giovedì 31 luglio 2008

C'e' qualcuno che si sforza di leggere il Congresso del PRC usando il cervello

Tra i commenti del dopo Congresso di Rifondazione si può tranquillamente evitare la lettura di Vendola e degli altri sempre più biliosi compagni di "Rifondazione per la sinistra". Vale la pena invece di andare a cercare qualche commentatore magari lontano da Rifondazione ma capace di formulare una analisi meno scontata. Ne segnalo tre che si possono trovare sulla rassegna stampa di ieri e di oggi del sito "Rifondazione Comunista in Movimento".

Per quanto ci possa stare (giustamente) antipatico Ferrara, il corsivetto pubblicato dal Foglio si interroga sul senso dell'unanimismo dei commentatori contro Ferrero e a favore di Vendola:
"La vittoria delle correnti che si richiamano al comunismo in un partito che si dice comunista è stata considerata da gran parte degli osservatori come una specie di tradimento."

E poi aggiunge:
"E' comprensibile che al PD serva un piccolo protettorato di sinistra e non mancheranno i volontari che si arruoleranno in questa impresa. Ma dovrebbe essere compresa anche l'aspirazione all'autonomia politica e programmatica di chi punta ad una prospettiva diversa, che può essere considerata illusoria, ma non illegittima."

Un commentatore più interno al dibattito è Pierluigi Sullo di Carta, che interviene sul Manifesto. Il suo è un commento un po' terzista fra Ferrero e Vendola. Che richiamarsi al "comunismo" in termini ideologici non sia sufficiente ad intervenire sui conflitti sociali così come si presentano oggi è indubbio. L'esperienza ci dice che neanche cancellare il riferimento al "comunismo" garantisce di saper rispondere ai mutamenti determinati dall'evoluzione (o involuzione) de capitalismo liberista. In più rischia in questo caso di essere solo l'aspetto simbolico di una involuzione moderata.

Il terzo commento che vale la pena di leggere è quello di Roberto Gualtieri, intellettuale considerato vicino a D'Alema che pubblica un interessante articolo sul Mattino di Napoli, sulle ragioni della sconfitta di Vendola e non esclude affatto che la svolta di Ferrero possa avere successo.

La sintesi dell'articolo è riportata sul suo sito e la ricopio:
"L'esito del congresso di Rifondazione è - e non lo diciamo con il senno di poi - il più logico e il più sensato. Dispiace per una persona di valore come Nichi Vendola, ma l'impostazione della sua campagna congressuale era del tutto sbagliata, politicamente confusa, e pagava l'identificazione suicida con Bertinotti, cioè con il principale responsabile della catastrofe del partito (oltre che uno dei congiurati che più attivamente hanno tramato per la caduta di Prodi). L'abbraccio mortale di Bertinotti non ha solo affossato Vendola, ma soprattutto ha impedito un diverso e più razionale assetto del confronto congressuale e degli schieramenti interni, e successivamente ha probabilmente contribuito a determinare quel rifiuto sdegnoso ad un accordo che ha spinto Ferrero (insieme a Russo Spena una delle figure di maggior valore espresse dal suo partito nella stagione del governo Prodi) nelle braccia dei trotzkisti. Auspichiamo che, raffreddatisi i bollori congressuali, la parte più ragionevole dello schieramento che ha sostenuto Vendola rinunci a ogni proposito scissionista e accetti la proposta di gestione unitaria, senza farsi influenzare da una campagna di stampa tanto deformante quanto poco disinteressata. Per parte sua il Pd e il sistema politico non potranno che trarre giovamento dalla presenza di una sinistra radicale "normale", in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale - soprattutto al nord - senza baloccarsi con attrezzi inservibili come le rimasticature della "cultura dei diritti" della Fgci degli anni Ottanta o le suggestioni degli psicanalisti alla moda. Di fronte a tutto ciò, sarebbe del tutto paradossale che il Pd rinunciasse alla sfida della definizione di un coerente profilo riformista per giocare alla scissione di Rifondazione e per imbarcare i naufraghi del bertinottismo e dell'"arcobaleno": quanto prima i quali cadranno nel meritato oblio, tanto più ci avvicineremo al traguardo di un sistema politico finalmente europeo."

