martedì 27 maggio 2008

Caro Nichi, il rispetto non si puo' solo chiedere si deve anche dare

Caro Nichi,

la tua lettera di stamattina pubblicata da Liberazione era rivolta a Paolo e Claudio. Non mi chiamo né Paolo, né Claudio ma la considero rivolta anche a me. Non ho scritto commenti insultanti nei tuoi confronti sui blog. Non condivido chi lo fa, ma anch'io voglio esprimere, come te, un sentimento.

Io mi sono iscritto a Rifondazione Comunista più o meno quando Bertinotti ne diventò segretario. Ho condiviso nella sostanza, anche se non in modo acritico, gran parte delle scelte politico-culturali che l'ex segretario ha espresso. In tutto questo tempo l'ho difeso dagli attacchi personali dentro e fuori il partito . Così come ho difeso tanti altri dirigenti che con lui hanno costruito una politica che ha caratterizzato Rifondazione Comunista come forza radicale e innovativa. Ho sempre respinto l'idea dell'arroccamento identitario. Non sono pentito di queste scelte che ritengo per molta parte ancora valide.

Dopo le elezioni mi sarei aspettato dal mio gruppo dirigente, quel gruppo dirigente che ho difeso per tutti questi anni, alcuni atti chiari e onesti. Le dimissioni del Segretario come necessaria assunzione di responsabilità di fronte ad una sconfitta politica di queste dimensioni. Per non cadere in quello che Gramsci chiamava "cadornismo".

Una onesta ammissione e conseguente riflessione critica nei confronti delle accelerazioni compiute in campagna elettorale nelle quali si parlava esplicitamente di costruzione di un nuovo soggetto politico. Il compagno Bertinotti ha scritto chiaramente sulla sua rivista che bisognava pensare al "trascendimento" dei quattro partiti della Sinistra Arcobaleno, quindi anche di Rifondazione Comunista. E questo senza la possibilità per i compagni e le compagne di discutere, valutare ed eventualmente condividere una scelta che tutti i giorni veniva presentata come "irreversibile".

L'apertura di una discussione seria e approfondita in tutto il partito sulla prospettiva, su come rilanciare il partito, su come far vivere l'unità della sinistra, senza nascondere che la sconfitta subita richiedeva una riflessione, un bilancio, forse anche una "pausa". Per consentirci insieme di ragionare sul nostro futuro e su quello del Paese.

La ricerca di una base unitaria più ampia di quella del Congresso di Venezia come condizione per ridurre le conflittualità nel partito, per dare un segnale chiaro che abbiamo la volontà e la forza di riprenderci e di guardare subito anche fuori e oltre noi stessi. Di fare quello che dice la tua mozione: "camminare domandandoci".

Tutto questo non cancellava la possibilità di avere idee e prospettive diverse, ma avrebbe dato il senso di un gruppo dirigente in grado di condividere dubbi, interrogativi, sofferenze anche, insieme ai tanti che a questo partito hanno dedicato in questi anni tempo e intelligenza.

Caro Nichi, io questa volontà da parte vostra di condividere un percorso con una comunità stordita non l'ho sentito. Ai tanti che come me hanno condiviso la vostra (e la nostra politica) in questi anni e che dopo il voto si sono interrogati onestamente su ciò che è accaduto, non ho sentito dare risposte sincere.

Sono bastate poche ore dal voto e i miei dubbi, la mia volontà di capire e di cercare una strada che facesse tesoro degli errori compiuti, sono state immediatamente catalogate da te e dagli altri dirigenti che condividono la tua mozione, come un rigurgito identitario, un desiderio di nicchia, un rifiuto di innovazione. Tutto ciò contro cui mi batto da quando sono entrato in questo partito.

Non ho mai trovato in voi in queste settimane la volontà sincera di confrontarsi con le questioni politiche che tanti compagne e compagni si sono sentiti di dover sollevare. Più ancora del dissenso politico che pure mi sento di esprimere nei confronti della vostra mozione è questo atteggiamento che ha rotto un rapporto di fiducia.

