domenica 18 ottobre 2009

Unità dei comunisti Vs. rifondazione comunista

In un'articolo uscito su Liberazione, il venerdì 16 ottobre, il leader della corrente dell'Ernesto, Fosco Giannini, rilancia il tema dell'unificazione tra il PRC e il PdCI. Dall'esponente della componente ideologicamente più "ortodossa" del PRC viene la richiesta al segretario Paolo Ferrero di motivare le ragioni dell'opposizione ad un percorso che porti a riunire, in un nuovo partito, le due forze politiche sorte dalla scissione del 1998, quando coloro che erano contrari alla rottura col centro-sinistra decisero di dar vita al PdCI.

In realtà è lo stesso Giannini a rispondersi in quello che è il passaggio chiave del testo quando afferma:

"In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista, ciò che occorre è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi (...) volta alla costruzione di un partito comunista dotati di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente (...)"

In queste breve capoverso c'è una rilettura del carattere originario del PRC, che viene rappresentato - ovviamente non con questa terminologia - come la confluenza tra una tendenza neo-comunista ed una tendenza marxista-leninista più tradizionale. La scelta del nome vide allora il prevalere della tendenza rinnovatrice. Fu soprattutto con la segreteria Bertinotti e soprattutto con la scissione del '98 che vide la divisione della corrente "conservatrice" tra coloro che fondarono il PdCI e coloro che restarono nel PRC , che prevalse nettamente la tendenza sostenitrice di una reale rifondazione politico-culturale del comunismo italiano.

La sconfitta elettorale e politica seguita all'esperienza del secondo governo Prodi, ha portato alla divisione della corrente rinnovatrice, con un parte consistente del vecchio gruppo dirigente bertinottiano orientato a costituire una nuova forza politica di sinistra post-comunista, considerando ormai fallito il progetto della rifondazione comunista ed anche lo schema delle due sinistre (una moderata social-liberale ed una alternativa anticapitalista) in competizione tra loro, avanzato tempo addietro dallo stesso Bertinotti.

Per Giannini la riunificazione del PRC col PdCI in un nuovo partito dovrebbe quindi sancire la sconfitta definitiva e l'abbandono dell'idea della rifondazione comunista. Le innovazioni prodotte a partire da questa concezione strategica sarebbero state sostanzialmente negative: l'abbandono della categoria dell'imperialismo (intesa dalla corrente dell'Ernesto come unità di tutte le forze antiamericane, anche quelle reazionarie, sul piano mondiale); il rifiuto a considerare tutt'ora vitale il pensiero dei dirigenti comunisti del '900 (tesi peraltro formulata da Bertinotti, ma non interamente condivisa all'interno del gruppo dirigente maggioritario del PRC); l'adozione di una analisi "liquidatoria" della storia del movimento comunista, incluso delle esperienze del socialismo autoritario di stato, alla quale si vorrebbe invece contrapporre un revisionismo apologetico (stile Losurdo).

Sembra difficile che l'unificazione tra PdCI e PRC possa essere effettivamente realizzata sulla base di questi riferimenti ideologici, che sono in contrasto, su elementi fondamentali, con una elaborazione appartenente a tendenze comuniste la cui formazione ha origine ben prima della segreteria Bertinotti, già dentro il PCI (ingraismo, sinistra berlingueriana) e nella estrema sinistra (componenti antistaliniste, Democrazia Proletaria) e che continuano a riconoscersi in una prospettiva rinnovatrice del comunismo.