Vale la pena di riportare dallo stesso sito anche due commenti di altrettanti lettori, anche questi del tutto fuori dal coro degli osannatori di Vendola, soprattutto perché mi pare vengano da persone esterne alla nostra area:

"ignazio" scrive:
io penso che, se bisogna riprendere qualcuno dei voti operai andati alla lega, il Ferrero del risarcimento sociale e del muro di padova sia più attrezzato di altri. Non tenerne conto e puntare tutte le proprie carte su una vittoria di Vendola sul filo di lana è stata, da parte di molti, una ingenuità.

E "nikita.russka" anticipa una scelta interessante:
A me sembra ragionevole che Vendola & Co. confluiscano nel PD. ma a parte tutto, sto seriamente pensando, pur rimanendo in Italianieuropei e ReD (a cui sono stata una dei primi ad iscriversi), di aderire a Rifondazione. Ferrero l'ho visto crescere piano piano. E' un ex operaio e non si è montato la testa (lui).Soprattutto non voglio assolutamente iscrivermi al PD, benché ne sia stata socio fondatore. Mi sono troppo arrabbiata prima, durante e dopo le elezioni. Va bene la legge della Necessità, ma quando è troppo è troppo. Dissento totalmente dall'attuale e dalla precedente politica del PD. Sono socialista e i diktat non mi interessano, siano essi di natura laica o religiosa. Cogito ergo sum. E non sto a sentire nessuno, figuriamoci se mi faccio fare il lavaggio del cervello a cinquant'anni da un funzionario di partito!

Insomma, un po' di fumo si sta diradando e le cose si fanno interessanti.

lunedì 28 luglio 2008

Sono un golpista, giustizialista e culturalmente arretrato, ma - francamente - me ne infischio

Il Congresso del PRC è finito. Ha prevalso, seppur di poco, una proposta politica che ha unito tutte le mozioni tranne quella di Vendola. Convergenza che ha consentito l'elezione di Paolo Ferrero a segretario del Partito.

Ero tra i delegati che hanno sostenuto questa opzione. Non poteva che essere così essendomi riconosciuto dall'inizio nella mozione "Rifondazione Comunista in Movimento". Dagli interventi degli esponenti della seconda mozione prima e durante il Congresso ho potuto apprendere di essere - fondamentalmente - un golpista e un giustizialista e soprattutto di essere "culturalmente arretrato".

Un golpista perché ho condiviso l'idea che il Segretario nazionale e la segreteria dovessero presentarsi dimissionari dopo il tracollo elettorale. Ma soprattutto che andasse evitata qualsiasi operazione che determinasse nei fatti un processo irreversibile di superamento di Rifondazione Comunista, così come era stato annunciato pubblicamente nei mesi precedenti e con più forza durante la campagna elettorale.

Un giustizialista perché mi sembrava corretta l'idea di partecipare, seppur criticamente, alla manifestazione di Piazza Navona contro la politica di Berlusconi sulla giustizia. L'attacco a Piazza Navona e a Di Pietro sono diventati uno dei tratti distintivi degli interventi dei sostenitori della mozione due al Congresso. Nemmeno Berlusconi ha ricevuto tante contumelie.

La mia opinione è che su questo punto i dirigenti della seconda mozione sono andati persino al di là del ridicolo. Si poteva del tutto legittimamente dissentire sulla partecipazione alla manifestazione di Piazza Navona, peraltro una delle poche iniziative di opposizione al governo che si siano viste dopo le elezioni. Ma si è arrivati al punto di presentare Di Pietro come un infrequentabile reazionario (basti risentire l'intervento di Migliore). Non tanto sulla base del merito della manifestazione romana contro Berlusconi, quanto di cose dette e fatte negli anni scorsi, come ad esempio il voto contrario all'istituzione della Commissione sul G8 di Genova.

La lunga lista delle malefatte di Di Pietro, finiva regolarmente con la domanda retorica: "che cosa c'entriamo noi con Di Pietro?". Domanda curiosa visto che con Di Pietro abbiamo costituito l'Unione e poi siamo stati insieme al Governo. Come mai non ci siamo accorti di stare insieme ad un pericoloso populista di destra per tutto quel tempo? Perché non l'abbiamo considerato un infrequentabile quando votò contro la Commissione per Genova (anzi saremmo stati disponibili a stare altri tre anni al governo con lui) e oggi pensiamo che non si possa fare insieme, e ognuno nella propria autonomia politica, una battaglia comune contro alcune delle leggi di Berlusconi?