Caro Nichi, tu esprimi un sentimento di dolore di fronte alle critiche a volte eccessive ed ingiuste nei tuoi confronti. Hai ragione. Ma anche io chiedevo a te e agli altri dirigenti che in questi anni ho sostenuto e difeso in tante occasioni, lo stesso rispetto nei mie confronti. E purtroppo non l'ho avuto. Questo ha spezzato una relazione politica. Spero non per sempre. Ma oggi è così.

Tuo,

Compagno come tanti

domenica 25 maggio 2008

Timeo Danaos et dona ferentes

"Temi i greci e i doni che portano" era il consiglio che Laocoonte dava ai concittadini troiani di fronte al cavallo lasciato in regalo da Ulisse.

Un proverbio che può valere anche di fronte alle "aperture" a sinistra del PD, in particolare da parte di D'Alema e in modo molto più sommesso da Veltroni.

Che si apra una discussione tra i "Democratici" sulla possibilità di cercarsi degli alleati, oltre a Di Pietro e ai pannelliani può essere positivo, e forse inevitabile visti i risultati elettorali. Ma sarebbe un errore colossale spostare l'attenzione dal processo di ricostruzione e rafforzamento della sinistra, ed in particolare di Rifondazione Comunista, per scommettere sui cambi di tattica nel PD.

D'Alema, che risulterebbe attualmente il più aperto, ha detto che si devono cercare alleanze in più direzioni. A sinistra ma anche verso l'UDC. Una coalizione di questo tipo sarebbe ancora più spostata in senso moderato dell'Unione e collocherebbe la sinistra alternativa in una condizione fortemente subalterna. E' bene ricordare che D'Alema ha gestito in ruoli diversi due scissioni di Rifondazione. Quando era segretario del PDS arruolò i "comunisti unitari" per fa nascere i DS. E quando divenne primo ministro dopo Prodi imbarcò il PdCI nel suo governo.

D'Alema e Veltroni auspicano una forza di sinistra subalterna e ragionevole, che li copra sul fianco sinistro, gli porti un po' di voti ma non disturbi il manovratore.

Ora se c'è una prospettiva per la sinistra questa sta nella capacità di recuperare la propria rappresentatività politica e sociale e oggi questo può avvenire solo in aperto conflitto con un PD incapace di distanziarsi dalla politica di Berlusconi.

giovedì 22 maggio 2008

Un commento sul blog Rifondazione in movimento

Un aspetto che va valutato in modo molto negativo dell’incontro tra Fava (SD) e Veltroni è che tutti gli argomenti toccati sono interni alle relazioni politiche: quoziente elettorale, nuovo centro-sinistra, elezioni europee. Non c’è nulla che faccia riferimento alle questioni di merito, che interessano i cittadini (salario, diritti, ambiente, pace, ecc. ecc.) sulle quali ci si è divisi al governo e nelle elezioni.

L’obbiettivo di Veltroni (forse), come di D’Alema, è quello di costruirsi un satellite di sinistra da utilizzare per raccogliere voti alle prossime elezioni, senza rimettere in discussione nulla delle scelte politiche compiute al governo e radicalizzate in senso moderato durante l'ultima scadenza elettorale.

domenica 18 maggio 2008

Cambio di strategia del PdCI

La relazione di Diliberto al recente comitato centrale del PdCI indica un repentino cambio di strategia di questo partito. Per anni aveva sostenuto la prospettiva della Confederazione della Sinistra, anche se questa linea aveva subito nel tempo delle trasformazioni. All'inizio era una proposta rivolta in particolare ai DS per unire la sinistra di governo escludendo il PRC. Poi con la formazione dell'Unione era rimasta in bilico tra intesa di tutta la sinistra, moderata e radicale, e coalizione di questa ultima.

La Camera di consultazione animata da Asor Rosa era diventata uno dei possibili strumenti di realizzazione della Confederazione e per questo era stata sostenuta più dal PdCI che dal PRC. Anche La Sinistra Arcobaleno era stata rappresentata come un passaggio di avvicinamento a questo obbiettivo. Durante la campagna elettorale il PdCI aveva però dato evidenti segnali di non essere disponibile a partecipare alla costruzione di un soggetto politico unitario. Aveva stampato dei manifesi elettorali con un doppio slogan: "vota La Sinistra L'Arcobaleno, iscriviti al PdCI".