sabato 5 settembre 2009

Patto Molotov-Ribbentrop: verità storica, non pannicelli caldi

L’analisi del patto Molotov-Ribbentrop che pubblica oggi Liberazione a firma di Alberto Burgio solleva diversi interrogativi. E’ giusto denunciare i caratteri ideologici, in funzione anticomunista, della campagna che da alcune parti viene portata avanti su questo e su altri eventi storici. Non mi sembra però si possa rispondere adeguatamente a questa offensiva senza, da un lato, restare sul terreno della scienza storica e ,dall’altro, essere in grado di formulare le valutazione critiche sul passato, in mancanza delle quali continueremmo a restare zavorrati ad un passato che è morto e sepolto. Non è certo rinverdendo consunte mitologie che si ci si può porre all’altezza dei compiti dell’oggi e del domani.
Innanzitutto, cercare di negare il legame tra il patto tra Urss e Germania nazista e l’occupazione della Polonia significa tentare di cancellare un dato che è storicamente certo. Burgio scrive che il patto “non comprendeva alcun accordo spartitorio a danno della Polonia”. Se è vero ch si tende a parlare di “sfere d’influenza”, è altrettanto vero che nel protocollo segreto del 23 agosto di dichiara che “la questione di sapere se l’esistenza ulteriore di uno Stato polacco indipendente corrisponda agli interessi delle due parti contraenti, e quali saranno le frontiere di questo Stato, non potrà essere definitivamente risolto che alla luce dell’evoluzione politica futura.” E’ evidente a tutti che mettere in discussione l’esistenza dello stato polacco è la condizione politica a partire dalla quale si apre la strada all’occupazione e alla spartizione del paese.
Sul tema della legittimità dell’accordo, nell’ambito di condizioni storiche determinate, Burgio ricorda giustamente che questo deriva anche dalle responsabilità di Francia e Inghilterra. E’ bene però sottolineare che tutta la logica dell’accordo (protocolli segreti, sfere d’influenza, sottomissione dei popoli agli interessi delle grandi potenze) è completamente interna a una concezione imperiale e borghese delle relazioni internazionali. La rivoluzione d’ottobre si fece anche contro tutte queste logiche spartitorie e imperialistiche. Fu certamente utopistica l’idea di Trotsky di poter chiudere dopo qualche settimana il ministero degli esteri, pensando che la rivoluzione mondiale avrebbe reso inutile l’esigenza di una politica estera dello stato sovietico. Ma da lì al passaggio all’utilizzo spregiudicato delle forme più ripugnanti della diplomazia borghese, c’è un salto che andrebbe indagato, anche per capire se non ci fosse un’altra strada più coerente con quelli che dovevano essere i presupposti di un regime che si voleva socialista. Il patto era legittimo, ma la sua legittimità era sostanzialmente “controrivoluzionaria”.
Fu comunque utile a consentire la preparazione dell’Unione Sovietica per resistere e poi respingere la successiva offensiva nazista? Burgio lo dà per scontato, ma in realtà la ricerca storica, quella più oggettiva e non pregiudizialmente anticomunista, traccia un quadro più sfumato. La disarticolazione, per certi aspetti persino la rotta disastrosa, subita dall’Armata Rossa nel giugno del ’41, indicano che in realtà gli anni guadagnati non furono affatto utilizzati adeguatamente per preparare il paese alla difesa. Fu soprattutto l’enorme sforzo successivo a garantire all’URSS la capacità di reagire. Senza contare che nel frattempo anche la Germania aveva utilizzato la tregua garantita da patto per poter scatenare una forza militare maggiore nella successiva operazione Barbarossa, dopo aver ridotto il rischio di trovarsi a combattere su due fronti.
Infine il patto va valutato alla luce del conseguenze che ebbe sul piano politico-ideologico il movimento comunista internazionale. Venne bruscamente abbandonata la propaganda antifascista. Vennero esaltate vicinanze innaturali tra la Germania nazista e l’URSS: la Pravda arrivò a pubblicare integralmente un discorso di Hitler; l’NKVD, predecessore del KGB, organizzò conferenze comuni con la Gestapo per gestire la repressione nei territori occupati. Per non parlare dell’ignobile decisione dell’URSS staliniana di consegnare centinaia di esuli comunisti tedeschi e austriaci (molti ebrei) nelle mani dei nazisti che li deportarono nei campi di concentramento. La svolta imposta ai partiti comunisti a seguito della firma del patto si basò sulla volontà di subordinare sia l’ideologia (cristallizzata nel marxismo-leninismo di stato) che la politica del Comintern e delle sue sezioni agli interessi di Stato dell’Unione Sovietica. Un elemento che ha pesato disastrosamente su tutta la storia del movimento comunista del novecento.
Se non si affrontano questi nodi, si distribuiscono consolatori quanto inutili pannicelli caldi.

Franco Ferrari

sabato 8 agosto 2009

Iran: liberazione, democrazia e antimperialismo

La crisi politica iraniana seguita alla rielezione di Ahmadinejad e al movimento popolare di protesta che l’ha contestata, ha riaperto una discussione nella sinistra internazionale che era già emersa secondo linee analoghe in precedenti occasioni sul ruolo di Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina, movimenti anch’essi legati all’islamismo radicale.

Mentre tutta la sinistra iraniana e buona parte della sinistra alternativa nel mondo hanno sostenuto il movimento di contestazione, pur esprimendo giudizi differenziati sul significato delle elezioni stesse e sul ruolo svolto dai cosiddetti “riformisti”, si sono al contempo levate diverse voci, sia intellettuali che politiche, che hanno in sostanza sostenuto le ragioni del regime.
Tra questi un intellettuale nordamericano come James Petras, ma anche diversi presidenti di sinistra latinoamericani. Particolarmente attivo nel sostenere che Ahmadinejad avesse vinto le elezioni e che il movimento di protesta fosse manipolato se non organizzato dagli Stati Uniti e dall’occidente, il governo venezuelano di Chavez che ha diffuso anche diversi testi propagandistici per dimostrare che l’opposizione si sarebbe mossa sulla base di un pamphlet scritto da Gene Sharp, teorico della “nonviolenza”, analogamente a quanto avvenuto in altre cosiddette “rivoluzioni colorate” che hanno avuto successo in diversi paesi dell’ex Unione Sovietica.
Questi interventi ripetono sostanzialmente le tesi del regime sulla validità del risultato elettorale, il seguito che avrebbe Ahmadinejad nei settori popolari a Teheran e nel Paese grazie ad una politica di distribuzione socialmente equa delle ricchezze derivanti dal petrolio e sulla prevalenza nell’opposizione di un ceto medio manipolato dall’Occidente.

In questi giudizi vengono rimosse, senza essere realmente contestate, tutte le analisi diffuse in questi anni dall’opposizione di sinistra e democratica iraniana sul carattere strutturalmente reazionario del regime, sulla repressione che ha colpito non solo gli studenti o i ceti medi, ma anche i settori operai più militanti e sindacalizzati, sulla crescita della povertà e delle diseguaglianze nonostante la disponibilità di ingenti fondi derivanti dal petrolio.

Ma l’analisi della vicenda iraniana si inserisce in un dibattito più ampio sull’islamismo politico in relazione al ruolo che esso svolge nel conflitto mediorientale e in particolare la sua connessione con l’antimperialismo. Vorrei segnalare in particolare due interventi su questo tema, da parte di Samir Amin e di Asef Bayat. Amin, intellettuale egiziano che ha avuto un ruolo di rilievo nell’analisi delle teorie della dipendenza - che ponevano al centro del conflitto mondiale lo scontro tra il centro imperialista e i paesi del Terzo Mondo - ed è stato influenzato dal maoismo, nega il carattere antimperialista dei movimenti islamici. Esplicito in tal senso il titolo di un suo recente contributo. “L’Islam politico al servizio dell’imperialismo”, pubblicato dalla Monthly Review. Secondo Amin, l’Islam politico, pur nelle differenze che lo attraversano, è schierato socialmente nel campo del capitalismo dipendente. Si tratta di un movimento “…fondamentalmente reazionario e perciò ovviamente non può partecipare al progresso della liberazione dei popoli…”.
Arrivando alle conclusioni del suo ragionamento, Amin ritiene che vi siano in Medio Oriente tre correnti politiche principali: quelli che si proclamano nazionalisti, ma sono solo gli eredi degenerati della burocrazia della fase nazionalpopulista; gli islamisti; i “democratici” che avanzano richieste compatibili con il liberalismo economico.

