si vede che per ottenere il suo obbiettivo politico ha dovuto infiocchettare le poche notizie appetibili di cui disponeva per sostenere una contiguità e quindi una corresponsabilità di Rifondazione con le FARC.

Il giornalista sintetizza il tutto così:

appoggi espliciti, raccolta di fondi, scambio di informazioni e la vicenda di un rappresentante in Europa delle Farc che si ricovera in clinica in Svizzera a spese del partito.

Lucas Gualdron, l'esiliato politico colombiano, è regolarmente risiedente in Svizzera, come risulta da questa informazione recente di un sito svizzero e questo dispiace al governo colombiano:

La presenza di esponenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) in Svizzera è un "tema delicato". Lo ha detto l'ambasciatrice della Repubblica colombiana a Berna Claudia Jimenez in un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano svizzerotedesco "Tages Anzeiger", riferendosi in particolare alla presunta presenza a Losanna di Omar Arturo Zabala Padilla, alias Lucas Gualdron.

Gualdron, 39 anni, considerato dalla polizia colombiana il principale rappresentante delle Farc in Europa, risiederebbe nella capitale vodese, dove sarebbe insegnante di filosofia.

La raccolta di fondi consisterebbe nella consegna di ben 1.400 euro, in comode rate, in un arco di tempo che, stando alle notizie fornite dal dossier, copre diversi anni. Considerato che fonti ufficiali americane attribuiscono alle FARC una disponibilità di fondi che va dai 400 ai 600 milioni di dollari annui forse sarebbe Rifondazione a dover chiedere sostegno economico alle FARC.

Sulle ragioni dei rapporti politici mantenuti con l'organizzazione guerrigliera colombiana è intervenuto Ramon Mantovani sul suo blog, mentre Paolo Ferrero ha rilasciato una intervista a Repubblica.

Nell'articolo di Ciai e poi nell'intervista di Repubblica a Ferrero si fa riferimento all'inserimento delle FARC nelle liste nere delle organizzazioni terroristiche dell'ONU e dell'UE. Forse mi sbaglio ma non mi sembra che l'ONU abbia mai stilato una simile lista, mentre lo ha fatto il Dipartimento di Stato americano poi scimmiottato dall'Unione Europea. Ma evidentemente il timbro dell'ONU fa più effetto che quello dell'Amministrazione Bush. In realtà molte di quelle organizzazioni, soprattutto di sinistra, si condivida o meno la loro politica e la scelta della lotta armata, non sono affatto definibili come gruppi terroristici.