La sera stessa della sconfitta elettorale Diliberto aveva puntato subito sull'unità dei comunisti come nuova strategia. Il mattino dopo usciva l'appello di un gruppo di personalità e militanti che spingeva nella stessa direzione. Appello al quale il PdCI aderiva immediatamente.

Per Diliberto l'esperienza dell'Unione è finita. Ora fra il PD, che è considerato un partito centrista, anche se percepito da molti elettori come l'espressione maggioritaria della sinistra, e il PdCI, l'unico partito rimasto in piedi dopo le elezioni, secondo il suo segretario non c'è nulla. In questa vuoto si colloca Rifondazione. Per Diliberto, Vendola vuole rilanciare l'Arcobaleno ed è destinato ad allearsi al PD.

Il segretario del PdCI, al quale il repentino cambio di strategia consente di rintuzzare l'offensiva della componente "emme-elle" di Marco Rizzo, ritiene di non essere più gradito come possibile futuro alleato nè da Veltroni e nemmeno da D'Alema. Per questo prevede una lunga traversata del deserto, paragonando sé stesso a Mosé che guidò gli ebrei verso la terra promessa, ma senza riuscire a vederla.

La prospettiva che viene indicata al Congresso del PdCI è di lavorare per la costruzione del "Partito Comunista (PC)", senza la I, perchè sul vecchio nome del Pci, mantiene i diritti legali il PD. Gli interlocutori principali sono in una parte del PRC ma anche altri fuori dai due partiti. La decisione di tenere il Congresso parallelamente a quello di Rifondazione ha l'evidente obbiettivo di inserisi nella dialettica interna del PRC.

Diliberto mette però dei paletti all'unità dei comunisti. Infatti ha detto nelle conclusioni che bisogna partire dai "comunisti...normali". Per sottolineare che esclude certi gruppi dell'estrema sinistra come la Rete dei Comunisti (piccolo gruppo di origine filosovietica con qualche aggancio nel sindacalismo di base) o i trotskisti. Con questi si aprirebbe subito un percorso fatto di divisioni e di lacerazioni.

Intanto si tengono in varie parti d'Italia incontri per "l'unità dei comunisti", ma i protagonisti sono diversi e le prospettive non sempre in sintonia tra loro. A Vicenza si incontrano Pegolo (dell'Ernesto) e Diliberto. A Napoli si incontrano Rizzo, Maranta (ex Rifondazione ora PdCI), ancora Pegolo, Izzo (minoranza stalinista del vecchio Progetto Comunista di Ferrando, già uscito dal PRC), Cararo (Rete dei Comunisti).

venerdì 16 maggio 2008

La costituente del nulla?

La proposta politica che dovrebbe caratterizzare il documento dei compagni Vendola-Giordano sembrava essere la "costituente della sinistra". Non un partito e non una federazione, aveva detto Giordano ma più vagamente uno "spazio politico". Dico dovrebbe perché ogni giorno che passa seguendo le interviste di Niki questo obbiettivo sembra diventare sempre più indefinibile.

Poco prima delle elezioni il compagno Bertinotti aveva scritto una editoriale per la sua rivista "Alternative del Socialismo" nel quale delineava con un certa precisione l'obbiettivo che doveva avere secondo lui il processo unitario.

Cito il passaggio più rilevante:

La costruzione di un soggetto unitario e plurale della sinistra (un soggetto unico, non necessariamente un partito, e non necessariamente un partito unico ma certo una organizzazione politica, autonoma, democratica, partecipata, unitaria e autosufficiente) è per noi un processo irreversibile. E' un'impresa che può essere entusiasmante, nella quale spero che i "soci fondatori" , i quattro partiti che hanno dato vita alla coalizione (ndr La Sinistra Arcobaleno), investano le loro energie con la massima generosità possibile fino al loro trascendimento nel soggetto unitario e gli altri soggetti politici e culturali che costituiscono in Italia una sinistra ricca e diffusa si gettino nell'impresa senza riserve.

Si trattava di una prospettiva piuttosto chiara: soggetto unitario, non necessariamente un partito (quindi potrebbe anche essere un partito), nel quale i quattro partiti della coalizione Sinistra Arcobaleno potessero generosamente trascendere, e al quale potessero accedere altri soggetti della sinistra diffusa.
La prospettiva poteva piacere o non piacere ma aveva almeno una sua chiarezza.