La sinistra non dovrebbe allearsi, se non in modo occasionale, con nessuna di esse. Il suo compito è di “…affermare sé stessa intraprendendo lotte nelle aree dove essa trova la sua naturale collocazione: la difesa degli interessi delle classi popolari, la democrazia e l’affermazione della sovranità nazionale, tutte concettualizzate insieme come inseparabili” (NdR. la sottolineatura è mia). A me pare che questa affermazione sia del tutto sottoscrivibile, anche se l’analisi di Amin, per altri aspetti, mi sembra inadeguata a spiegare il processo di sviluppo capitalistico di importanti aree del terzo mondo nonché il fenomeno della globalizzazione e che resti troppo legata ad una impostazione “terzomondista”.

Asef Bayat, in un saggio pubblicato sul Socialist Register - Islamism and Empire: The Incongruous Nature of Islamic Anti- Imperialism - arriva a conclusioni simili, ma sulla base di una analisi che trovo più convincente. Bayat non nega il ruolo antimperialista dell’islamismo politico, nel senso di opposizione alle politiche e agli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente, per quanto con contraddizioni (basti rilevare l’alleanza di fatto Iran-USA nella gestione dei conflitti irakeno e afghano). Soprattutto sottolinea il carattere contraddittorio di quello che definisce un “antimperialismo autoritario” chiedendosi: “Certe lotte degli islamisti indeboliscono certi interessi strategici e materiali dell’Occidente. Ma essi indeboliscono necessariamente anche la sua egemonia ideologica globale?” È evidente che la risposta a questa domanda per Bayat non può che essere negativa.

L’islamismo non offre, né in pratica né in teoria, una alternativa praticabile alla dominazione imperialista. La conclusione di Bayat è del tutto sottoscrivibile e non può che orientare il giudizio della sinistra nelle pur complicate vicende mediorientali, e non solo: “Qualsiasi lotta, per quanto eroica, che sostituisca la supremazia imperialista con forme locali di oppressione non serve gli interessi della maggioranza dei musulmani. (…) la questione centrale per le forze progressiste non è solo come sfidare l’impero, ma come realizzare la liberazione: perché lo scopo finale non è semplicemente l’antimperialismo, ma l’emancipazione”.

Questi interventi mettono in evidenza i limiti teorici e politici di chi ripropone una concezione dell’antimperialismo che analizza le vicende politiche, sociali e culturali secondo una impostazione prevalentemente geostrategica, in cui ogni movimento e conflitto sono esaminati con l’esclusiva lente del rapporto con la politica nordamericana. L’antimperialismo, separato da una strategia di liberazione e di controegemonia rispetto al capitalismo neoliberale che intrecci lotte sociali, lotte democratiche e di emancipazione - come sottolineano, pur partendo da punti di vista diversi sia Samin che Bayat - rischia semplicemente di giustificare il sostegno subalterno di una parte della sinistra a politiche, regimi e movimenti reazionari.

Riferimenti bibliografici:

‐ Samir Amin, Political Islam in the Service of Imperialism,
http://www.monthlyreview.org/1207amin.htm

‐ Asef Bayat, Islamism and Empire: The Incongruous Nature
of Islamic Anti‐Imperialism, Socialist Register, 2008

Franco Ferrari

Questo articolo è ripreso dall'ultimo numero di "Piovono Pietre".

sabato 11 luglio 2009

La sinistra iraniana e il movimento democratico

Attraverso i siti web è possibile avere un quadro, seppur parziale, delle posizioni assunte dai vari gruppi di sinistra in Iran in merito alla politica del presidente Ajmadi-nejad, alle elezioni presidenziali e al loro risultato e al movimento di massa che ne ha contestato l'esito ufficiale a favore del principale candidato del regime.

La sinistra di orientamento comunista, socialista e marxista, in Iran è estremamente frammentata. Ha subito per quasi tutta la sua esistenza, prima sotto il regime dello Scià Reza Pahlevi e poi sotto il regime teocratico islamico instaurato dopo la rivoluzione popolare del 1979, una violenta repressione. Oggi i gruppi politici che ne fanno parte sono prevalentemente attivi nell'emigrazione ed è difficile valutarne l'effettiva influenza all'interno del Paese.

L'analisi dei testi pubblicati prima o dopo le elezioni, almeno di quelli accessibili in inglese o francese, indica uno schieramento generalizzato contro il regime e a fianco del movimento di lotta, a differenza di settori della sinistra occidentale e latinoamericano che hanno sposato con maggiore o minore ambiguità le tesi del regime islamico, in nome dell'antimperialismo. Emergono invece importanti differenze per quanto riguarda il giudizio sui cosiddetti "riformisti" e sulla opportunità di partecipare alle elezioni.