O forse si ritiene che sia giustizialista opporsi alle leggi di Berlusconi sulla giustizia? Eppure non siamo in presenza solo di norme "ad personam", di autotutela personale, siamo di fronte alla realizzazione di una idea compiuta di giustizia di classe. Una visione della giustizia nella quale la Magistratura è riportata ad essere strumento di tutela quasi esclusiva delle classi dominanti. Perché non dovremmo opporci a tutto questo?

Golpista, giustizialista, ma soprattutto culturalmente arretrato. Questa è stata la chiave di tutto il giudizio politico di Vendola e dei suoi durante e soprattutto alla fine del Congresso quando si delineava la loro sconfitta. Chi non condivide l'idea che sia finita l'esperienza della rifondazione "comunista" e si apra la stagione della rifondazione "della sinistra" non è semplicemente uno che propone un'altra strategia politica (magari sbagliata e da contestare, ma legittima) ma è un "arretrato", uno rimasto al novecento, un nostalgico, un identitario che si vuol chiudere nel fortino e via banalizzando.

Questo armamentario dialettico, per chi ha vissuto la fine del PCI, non è inedito. Erano le stesse cose che ci dicevano allora gli occhettiani e i miglioristi (non nel senso di seguaci di Gennaro Migliore). In questo modo si cancellano le ragione dell'altro a prescindere dai contenuti. Non c'è più confronto fra due (o più) strategie politiche ma è il "culturalmente arretrato" che non si piega al "destino manifesto" mostratogli dal "culturalmente avanzato".

Alla fine del Congresso, Vendola e i suoi hanno dichiarato - più o meno alla lettera -"la storia di Rifondazione siamo noi". Il Marchese del Grillo in uno stile sicuramente rimproverabile di "plebeismo" avrebbe tradotto in "Mi dispiace, ma io so' io, e voi nun siete n'cazzo!".

Colpito anch'io dal virus dell'arretratezza culturale posso consolarmi pensando che, conti alla mano, fra il Congresso di Venezia e quello di Chianciano sono fra gli 8.000 e i 10.000 gli iscritti di Rifondazione Comunista che allora si riconobbero nella proposta di Bertinotti e oggi hanno voltato le spalle a Vendola. Sicuramente per ragioni politiche, ma anche perché colpiti sempre più negativamente dall'arroganza di un gruppo dirigente che non accetta nemmeno di misurarsi alla pari con proposte politiche diverse dalle proprie ed eventualmente di perdere.

lunedì 21 luglio 2008

L'Ernesto sorpassa l'Oliviero

Tre annotazioni a margine del Congresso del PdCI che si è tenuto a Salsomaggiore il fine settimana scorso.

La prima riguarda il numero degli iscritti e la loro partecipazione ai Congressi locali. Secondo i dati forniti dal sito della mozione di minoranza di Katia Belillo, gli iscritti al PdCI sono complessivamente 29.000. Di questi avrebbero partecipato ai Congressi in 3.868, pari a poco più del 13%. Per dare il senso delle proporzioni ai Congressi di Rifondazione Comunista hanno partecipato in 43.500 circa. (In verità il dato reale potrebbe essere un po' più alto perché per una parte dei congressi il riferimento è ai delegati dei Congressi provinciali, ma non sembra che si sia comunque superata la soglia dei 5.000). La scarsa mobilitazione per i Congressi del PdCI, tanto più che questa volta c'era la possibilità di scegliere tra due mozioni, sembra indicare un tessuto militante molto fragile. Solo sei federazioni superano i mille iscritti, tra cui Torino e Roma. Tra queste non potevano mancare Reggio Calabria e Cosenza.

La seconda annotazione riguarda il rapporto di forze tra la mozione dell'Ernesto del PRC, favorevole all'unità dei comunisti, e la mozione uno del PdCI, nella quale confluiscono i sostenitori di Diliberto e di Rizzo, peraltro tra loro in conflitto in molte federazioni (soprattutto Bologna e Napoli). L'Ernesto ha raccolto 3.349 voti, la mozione di Diliberto 3.259 voti. Considerato che l'Ernesto è più vicino a Rizzo che a Diliberto, (anche se alla componente di Pegolo, Giannini e Masella va riconosciuta una capacità di argomentare il proprio discorso politico-ideologico, inesistente nel rozzo stalinismo populista di Rizzo), in una eventuale unità tra le due componenti Diliberto finirebbe in minoranza.