Si noti anche che Bertinotti onestamente non si riferisce mai alla Sinistra Arcobaleno come ad una federazione, ma ne parla come di una coalizione o di un cartello elettorale, proprio per dire che ciò non poteva bastare.

Nel documento presentato al CPN dai compagni di dell'area Vendola-Giordano il nuovo soggetto viene presentato in questo modo:

unitaria, perché deve darsi sedi e strutture collettive di decisione rivolte a favorire la partecipazione democratica effettiva e che partono da una effettiva cessione di sovranità delle strutture esistenti, ed è plurale, perché fondata su culture, linguaggi, pratiche, organizzazioni differenti e su singole soggettività.

I due elementi più concreti sono dati dalla proposta di "creazione di strutture collettive di decisione" e dalla "cessione di sovranità delle strutture esistenti". Non c'è più il trascendimento dei partiti fondatori della Sinistra Arcobaleno di cui aveva parlato Bertinotti, anzi non ci sno più nemmeno i soci fondatori. Non è chiaro quali siano le strutture esistenti che dovrebbero cedere sovranità a parte Rifondazione. Tradotto in linguaggio corrente la proposta sembra qualcosa di più di una federazione e qualcosa di meno di un partito.

Nell'intervista rilasciata da Vendola ad Aprile on line pochi giorni fa, a fronte dell'intervistatore che gli chiede cosa ne pensa delle varie ipotesi di costituenti (comunista, di sinistra, ecc.), il candidato alla segreteria del PRC risponde così:

Tutto questo discutere di costituenti e modelli partitici mi sembra uno scimmiottare quello che abbiamo già fatto male, cioè la Sinistra L'Arcobaleno. Federare quello che c'è sembra un istinto di difesa degli apparati, sembra una grande scorciatoia. Allo stesso tempo, nessuno vuole mettere in crisi quello che c'è, non voglio sciogliere il partito che io, con altri, ho contribuito a costruire. (...) Ho sempre parlato non a caso di un soggetto unitario e plurale e mai di un nuovo partito, perché un partito io l'ho già ed è il Prc, che coincide con tutta la mia vita. Dico soggetto unitario e plurale perché fra gli elementi dell'insufficienza della sinistra c'è anche quello della forma partito e della sua riproduzione, perciò bisogna mettere in rete percorsi e storie diverse. Io parlo di un processo costituente della sinistra che è qualcosa di molto lontano dal convocare un'assemblea che faccia un congresso per poter fondare un nuovo partito. Processo è la parola chiave: è capire, parlare, costruire una massa critica che assomigli a ciò che Gramsci definiva intellettuale collettivo. Non guardo dunque né ad una nuova formazione né ad una federazione di quelle che ci sono, perché sono due abbagli politicistici.

In questa intervista Vendola respinge con fastidio questo parlare di "costituenti". La costituente sfuma in un "processo costituente" che consiste nel "capire, parlare, costruire". Parafrasando un vecchio dirigente socialista tedesco (e senza retropensieri polemici), "il fine è nulla, il movimento è tutto". Non si vuole sciogliere il PRC.

Quindi siamo partiti dal "soggetto unico" formato da quattro partiti "soci fondatori" che dovevano trascendere in esso, insieme ad un pezzo di sinistra diffusa. Siamo arrivati, per ora, ad un "processo" nel quale "si parla, si capisce e si costruisce" ma non si sa bene con chi, né per fare che cosa.

mercoledì 14 maggio 2008

Ridateci la storia, please!

La Friedrich Ebert Foundation ha pubblicato in questi giorni un articolo sulla crisi della "sinistra democratica" in Europa scritto dal deputato laburista britannico Denis McShane. Il parlamentare commenta lo stato della socialdemocrazia alla luce degli ultimi risultati elettorali, tra cui la sconfitta del PD in Italia.