Il campo della sinistra marxista è oggi il frutto di numerose divisioni politiche ed ideologiche che si sono andate accumulando a partire dagli anni '60. Il partito Tudeh rappresenta la corrente comunista tradizionale, molto legato all'URSS e ai regimi socialisti fino alla loro caduta. Vi sono poi gruppi nati dalle divisioni del movimento comunista internazionale che si sono schierati con la Cina o, dopo la rottura di questa con il maoismo, con l'Albania. Una importante corrente, dalla quale sono sorte numerose organizzazioni, è quella dei fedayn del popolo che all'inizio degli anni '70 avevano scelto la strada della lotta armata. Da questa organizzazione sono emerse forze politiche più moderate che hanno abbandonato il marxismo-leninismo e oggi si considerano sostenitrici di un socialismo di tipo democratico come l'Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniani (Maggioranza), considerata da qualche fonte come il più forte partito di sinistra e altre che mantengono una linea radicale in relativa continuità con le tesi degli anni '70, influenzate dai movimenti armati dell'America Latina.

Alcune organizzazioni hanno una caratterizzazione specificamente iraniana in quanto fanno riferimento alle tesi originali del marxista Manzoor Hekmat, oggi scomparso, che respingeva criticamente tutte le tradizioni ortodosse derivanti dai vari paesi del socialismo reale ed è violentemente critico di tutte le correnti islamiche. Inizialmente il gruppo di Hekmat si era unito all'organizzazione curda Komalah, per dar vita al Partito Comunista d'Iran, per dividersi successivamente e creare il Partito Comunista Operaio. Dopo la morte di Hekmat, anche quest'ultimo si è frammentato in almeno tre gruppi rivali.

Infine occorre considerare le organizzazioni specificamente curde. La principale è il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, di orientamento nazionalista e progressista. Il Komalah, di tendenza comunista, ha subito una scissione di un forte gruppo che si colloca oggi su posizioni socialdemocratiche, mentre si è contemporaneamente formato un Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK) considerato da molti osservatori come espressione locale del PKK.

I comunisti del Tudeh considerano quella di Ahmadi-nejad come una delle leadership più reazionarie che l'Iran abbia avuto dalla rivoluzione islamica del 1979. E' considerato espressione diretta della "Guida Suprema" Ali Khamenei (successore di Khomeini) nonché dei settori di sicurezza e paramilitari più oltranzisti del regime (i Sebah Pasdaran e i Basij). Ritengono che la sua politica economica sia fallimentare perché ha determinato il declino del sistema produttivo ed una elevata inflazione che ha danneggiato i ceti medi e popolari, sprecando i benefici derivanti dagli altri prezzi del greggio. Denuncia, sulla base dei dati ufficiali, che la povertà è cresciuta e così anche l'ingiustizia sociale. La politica estera di Ahamdi-nejad viene considerata avventurista in modo tale da offrire alle potenze imperialiste la possibilità di intervenire nella vita politica iraniana, fino al rischio della guerra.

Il bollettino in inglese "Tudeh News" ha denunciato già prima del voto il pericolo di brogli massicci tali da alterare il risultato. In particolare l'aumento delle urne mobili, moltiplicate per dieci rispetto alle elezioni precedenti, così come la stampa di 14 milioni di schede in più, delle quali era impossibile seguire le tracce hanno fatto intravedere la possibilità di una massiccia operazione di falsificazione. I comunisti denunciano il sistema elettorale come falsato in ogni caso, in quanto il Consiglio dei guardiani può escludere candidati che mettano in discussione il regime. Inoltre il potere decisivo resta in mano alla Guida Suprema. Il limite dei "riformisti di stato" è quello di non mettere in discussone il principio del "Velayat-e-faqui" (la guida del giureconsulto) che costituisce la negazione della democrazia. Nonostante ciò e i limiti della politica dei candidati riformisti, che non traggono i necessari insegnamenti dal fallimento dell'esperienza presidenziale di Khatami, i comunisti hanno invitato a partecipare alle elezioni e a votare contro i due candidati reazionari (Ahmadi-nejad e Reza'i) e quindi per i due candidati riformisti Musavi o Karrubi.

Dopo le elezioni, il Tudeh ha denunciato il regime per aver alterato il risultato a favore di Ahmadi-nejad e per la repressione contro il movimento democratico di protesta. Hanno parlato di un vero e proprio "colpo di Stato". Sostengono pienamente il movimento e hanno lanciato un appello ai lavoratori a schierarsi a favore delle forze amanti della libertà. Il loro obbietivo strategico è di costruire una vasto schieramento unitario per mettere fine al regime teocratico del "Velayat-e-faqui".

L'Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniani (Maggioranza - OIPF/M) non ha pubblicato documenti recenti in inglese. La sua posizione generale può essere dedotta da una dichiarazione sottoscritta unitamente dall'Unione dei Fedayn del Popolo d'Iran, dal Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, e dal Partito Komala del Kurdistan Iraniano nel luglio 2007. Il documento denuncia l'incremento della repressione che sta colpendo tutti i movimenti sociale: studenti, donne, lavoratori, insegnanti e docenti universitari, minoranze, ecc.

Questo incremento della repressione è interpretato come una reazione del regime al timore che gli effetti della crisi economica (disoccupazione, estensione della povertà, inflazione, ricadute delle sanzioni internazionali) possa determinare una estensione dei movimenti di protesta. La Repubblica Islamica vede in questi movimenti l'avvicinarsi della sua fine. L'obbiettivo di queste lotte è il riconoscimento dei diritti fondamentali di libertà politica, eguaglianza e fine della discriminazione. I firmatari del documento fanno appello a tutti i repubblicani (termine con il quale si definiscono varie correnti nazionaliste che si ispirano a Mossadegh), i democratici e gli amanti della libertà per unirsi contro la politica repressiva della Repubblica Islamica.

L'OIPF (Maggioranza) nello stesso mese di luglio 2007 aveva inviato una lettera aperta al presidente venzuelano Hugo Chavez in occasione della sua visita in Iran, nella quale aveva consolidato i buoni rapporti tra i due paesi. L'organizzazione solleva tutte le proprie perplessità di fronte all'intensificarsi dei legami fra alcuni Paesi latinoamericani governati dalla sinistra e la dittatura islamica iraniana. Le forze di sinistra in Iran e in Medio Oriente hanno visto con favore la crescita della sinistra in America Latina che ha rappresentato, dopo il crollo dell'URSS, la speranza di una ripresa del socialismo in forma democratica.