La terza annotazione riguarda l'appello per l'unità dei comunisti uscito con grande tempestività subito dopo le elezioni di aprile. Avevamo già scritto che ci sembrava cucinato in casa PdCI. Ora apprendiamo da un intervento di un consigliere regionale del PdCI (area Belillo) che la raccolta di adesioni era stata avviata dal partito di Diliberto già un paio di mesi prima delle elezioni. Fatto che lo stesso segretario del PdCI avrebbe confermato intervenendo al Congresso della Federazione di Torino.

domenica 20 luglio 2008

La "destra" del PRC propone la "costituente" al rallentatore

I congressi di circolo del PRC sono ormai pressoché terminati e il quadro del voto degli iscritti è ormai delineato. La "destra" di Vendola raccoglie il 47%, il "centro" di Ferrero e Grassi il 40%, le due "sinistre" ideologiche dell'Ernesto (marxista-leninista) e Falcemartello (trotskista) rispettivamente l'8% e il 3%. Poche briciole alla mozione dei "pontieri" De Cesaris e Russo.

La "mozione Vendola" protesta per l'annullamento di alcuni congressi, peraltro smaccatamente taroccati, ma anche nel caso in cui fossero stati accettati non avrebbe raggiunto il fatidico 50%. Può rivendicare, come fa, di aver comunque conquistato la maggioranza relativa ma ha il problema di cercare di presentare una proposta con la quale gestire il partito.

Immagino che la destra del PRC, o almeno i suoi esponenti più responsabili, nonostante le dichiarazioni rilasciate pubblicamente, si renda conto della fragilità del consenso ottenuto. Nonostante quello che sostiene Gianni (in questo caso venendo meno alla sua abituale franchezza) in politica i voti si contano e si pesano.

La proposta della "Costituente di sinistra" è largamente minoritaria in molte regioni, comprese tutte quelle che stanno sopra al Lazio. Inoltre parte del consenso è stato ottenuto grazie a due fattori: la personalizzazione attorno alla candidatura di Vendola; la mobilitazione in alcune regioni del sud di un elettorato fatto non di militanti ma di iscritti del tutto passivi, quando non virtuali, mobilitati da qualche notabile. Entrambi gli elementi erano utili a tentare di vincere un Congresso impostato seconda la logica maggioritaria, ma scarsamente utilizzabili - soprattutto il secondo - nella costruzione di una politica che abbia un minimo di radicamento sociale.

Finora mi sembra che l'unica ipotesi sia stata avanzata qualche giorno fa su Liberazione proprio da Alfonso Gianni, di solito il più lucido e meno fumoso dei rappresentanti della seconda mozione. La sintetizzerei in una sorta di "costituente al rallentatore". Ovvero, secondo questa ipotesi, resterebbe il percorso indicato dalla destra al congresso, quello della "Costituente di sinistra", ma in tempi e modi più sfumati, senza accelerazioni che peraltro sarebbero difficili allo stato dei rapporti di forza determinati dai Congressi di circolo.

Il limite di questa ipotesi è che essa non scioglie i nodi politici ma li rinvia. Magari sperando che la possibile uscita di un pezzo della terza mozione verso il PdCI consenta di superare la soglia del 50% "a babbo morto" (ovvero a congressi finiti).

Occorre tenere presente che la strategia della "Costituente di sinistra" ha posto non solo il tema del superamento del PRC attraverso la costruzione di un nuovo soggetto politico principalmente con Sinistra democratica, con la componente più moderata del PdCI guidata da Katia Belillo e una parte dei Verdi e con qualche espressione della sinistra diffusa mobilitata dai toscani di Paul Ginsbourg. Ipotesi che oggi sembra meno praticabile.