L'articolo è interessante anche se il punto di vista che rappresenta è sicuramento lontano da quello della sinistra alternativa. Ma c'è un tema che mi sembra utile segnalare e riguarda la rinuncia alla riflessione culturale. In particolare, McShane denuncia l'abbandono della conoscenza storica come base dell'azione politica. Ricorda come leaders conservatori quali Churchill o Mcmillan ne fossero profondamente impregnati e così uomini come Mitterrand e Brandt. L'attuale sinistra europea sembra priva di una base di cultura storica.

Nel partito laburista ad esempio prevalgono i sociologi (non viene citato ma il pensiero va a Anthony Giddens il principale teorico della "terza via") o gli scienziati politici. Il Labour ha voltato le spalle ai grandi storici britannici.

Credo che una considerazione simile - in un conteso diverso - valga anche per noi. Mentre il Partito Comunista ha sempre considerato la comprensione della dimensione storica una base fondamentale per la definizione di una strategia politica di lungo periodo, questo elemento è quasi completamente scomparso anche nell'esperienza recente di Rifondazione. Basta pensare all'importanza che Gramsci attribuiva all'analisi del Risorgimento al fine di delineare una prosettiva rivoluzionaria in Italia.

E' vero che ha pesato in questa scomparsa il rifiuto comprensibile dello storicismo comunista, con i suoi limiti culturali e la chiusura in una politica a volte poco coraggiosa e innovativa. Mi pare però che questa reazione abbia portato al difetto contrario, all'assenza di consapevolezza dei processi storici entro i quali si svolge l'azione politica. L'innovazione ha bisogno di una conoscenza dell'esperienza storica senza la quale si rischia l'improvvisazione nell'azione politica e l'impressionismo sul piano dell'analisi.

martedì 13 maggio 2008

Il PdCI rinvia lo scontro

Il Comitato Centrale del PdCI è finito ufficialmente con una quasi unanimità. In realtà sembra di capire che lo scontro è stato solo rinviato. Sarà la prossima riunione a discutere del documento congressuale e lì si vedrà se effettivamente viene ricomposta la divisione tra Diliberto e Rizzo.

Lo si capisce dal blog di quest'ultimo dove vengono chiariti alcuni degli elementi di dissenso. Diliberto ha proposto che la discussione congressuale si svolga attorno ad un documento "inemendabile". Questa ipotesi avrebbe sollevato "numerose contrarietà". A questo punto Diliberto "per evitare una spaccatura" ha proposto di decidere alla prossima riunione sulla base del documento che verrà presentato.

Rizzo chiede che nel documento ci siano la "totale alternatività" al Partito Democratico e la scelta della "costituente dei comunisti" per portare alla formazione di un "nuovo partito", dando vita a gruppi di direzione nazionali e locali transitori.

La proposta è simile a quella dell'Ernesto dentro il Prc. Lo smantellamento dei gruppi dirigenti attuali potrebbe consentire a Rizzo assieme alla corrente di Pegolo e a qualche gruppo più piccolo esterno ai due partiti (il Coordinamento per l'Unità Comunista, la Rete dei Comunisti) di scardinare il controllo di Diliberto sull'apparato. E' presumibile che il segretario del PdCI conceda il più possibile a Rizzo nelle formulazioni del documento, senza cedergli il timone dell'operazione.

Una curiosità: Rizzo ha messo il blocco alla possibilità di commentare l'ultimo intervento postato sul comitato centrale del PdCI, probabilmente per evitare interventi troppo polemici nei confronti di Diliberto. La partita è aperta ed è meglio non urtare troppo la suscettibilità della maggioranza del Comitato Centrale.

lunedì 12 maggio 2008

PRC: ci serve un leader o una politica?

Quando saranno disponibili i documenti congressuali sarà possibile dare un giudizio più preciso sullo stato del dibattito in Rifondazione Comunista. Alla luce del Comitato Politico Nazionale dello scorso fine settimana mi sentirei di fare qualche considerazione preliminare.

Innanzitutto il dibattito dovrebbe tracciare un bilancio approfondito del ciclo politico che ha coinciso con la presenza del compagno Bertinotti alla guida di Rifondazione Comunista. Ritengo che questo bilancio sia largamente positivo. Si è evitato di rinchiudere il partito nelle secche del passatismo ideologico. Si è avviato un reale processo di rifondazione che ha portato ad innovazioni politiche e culturali importanti: la rottura con lo stalinismo, il rapporto paritario con i movimenti, la riconsiderazione della cultura comunista e di classe alla luce degli apporti delle nuove culture critiche, a cominciare dal femminismo. Metto tra queste anche la nonviolenza pur se con qualche forzatura ideologizzante.