Quella rappresentata da Ahmadi-nejad invece è la fazione più reazionaria e di estrema destra del regime che ha perseguitato i democratici, attraverso gli "omicidi seriali" (una serie di assassinii di giornalisti ed altri dissidenti organizzati dalle forze para-militari) ed ha messo in pericolo gli interessi nazionali dell'Iran perseguendo il programma nucleare. La posizione di Chavez, conclude l'organizzazione dei Fedayn è contraria al processo democratico in Iran: "noi crediamo profondamente che ci sia una forte relazione tra democrazia e socialismo".

Un'altro gruppo che deriva dallo stesso troncone, l'Organizzazione dei Guerriglieri Fedayn del Popolo Iraniani (OIPFG) ha pubblicato alcune dichiarazioni. Una di esse datata 13 giugno e tradotta in francese è intitolata: "Dopo la frode elettorale, una nuova ondata di repressione, di violenza e di dittatura minaccia il Paese". Per l'OIPFG i voti ottenuti da Mussavi erano molto superiori a quelli ottenuti da Ahmadi-nejad. I Guardiani della Rivoluzione avevano preparato per tempo il loro "colpo di stato", prima ancora che si chiudessero le urne. L'obbiettivo deve essere ora di estendere le mobilitazioni in tutto l'Iran e di chiedere l'annullamento del voto e lo svolgimento di nuove elezioni sotto il controllo dell'ONU e delle istituzioni internazionali.

A differenza del Tudeh, l'OIPFG aveva invitato la popolazione a boicottare la "mascherata elettorale", in quanto il regime non consente la presenza di candidati veramente indipendenti, né la possibilità di un effettivo controllo dell'esito del voto. In un'altra dichiarazione successiva l'organizzazione analizza la natura reazionaria del regime instaurato nel 1979 da Khomeini e individua l'esistenza di un conflitto interno al regime stesso fra la componente di Rafsanjani e Mussavi da un lato e Khamenei-Ahamdi-nejad dall'altro. Mentre per i primi il potere si basava soprattutto nel Bazar (la borghesia commerciale), i secondi hanno la loro base di forza negli apparati della sicurezza e della repressione. Secondo l'OIPFG i manifestanti scesi nelle strade dimostrerebbero di non avere simpatia per nessuno dei candidati ma di essere contrari all'intero regime. Un appello particolare a scendere in lotta è rivolto ai lavoratori del settore petrolifero per far sentire il ruolo della classe operaia.

Anche il Partito del Lavoro dell'Iran (gruppo noto col nome di Toufan, che significa tifone o tempesta) aveva invitato a boicottare le elezioni in quanto queste sarebbero servite solo a legittimare il regime. Per questo gruppo le due principali fazioni (conservatori e riformisti) si combattono per decidere chi è in grado di difendere meglio il regime. I riformisti hanno disilluso le masse dimostrando durante la presidenza Khatami di non avere la forza e la volontà per introdurre quei cambiamenti richiesti dalla popolazione. In una situazione in cui il dispotismo governa il paese, le organizzazioni politiche sono messe al bando, la stampa libera è soppressa gli attivisti politici e sindacali sono torturati e imprigionati, parlare di elezioni libere è una presa in giro.

Il numero di "Toufan International" successivo alle elezioni accoglie con grande favore il movimento di protesta. Il titolo recita: "Dimostrazione di un milione di persone a Tehran contro il brutale regime della Repubblica Islamica! Viva lo sciopero generale!". L'articolo chiede il rilascio di tutti gli arrestati nelle manifestazioni e il processo per i responsabili della repressione. Inoltre chiede la piena eguaglianza di diritti tra uomini e donne, la separazione dello stato e della religione, la libertà di espressione, assemblea e organizzazione, il ritiro delle forze repressive dalle strade.

Per il Partito Comunista dell'Iran (che ha il suo seguito soprattutto nel Kurdistan attraverso il Komalah) il regime della Repubblica Islamica sta affrontando la crisi più grave dei suoi trent'anni di esistenza e cerca di superarla attravreso una rigida dittatura militare fondata sui Pasdaran. Le strade si sono riempite di manifestanti che protestano contro il "golpe elettorale" dei Pasdaran. Ma il PCI invita a non seguire i leaders riformisti, bensì a partecipare alla lotta con i propri slogans e le proprie richieste. Le parole d'ordine devono riguardare la seprazione tra la religione e lo stato, incondizionate libertà politiche, completa eguaglianza per le donne, libertà di creare organizzazioni dei lavoratori, ecc. Gli attivisti del partito sono invitati a impegnarsi nella lotta e a portare nelle proteste questo orientamento.

Per il Partito Comunista Operaio d'Iran, le elezioni erano una "farsa" e non c'erano ragioni valide per sostenere i riformisti in quanto anch'essi espressione dello stesso regime di Ahmadi-nejad. Il partito, dopo le elezioni, si è schierato a fianco della protesta. Il suo blog in lingua inglese aggiorna continuamente su quanto avviene all'interno del Paese, con foto e video delle manifetstazioni contro il regime. Una sintesi delle posizioni politiche di questo partito emerge da una dichiarazione pubblica dell'organizzazione gemella che opera in Iraq, il Partito Comunista Operaio di Sinistra, nella quale si parla di inizio della fine per la Repubblica Islamica. La protesta contro la falsificazione dell elezioni è stata la ragione immediata che ha portato la gente a manifestare contro il "barbaro regime islamico guidato dalla banda di Khamenei-Ahmadi-nejad". Quella che sta avvenendo in Iran è una "rivoluzione di massa".