Questa strategia comporta in ogni caso una ricollocazione strategica del PRC su un versante più moderato e meno autonomo dal PD. Se al Congresso di Venezia la maggioranza - allora - bertinottiana cercava di tenere insieme un asse strategico di sinistra (rinnovamento della prospettiva comunista, internità ai movimenti, conflitto sociale, anticapitalismo, ecc.) con una svolta tattica a destra (la partecipazione all'Unione e poi al governo Prodi) nella convinzione che i due piani potessero andare insieme, la sconfitta subita ha condotto una parte di quella maggioranza a sciogliere la contraddizione cercando di ricollocare Rifondazione Comunista su una prospettiva di riformismo di sinistra dialogante con la sinistra social-liberale. Ovvero di trasformare una svolta a destra "tattica" in una svolta a destra "strategica".

Occorrerebbe indagare, al di fuori della polemica politica contingente, le basi teoriche, politiche e sociali di questo percorso. Anche per poter essere in grado di elaborare e costruire nella pratica una diversa e più convincente proposta strategica, i cui primi elementi sono stati delineati nella mozione "Rifondazione Comunista in Movimento".

lunedì 7 luglio 2008

Facciamo una pausa e parliamo un po' di politica

Il Congresso di Rifondazione si sta avvelenando al massimo grado. Le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti. La mozione uno ed anche le altre minori accusano i "vendoliani" di aver gonfiato il tesseramento in alcuni circoli per guadagnare centinaia di voti, ai quali non corrisponde alcuna adesione politica reale. I sostenitori della seconda mozione contestano il divieto a far votare nuovi iscritti in qualche circolo.

Un errore di ingenuità da parte della prima mozione è stato fatto consentendo di far votare tutti gli iscritti fino al decimo giorno prima della tenuta del congresso. Siccome le tre regioni controllate dai sostenitori di Vendola (Puglia, Calabria e Campania) hanno ritardato i congressi fino all'ultimo, quando intanto molti circoli del centro nord li avevano già tenuti, hanno potuto cambiare la platea congressuale, sapendo di quanti nuovi voti avrebbero avuto bisogno per vincere il congresso.

Alla base di questo processo degenerativo che rischia di cancellare definitivamente Rifondazione c'è un processo politico avviato a Venezia e la cui responsabilità ricade su Bertinotti. Quello di considerare i congressi terreno di scontro che si possono vincere anche con un voto in più, dopodiché si procede con la politica di chi vince. Le minoranze tendono poi a organizzarsi in modo sempre più rigido e a comportarsi di fatto come partiti separati, non avendo possibilità di incidere sulle scelte del partito.

Questa impostazione si è rivelata ancora più sciagurata dopo una sconfitta politica drammatica come quella dell'aprile scorso alla quale si deve aggiungere che lo scontro interno ha anche come posta in gioco la stessa esistenza di Rifondazione come soggetto politico autonomo. Altro elemento che contribuisce a comporre un quadro ancora più disperante il fatto che dopo le recenti elezioni il ceto politico del partito si era numericamente accresciuto e l'esclusione del parlamento ha reso scarse le risorse disponibili, quindi la lotta politica per qualcuno tende anche a diventare lotta per il controllo di queste risorse.

Al di là degli aspetti formali e regolamentari, a me pare evidente che il fallimento sia soprattutto politico e che la responsabilità principale vada attribuita alla destra del Partito che oggi si ritrova dietro la leadership (o il paravento) di Vendola e che ha puntato tutto sullo scontro congressuale pensando di avere in mano in numeri per prevalere comunque anche a costo di mettere a repentaglio definitivamente l'intera comunità politica di Rifondazione.

Ciò detto, mi sembra che la prima mozione debba evitare di abbandonare il terreno della lotta politica, dei contenuti, della prospettiva per spostare tutta la propria iniziativa sulla questione del tesseramento gonfiato, dei congressi in cui gli iscritti si moltiplicano come i pani e i pesci.

Il sito nazionale di Rifondazione Comunista in movimento da giorni, se non settimane non pubblica quasi più interventi politici, analisi sulla fase e interventi sulla prospettiva. Penso che sia un errore grave, con il quale si rischia di dare ai militanti l'impressione di uno scontro sempre più feroce fra gruppi dirigenti, nel quale i compagni e le compagne attive non abbiano alcun ruolo da svolgere. Da questo ne trarrebbero solo l'idea di un partito destinato inevitabilmente allo sfascio.