D'altra parte è necessario cogliere anche alcuni limiti. Penso in particolare al rapporto fra indicazione della proposta politica e costruzione concreta dei passaggi e degli strumenti che ne dovevano consentire la realizzazione. Una insufficiente capacità di verifica dei risultati ottenuti e quindi di aggiustamento in corso d'opera delle stesse proposte. Un certo disinteresse per lo strumento partito.

Le elezioni politiche di aprile, hanno sancito la chiusura di quel ciclo politico per Rifondazione e l'apertura necessaria di uno nuovo. Questo ciclo a mio parere non apre all'intero di Rifondazione, il terreno dello scontro tra innovatori e conservatori, come dimostra il fatto che si sia aperta una divisione principalmente all'interno del gruppo dirigente che ha sostenuto quelle innovazioni.

Semmai il pericolo principale che io intravedo è che un mero continuismo, incapace di una verifica critica (che è altra cosa, ben più seria e ben più difficile della ricerca di capri espiatori) rischi di portarci al risultato opposto a quello che ci si propone. Arrivare a schiantare quel processo rinnovatore, legandolo a filo doppio ad una proposta politica confusa e verticistica qual è quella della Costituente di Sinistra.

Il secondo pericolo è pensare di risolvere i nodi politici e la fragilità del consenso attorno ad una proposta politica puntando sul leader carismatico. Avere dirigenti che dispongono di carisma e capacità di comunicazione tali da intercettare sentimenti di massa è una risorsa importante che va valorizzata. Ma il carisma non può supplire né alla mancanza di un strategia politica, né alla costruzione di un radicamento territoriale che ha bisogno di attenzione allo stato del partito: dalla riduzione della conflittualità interna alla capacità di selezionare dirigenti e amministratori pubblici. Così come non può risolvere il tema delle relazioni sociali del partito nei territori e della costruzione di una trama di rapporti unitari non riconducibili ad una sola formula organizzativa.

Per questo l'analisi politica e il confronto strategico dovrebbero restare centrali nel dibattito congressuale, così come l'intenzione unitaria che lo deve muovere pur nella chiarezza delle posizioni.

sabato 10 maggio 2008

Vendola candidato segretario?

Secondo qualche informazione che circola in rete, Nichi Vendola avrebbe dichiarato la sua disponibilità a candidarsi a segretario del PRC. Devo dire che con tutta la simpatia per Nichi non mi sembra una buona idea. C'è un rischio verso l'esterno e uno verso l'interno.

Verso l'esterno vedo il pericolo che ci sia un suo minore impegno nel ruolo di presidente della Regione Puglia e che questo porti ad indebolire quell'esperienza. Una sconfitta del centro-sinistra in Puglia e la riconsegna di quella regione alle destre minerebbe proprio quella funzione di punto di riferimento per tutta la sinistra che Vendola potrebbe assumere in futuro.

Verso l'interno del partito il rischio è che si punti sul suo indubbio carisma per supplire alla debolezza di una proposta politica che altrimenti i suoi stessi promotori ritengono destinata alla sconfitta. Ma la personalizzazione e il carisma sono armi a doppio taglio, perché tendono a sostituirsi alla costruzione e al radicamento sociale e organizzativo del partito. Ovvero a ciò che più serve oggi a Rifondazione Comunista e alla sinistra alternativa.

Prime notizie dal CPN di Rifondazione

Da un nuovo blog che si chiama "Rifondazione in movimento" riporto queste prime informazioni sul dibattito in corso nel CPN:

Il Comitato Politico nazionale è stato aperto da una breve introduzione di Maurizio Acerbo che ha illustrato la proposta del comitato di gestione per il congresso e per l’ordine dei lavori del cpn stesso.

La proposta prevede che il congresso slitti di una settimana rispetto alla data precedentemente convenuta per evitare la sovrapposizione con le giornate di Genova e consentire la partecipazione di tutti e di tutte domenica 20 Luglio, alla manifestazione nel settimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani.