La rivolta iraniana per il Partito Comunista Operaio apre la strada ad una sconfitta generalizzata in Medio Oriente di tutto "l'Islam politico", dai gruppi filorianiani dell'Iraq ad Hamas in Palestina. Le forze dell'Islam politico guardano con preoccupazione ai milioni di iraniani che protestano contro il regime. Il Partito Comunista Operaio si propone come guida del movimento rivoluzionario per il rovesciamento della Repubblica Islamica. Tesi analoghe sono sostenute dagli altri gruppi "hekmatisti".

Per completare il quadro un accenno alle organizzazioni curde. Il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, principale organizzazione della minoranza kurda, unitamente al Komala (la componente socialdemocratica, scissasi dal Komalah marxista che dirige il Partito Comunista dell'Iran) avevano sottoscritto un appello al boicottaggio delle elezioni, in quanto rappresentano una finzione di democrazia. Gli stessi riformisti non avrebbero gli strumenti politici e istituzionali per realizzare le riforme che promettono. Democrazia e federalismo, i due obbiettivi fondamentali che si propongono le organizzazione kurde iraniane non sono raggiungibili nell'ambito dell'ideologia arretrata e delle istituzioni omicide del regime islamico. Posizioni analoghe sostiene anche il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK) il quale afferma in un comunicato che "la nazione kurda e tutte le altre nazoni iraniane hanno diritto di partecipare alla disobbedienza civile e alla protesta pacifica".

sabato 27 giugno 2009

Iran: quando in nome dell'antimperialismo si finisce nel campo della reazione

La proclamazione della vittoria del presidente uscente Ahmadi-nejad, nelle recenti elezioni presidenziali iraniane, ha suscitato una larga mobilitazione popolare di protesta che ha avuto il suo centro a Teheran. Alla sua testa vi è il principale dei candidati dichiarati sconfitti, il "moderato" Mir Hossein Musavi che fu primo ministro iraniano negli anni '80. Musavi e gran parte delle opposizioni ritiene che la vittoria di Ahmadi-nejad sia stata il frutto di consistenti brogli, organizzati dal regime soprattutto attraverso le "Guardie Rivoluzionarie". La protesta è stata accolta da una dura repressione che ha causato diversi morti, documentata da materiale video e altre informazioni fatte pervenire illegalmente all'estero.

Fin qui, in sintesi, i fatti certi. Più difficile dire se i dati ufficialmente dichiarati corrispondano effettivamente al vero. Se Ahmadi-nejad abbia effettivamente vinto e soprattutto se con un consenso tale da consentirgli di prevalere nettamente fin dal primo turno e quindi di evitare di dover affrontare un secondo turno nel quale gli avversari (due più moderati e uno altrettanto reazionario) avrebbero potuto coalizzarsi e sconfiggerlo.

Se la sinistra, prevalentemente, mostra simpatia per i manifestanti che contestano il regime islamico, senza necessariamente sottoscrivere alle posizioni e agli intenti del candidato "riformista" Musavi, o del potente Rafsanjani che risulta sostenere la protesta nell'ombra, non mancano voci che invece si schierano a favore di Ahmadi-nejad.

E' il caso ad esempio del sito de "L'Ernesto" che, anche se non prende direttamente posizione, riporta esclusivamente interventi favorevoli al regime, per quanto raccolti dalle fonti ideologicamente più disparate, e in generale da personaggi che giudicano sulla base di presupposti ideologici piuttosto che da una conoscenza effettiva dei fatti, che infatti tendono tranquillamente ad ignorare.

La campagna in favore del regime islamico si avvale in particolare delle prese di posizione di alcuni esponenti politici latinoamericani di primo piano che hanno riconosciuto la vittoria di Ahmadi-nejad sulla base del discutibile assunto che avendo attribuito oltre il 60%, nessuno può imbrogliare così tanto e quindi la vittoria è certa. Fra questi spiccano Chavez e Lula. Ora si possono comprendere le ragioni geo-politiche che portano alcuni Paesi, soprattutto latinoamericani e soprattutto produttori di petrolio, a vedere con favore il prevalere di una leadership anti-americana in Iran, è più difficile condividere la difesa di un regime reazionario che nella sua essenza è in totale contraddizione con tutti i valori che contraddistinguono la sinistra.

Gli avvocati di sinistra del regime reazionario islamico sostengono che Ahmadi-nejad ha vinto le elezioni e che è sostenuto dai ceti popolari, mentre l'opposizione è costituita dai ceti medi, filo-americani, la cui protesta è organizzata dall'occidente, in particolare dalla CIA.

Ora qualsiasi analisi non può non partire da un giudizio sul regime islamico, ovvero su un regime teocratico, nel quale il potere reale non è in mano agli organi eletti ma all'ayatollah Kamenei e ai vertici del clero sciita. Non ci possono essere candidati di opposizione al regime teocratico, basato sul principio del "velayat e faqih", ovvero sul principio secondo cui l'autorità suprema è determinata da colui che interpreta la legge islamica e quindi non deriva dal popolo.

I giornali sono soggetti a censura, parecchi giornalisti sono stati assassinati o imprigionati, le forze politiche critiche verso il regime teocratico sono illegali e perseguitate, ecc. Nel corso della storia del regime, migliaia di oppositori, soprattutto comunisti e socialisti, sono stati torturati e assassinati. Le proteste sindacali vengono duramente represse e i sindacalisti sottoposti a pene durissime. Lo stesso Ahmadi-nejad, nel corso della sua carriera, svolta soprattutto all'interno dei "Guardiani della rivoluzione", si sarebbe distinto per aver partecipato direttamente all'assassinio di oppositori comunisti.

