venerdì 22 agosto 2008

L'egemonia della destra e' una notte dove tutte le vacche sono nere?

Sia Repubblica che Liberazione stanno dedicando le proprie pagine a valutare l'esito del successo delle destre e l'impatto che questo, e le scelte compiute nei primi mesi dal governo, avrebbe sugli italiani.

Repubblica lamenta la scomparsa dell'"opinione pubblica" e Scalfari in un suo editoriale domenicale presentava un quadro parecchio pessimista sullo stato dell'opposizione ed in particolare del Partito Democratico. Per quanto riguarda il giornale portavoce della "borghesia illuminata" italiana penso esso che raccolga quanto ha seminato in questi anni e in questi decenni. L'obbiettivo perseguito con determinazione da Repubblica è stato quello di destrutturare la sinistra italiana, cancellandone la componente comunista e in generale alternativa, anticapitalista, per riorganizzarla attorno ad un blando riformismo laico-imprenditoriale.

Ora con le ultime elezioni hanno ottenuto esattamente ciò che volevano. Comunisti e sinistra (massimalista come la chiamano loro) fuori dalle scatole e un partito di centro-sinistra interclassista e cosi tanto post da essere diventato ormai anti comunista. Ora si accorgono che una forza politica siffatta non è in grado di contrastare il populismo della destra, non ha radici profonde nella società, non ha nemmeno una strategia politica minimamente coerente da proporre.

Repubblica, ovvero la borghesia illuminata laico-imprenditoriale, ha vinto all'interno della sinistra, ma ha perso nella società. E una parte di ciò che gli resta di radicamento sociale è quello che gli viene in eredità dal PCI e dalla sinistra democristiana. Se si analizza la storia italiana si vedrà che questa è la cronaca di una sconfitta annunciata. La borghesia progressista, si potrebbe dire dal Risorgimento in avanti, non è mai riuscita a costruirsi un consenso di massa in Italia. La sconfitta del Partito d'Azione nel dopoguerra (che peraltro era un partito molto più radicale e avanzato dell'attuale PD) è emblematico di quanto è accaduto successivamente e di quanto accade anche oggi.

I lamenti sulla scomparsa dell'opinione pubblica mi sembrano tipici di coloro che non riuscendo a costruire una propria egemonia di massa, anziché interrogarsi sulle ragioni della propria sconfitta, la buttano in sociologia e soprattutto danno la colpa al "popolo" perché non resta incantato dal liberismo in guanti bianchi di Repubblica e del PD.

Diversa ma per qualche aspetto convergente l'impostazione di Liberazione e della componente vendoliana del PRC di cui è portavoce. Il tema viene trattato come "vittoria dell'egemonia della destra". In questo caso mi sembra si debbano registrare forti elementi di impressionismo nell'analisi e una ambigua vaghezza negli obbiettivi politici.

Il punto della discussione non è tanto se si ci sia o meno una egemonia di destra in Italia, ma quali ne siano le ragioni, quanto sia solida e quali siano i possibili punti di crisi.

Per quanto riguarda l'impressionismo è evidente il passaggio dal cauto ottimismo di due-tre anni fa, al catastrofismo attuale. Allora nel momento in cui si decideva l'adesione all'Unione e la partecipazione al governo, si insisteva sulla crisi dell'egemonia della destra per effetto dei grandi movimenti del dopo-Seattle (e del dopo Genova) che poteva consentire la permeabilità della sinistra moderata alle istanze di cambiamento. Si parlava di avvio della Grande Riforma del paese, anche individuando come interlocutori esponenti della borghesia imprenditoriale illuminata (Marchionne).

La vicenda del governo ha indicato che se la questione posta era corretta (come dare sbocco politico ai movimenti?) la risposta è stata sbagliata. Non andando a rivedere criticamente quella scelta si commettono due errori. Dal punto di vista del metodo si resta impressionisti, cioè si prendono alcuni eventi contingenti e su quelli si fondano delle generalizzazioni superficiali. D'altra si fa la stessa operazione di Scalfari-Repubblica, ovvero si rimuove il nesso fra scelte politiche compiute e analisi della fase. In questo caso fra ripresa dell'egemonia della destra e sconfitta dell'esperienza di governo.

Quanto al merito penso che sull'egemonia della destra bisognerebbe compiere una analisi più approfondita. Essa ha in parte una base strutturale, di lungo periodo, determinata dalla rivoluzione-restaurazione del capitalismo liberista e dal crollo del socialismo reale che ne è stato uno degli effetti. Ma ha anche degli elementi più contingenti e in parte specificamente italiani. Questi sono, mi pare, la capacità di rispondere alla crisi della fase espansiva del liberismo con un miscela di populismo, razzismo, autoritarismo ecc, spostando l'agenda politica sulla questione "sicurezza" con politiche anti-immigrazione ecc. Dall'altra il beneficiare nell'immediato della ricaduta della sconfitta che ha rappresentato il governo Prodi soprattutto per i settori popolari e i movimenti.

Questa articolazione della analisi mi porta a dire che, se guardiamo all'insieme del mondo capitalistico (e in una certa misura anche dell'Italia), stiamo vivendo una fase di difficoltà, se non di crisi, dell'egemonia liberista (quindi di destra, a prescindere dalle forze politiche che se ne fanno interpreti). All'interno di questa crisi vanno collocate le difficoltà economiche degli ultimi mesi (mutui subprime, oscillazioni dei costi delle materie prime, inflazione, ecc.) ma anche la stessa crisi georgiana che probabilmente rappresenterà un punto di svolta di tutta la politica mondiale.

Non si tratta di contrapporre una lettura ottimistica ad una pessimistica, ma si semmai di fare una analisi che individui le possibili linee di contraddizione dell'egemonia liberista nelle quali inserire l'inziativa politica e culturale. Scommettendo anche che queste contraddizioni possano esplodere più facilmente a fronte della proposizione di una alternativa radicale (non meramente ideologica, va da sé)e non con un ripiegamento difensivo.

Dicevo della vaghezza della proposta politica che deriva dall'analisi di Liberazione-Vendola, ma a me pare, dalle scelte compiute negli ultimi mesi e nella vicenda congressuale del PRC, che al catastrofismo indifferenziato dell'analisi si intenda rispondere proprio con un ripiegamento difensivo su una linea politicamente più moderata, di cui è elemento costitutivo anche la rinuncia simbolica del riferimento al comunismo.