Se il Cpn domani approverà la proposta il congresso si svolgerà a Chianciano Terme tra il 24 e il 27 luglio. La scelta del luogo, in un periodo di alta stagione turistica, è stata assunta in merito alle convenienze economiche anche in considerazione delle difficoltà di bilancio in cui il partito versa in seguito alla pesante sconfitta elettorale.

La compagna Eleonora Forenza ha esposto brevemente i risultati della commissione politica. Ha ricordato come tale commissione si sia riunita due volte e abbia delegato ad un comitato di scrittura la possibilità di verificare se esistono le condizioni per la presentazione di un documento unitario. Il comitato di scrittura ha verificato che tale condizioni non sussistono. Si procederà dunque a documenti alternativi.

Stefano Alberione ha invece svolto la relazione a nome della commissione regolamento. Punto controverso, che sarà risolto domani con un voto del Cpn, le modalità di voto nei circoli. Secondo Francesco Ferrara la votazione deve restare aperta da due a quattro ore a partire dall’ora stabilita, per Alberione invece all’ora convenuta si voterà per appello nominale dei presenti al congresso seguito da un contrappello finale

mercoledì 7 maggio 2008

Sarà per mozioni il Congresso del PRC

Il prossimo Congresso del PRC si terrà ancora per mozioni contrapposte e non per tesi come chiedeva la componente di maggioranza che fa capo a Ferrero e Grassi. Ci saranno almeno quattro documenti presentati dal'area Giordano-Vendola, da Ferrero-Grassi, dall'Ernesto e da Falcemartello.

La possibilità di un congresso a tesi che avrebbe potuto rendere meno aspro il confronto tra le principali componenti non è stato possibile soprattutto per l'opposizione dei bertinottiani "puri" che hanno preferito puntare sulla conta congressuale.

In una situazione difficile, dopo l'esito elettorale, sarebbe stato auspicabile avere dal gruppo dirigente il segnale di un partito che, pur nelle differenze di opinioni, è in grado di unirsi sui "fondamentali" per partire nell'azione di rilancio motivando i compagni e riducendo la conflittualità diffusa che esiste nei territori.

Purtroppo non sarà così. Possiamo consolarci con la notizia che anche nel congresso del Partito Socialista, ancora più piccolo, ci saranno quattro documenti contrapposti.

lunedì 5 maggio 2008

PdCI: è scontro tra Diliberto e Rizzo

Nell'ultima direzione del PdCI è emersa apertamente l'opposizione tra Diliberto e Rizzo. Quest'ultimo riporta sul suo blog che il Segretario ha deciso di mettere ai voti la relazione e a quel punto Rizzo ha chiesto di potersi assentare.

Alla fine, 67 hanno votato a favore e ci sono stati 2 voti contrari, 5 astenuti, e 7 non hanno partecipato al voto. 23 erano gli assenti. Nel suo blog Rizzo conteggia insieme i 14 che non hanno votato a favore di Diliberto e che rappresentano il 14% dell'organismo. Una minoranza per ora piuttosto ridotta.

Rizzo sembra proporsi come punto di riferimento per un nuovo partito marxista-leninista da comporre con la minoranza dell'Ernesto del PRC e qualche gruppuscolo sparso.

L'europarlamentare si caratterizza per le sue interviste dove cerca di fare un po' il Calderoli di sinistra. A prima vista il suo futuro partito potrebbe essere un incrocio di celodurismo in stile leghista e di stalinismo retrò che ricorda "Servire il popolo", il gruppo dell'allora maoista Aldo Brandirali.

venerdì 2 maggio 2008

I documenti del CPN: l'area di Giordano e Vendola

Nel documento dei compagni e delle compagne che fanno riferimento all'ex segretario il cuore della proposta riguarda la "costruzione di una sinistra nuova", rispetto alla quale il PRC è una "risorsa necessaria". Vengono respinti due percorsi, quello identitario e quello dello scioglimento di Rifondazione.