Quanto al fatto che il presidente iraniano goda di un certo appoggio popolare, questo è riconosciuto da molte fonti (tra cui i servizi di intelligence americani in questo in piena sintonia con i sostenitori di sinistra del regime islamico) anche se è difficile saperlo con certezza, visto che nessuno può girare liberamente per l'Iran a chiederlo agli iraniani. Ciò dipende dal fatto che il regime ha effettivamente utilizzato parte della rendita petrolifera degli anni scorsi a favore dei ceti diseredati, ma contemporaneamente ha alimentato l'inflazione, la corruzione e fenomeni di declino economico che hanno peggiorato le prospettive soprattutto delle nuove generazioni.

Avere il consenso popolare, magari ricorrendo a politiche clientelari (quelle che nel Meridione controllato dalla DC, negli cinquanta e sessanta, venivano chiamate come le politiche delle mance), non modifica di per sé il carattere di classe o democratico di un regime. Sul sito de L'Ernesto leggo un titolo che dice: "Ma Ahmadi-nejad ha ragione: l'Iran della povera gente è con lui". Sarebbe come aver scritto dopo le elezioni europee: "Ma Bossi ha ragione: il nord degli operai è con lui".

Anche lo schema semplicistico di un regime interessato a difendere gli interessi popolari e un'opposizione, filo-capitalista è costruita da autori che dimostrano una totale ignoranza delle vicende iraniane (e ignoranti non solo perché non sanno, ma perché nemmeno sono interessati a sapere, visto che devono solo confermare lo schema manicheo che hanno in testa). Come scrive un conoscitore vero dell'Iran sul sito progressista americano Foreign Policy in Focus, il leader "riformista" Musavi, quando era primo ministro, sostenne una politica di forte intervento dello Stato nell'economia e per questo fu attaccato dall'Ayatollah Kamenei, guida suprema del regime e vero protettore di Ahmadi-nejad, che chiedeva maggiore libertà per l'impresa privata.

A fianco dell'opposizione iraniana scesa in piazza si sono schierate, pur con accenti diversi nel valutare il ruolo dei cosiddetti "riformisti" del regime, tutte le forze di opposizione socialista e comunista che operano in clandestinità. Immaginiamo che forze politiche le quali hanno commesso certamente molti errori, particolarmente frammentate, ma che hanno pagato un tributo di sangue e di sofferenze enorme alla loro lotta contro il regime reazionario islamico, non sarebbero particolarmente felici da sentirsi etichettare da qualche "antimperialista da salotto", come strumenti della CIA.

Il vizio di fondo che si esprime nella campagna a favore del regime clericale iraniano da parte di settori della sinistra ha due basi ideologiche:

la prima è che il mondo sia ancora diviso in due campi politico-militari contrapposti, così come era nella guerra fredda, organizzati attorno all'URSS e agli USA. Allo scontro tra questi due campi (allora reali, oggi in larga parte immaginari) andrebbero subordinati i contenuti politico-sociali ed anche i valori fondamentali che contraddistinguono una forza di sinistra.

la seconda è che la democrazia e i principi fondamentali di libertà individuale siano puramente strumentali e secondari rispetto a questo scontro. Per cui ci si batte contro la censura quando la si subisce, ma la si giustifica quando si è a favore del regime che l'esercita. Così vale per la tortura, la repressione, la guerra ecc. Una doppia morale posta al servizio della politica. Oltre tutto pure di una pessima politica.

sabato 13 giugno 2009

La sconfitta delle sinistre e il problema dell'unità (2)

La discussione che si svolge in questo fine settimana nel Comitato Politico Nazionale del PRC deve verificare se la strategia messa a punto al congresso di Chianciano del luglio scorso è ancora adeguata, alla luce dell'esito negativo delle elezioni europee.

Dal Congresso era uscita una risicata maggioranza che concordava innanzitutto su un punto: non considerare superata l'esperienza di Rifondazione Comunista. E non solo in quanto struttura politica, ma in quanto progetto che aveva come presupposto la convinzione che il crollo del socialismo reale e la scomparsa del PCI in Italia, imponessero un profondo rinnovamento politico e culturale - un mutamento di paradigma - per rilanciare una presenza comunista non residuale nel nostro paese. Una innovazione che non partiva da zero ma che raccoglieva elementi dell'esperienza del PCI e della nuova sinistra degli anni '60 ed anche gli apporti di correnti critiche che si erano espresse in rottura con lo stalinismo.


Gli elementi centrali emersi dal Congresso erano questi:

  • rilancio del partito soprattutto a partire dal suo insediamento sociale e dalla sua capacità di essere attivo nei conflitti e nei movimenti (idea del "partito sociale");

  • archiviazione della possibilità di perseguire esperienze di governo in coalizioni di centro-sinistra, stante la svolta moderata del PD (riaffermazione dell'autonomia del PRC e dell'alternatività al progetto strategico del PD);

  • ricerca dell'unità fra le forze comuniste, anticapitaliste, alternative attraverso forme di coordinamento che non mettano in discussione identità e autonomia dei singoli soggetti;

  • una gestione interna che superasse la logica del governo di maggioranza per cercare il coinvolgimento di tutte le componenti.

La formazione della lista col PdCI e altri gruppi minori alle elezioni europee è stato un passaggio per molti versi obbligato, vista l'introduzione del quorum del 4%, ma che nell'impostazione data soprattutto da Ferrero, ha cercato di essere coerente con quella prospettiva. Si è tenuta quindi distinta dalla strategia di unificazione tra PRC e PdCI, rilanciata invece da Diliberto e sostenuta da alcune componenti interne a Rifondazione.