Per quanto riguarda la Sinistra Arcobaleno definita, con una forzatura rispetto alla realtà dei fatti, un "progetto federativo" ,si dice che è stata sconfitta. Si capisce che secondo questa analisi l'insuccesso di SA risiede nel fatto che è stata percepita come un cartello elettorale e un "simulacro" di unità delle sinistre e non come un vero progetto unitario. Altre cause della sconfitta individuate come rilevanti sono l'inefficacia dell'azione di governo e il "processo di americanizzazione". Processo quest'ultimo, più evocato che analizzato (e a mio parere legato ad una lettura superficiale del rapporto che esiste negli Stati Uniti tra movimenti e rappresentanza politica).

Il documento rivendica una serie di scelte compiute dal PRC durante la gestione di Bertinotti (critica alla globalizzazione capitalistica, lotta la patriarcato, sinistra europea e nonviolenza) e cita esplicitamente il Congresso di Venezia come punto di riferimento.

Dicevo che il cuore della proposta riguarda la Sinistra (con la S maiuscola) da costruire. In proposito si dice che essa deve essere

"unitaria, perché deve darsi sedi e strutture collettive di decisione rivolte a favorire la partecipazione democratica effettiva e che partono da una effettiva cessione di sovranità delle strutture esistenti, ed è plurale, perché fondata su culture, linguaggi, pratiche, organizzazioni differenti e su singole soggettività".

Si evocano di due pericoli speculari, rincorrere l'autonomia del sociale (esodo della politica) da un lato o l'autonomia del politico dall'altra (sfera rappresentativa). In relazione a nuove forme di sperimentazione si lancia l'ipotesi di un "mutualismo di nuova forgia" senza approfondire il tema.

Infine per quanto riguarda il rapporto con il PD si parla di "alterità", da esprimere contestualmente all'opposizione alle destre e in quanto espressione dell'autonomia della sinistra.

Questo documento come è abbastanza naturale rivendica una diretta continuità con la politica condotta dal compagno Bertinotti durante la sua direzione del partito, ed anche nel ruolo di presidente della Camera e candidato premier. La rivendicazione degli elementi di innovazione apportati da Bertinotti è condivisibile, ma sarebbe necessario anche trarre un bilancio critico più serrato dei limiti della sua leadership politica.

L'altro punto debole del documento consiste nel porsi in continuità con l'esperienza della Sinistra Arcobaleno, ma per avanzare una proposta che in realtà ne cambia le caratteristische. Si rimuove il fatto che quel progetto nasceva dalla confluenza di quattro forze politiche. Queste forze non vengono più citate e quindi non si sa bene chi siano - oggi - gli interlocutori del progetto di costruzione della sinistra. A meno che non si voglia evocare come ha fatto Alfonso Gianni in un suo intervento una "sinistra diffusa", che certamente esiste ma che per sua natura non è facilmente inquadrabile dentro una forza politica, per quanto questa si presenti come flessibile e post-novecentesca.

giovedì 1 maggio 2008

Partito unico, federazione o spazio politico?

Uno dei temi principali del dibattito aperto in Rifondazione riguarda la prospettiva dell'unità della sinistra. Per l'area che fa capo a Ferrero occorre rilanciare Rifondazione e contestualmente aprire un confronto per una unità della sinistra, eventualmente in forma federativa (si è parlato del modello FLM) che tenga conto dei soggetti reali e dei contenuti espressi.

L'area che fa capo a Giordano, respinge l'accusa di voler sciogliere Rifondazione e propone una costituente della sinistra. La domanda che viene spontanea è che cosa debba costituire la costituente. Nelle sue conclusioni nell'ultimo Cpn l'ex segretario cerca di dare una risposta. Dopo aver detto no alla federazione e no anche al partito unico (che sarebbe novecentesco) la formula proposta è questa:

Immagino invece uno spazio politico - non una federazione - in cui i soggetti, le passioni, i sentimenti possano stare insieme alla pari e, tramite la partecipazione e la democrazia, possano esprimersi, con poteri decisionali, nella definizione di questa soggettività.

Il minimo che si possa dire è che questa formula non brilla certo per chiarezza. Soprattutto non è chiaro perché una forma federativa non possa rappresentare questo "spazio politico" (o per chi lo ritiene anche un partito). Il rischio è che anziché entrare nel merito delle varie ipotesi si ricorra a formulazioni fumose che non sciolgono i nodi veri e lasciano poi al gruppo dirigente mano libera nelle scelte.