I sostenitori dell'unificazione hanno finora lasciato largamente indeterminato il carattere e il progetto politico del partito che dovrebbe sorgere dalla fusione:

deve collocarsi in continuità con la storia comunista pre-'89 o riconoscere che quello è un punto di rottura dal quale non si può prescindere? E se deve essere in continuità deve esserlo rispetto a quale concezione: quella del PCI amendoliano di Diliberto e della maggioranza del PdCI, o quella neo-staliniana sul modello del PC greco che ispira alcuni settori di minoranza di entrambi i partiti?

  • Occorre ripristinare il centralismo democratico come fece il PdCI al momento della sua creazione o mantenere una struttura per correnti più o meno strutturate come avviene nel PRC?
  • La prospettiva politica è quella di ricostruire una qualche forma di centro-sinistra, come sembra affiorare a volte dalle posizioni del PdCI, o considerare chiusa questa esperienza? Finora i sostenitori dell'unificazione hanno evaso - mi pare - la risposta a queste ed altre domande.
  • Il risultato elettorale rafforza o indebolisce la prospettiva dell'unificazione tra PRC e PdCI? L'insuccesso dimostra che non basta l'appello identitario a costruire uno spazio politico ed elettorale significativo ed in grado di reggere a fronte ai processi di bipolarizzazione del sistema politico. E questo rende meno attraente la proposta (e infatti coloro che la sostengono tendono a dare una valutazione più rosea dell'esito elettorale di coloro che non la condividono).

D'altra parte lo stesso risultato impone di invertire il processo di frammentazione che si è registrato negli ultimi anni, pena la perdita di qualsiasi credibilità e peso politico e sociale delle forze che si collocano a sinistra del PD, soprattutto quelle che perseguono un disegno di autonomia strategica dal partito di Franceschini. L'unità non può avere come base solo l'esigenza di sopravvivere ma deve emergere dalla definizione di un progetto politico comune sufficientemente solido da reggere alle prossime scadenze politiche ed elettorali.

Per quanto riguarda il PRC ci sono alcuni aspetti che rispetto all'esito di Chianciano richiedono probabilmente una verifica e una messa a punto.

Sottolineare la necessità dell'utilità "sociale" del partito, non può far dimenticare l'esigenza di rendere chiara anche l'utilità "politica". Spostare la barra rispetto ad un eccesso di istituzionalismo determinato dalle scelte di alleanze compiute tra il 2005 e il 2006 era indispensabile, ma questo richiede di non considerare marginale o secondario il terreno istituzionale - peraltro oggi fortemente indebolito dalle sconfitte elettorali- quanto semmai di renderlo funzionale ad una ripresa dell'insediamento sociale del partito.

Mentre è giusto lavorare ad un processo che guardi oltre alle forze comuniste per cercare di unire un arco più ampio di soggetti, penso sia riduttivo guardare solo alle forze "anticapitaliste". Occorre lavorare anche ad una proposta politica che unisca le forze "antiliberiste", cioè tutti coloro che ritengono necessario una via d'uscita dalle politiche economiche, sociali e istituzionali perseguite negli ultimi venti anni. Una verifica concreta del livello di unità raggiunto dovrà essere riscontrata sia nella capacità di costruire iniziative comuni nei territori, sia di mantenere la lista unitaria nelle elezioni regionali del 2010. Porre obbiettivi chiari e comprensibili anche dall'opinione pubblica è molto più utile che infilarsi in una discussione bizantina sulle modalità organizzative dell'unità stessa.

Contestualmente occorre approfondire il lavoro di analisi dei mutamenti sociali, politici e culturali avvenuti negli ultimi decenni. Senza una rinnovata capacità di leggere la realtà italiana, le sue contraddizioni e le dinamiche che sono in atto, è difficile pensare di poter tornare credibili e ricostruire la sinistra alternativa (che in Italia comprende ma non si esaurisce nelle forze di ispirazione comunista) come forza effettiva di cambiamento.

venerdì 12 giugno 2009

La sconfitta delle sinistre e il problema dell'unità (1)

Le elezioni europee sono finite con una sconfitta delle sinistre e del centro-sinistra nel suo complesso. L'unica eccezione è quella ampiamente annunciata del partito di Di Pietro che cresce ma a spese delle altre forze di opposizione. In pratica non c'è spostamento di voti significativo dal centro-destra al centro-sinistra. La coalizione di governo registra un mutamento degli equilibri al proprio interno tra il partito di Berlusconi e la Lega Nord, ma la sua forza non viene significativamente intaccata.

Le due liste della sinistra non arrivano al quorum utile ad eleggere parlamentari europei. A parte gli effetti pratici derivanti dal mancato rimborso delle spese elettorali, il fallito raggiungimento della soglia del 4%, che in assoluto avrebbe richiesto lo spostamento di poche centinaia di migliaia di voti, avrà senza dubbio un impatto psicologico negativo su una parte degli elettori che si trovano per la seconda volta in poco tempo ad avere la percezione di aver "disperso" il proprio voto.

All'interno delle due coalizioni i giudizi si sono differenziati nell'analisi, in buon parte secondo linee di interpretazione che corrispondono alle strategie politiche sostenute. All'interno di Sinistra e Libertà, una parte dei verdi e dei socialisti parlano apertamente di sconfitta. Mentre la componente vendoliana considera il risultato come "promettente". I giudizi negativi provengono da coloro che preferirebbero seguire altre prospettive. E' così per una parte dei socialisti (tra cui Bobo Craxi) e dei Verdi (Angelo Bonelli). Non si può escludere che si vada verso nuove scissioni.

Sinistra e Libertà ha raccolto un arco di forze politicamente eterogenee. L'abilità di Vendola è stata di tenerle insieme grazie a discorsi tanto elaborati letterariamente, quanto vaghi sul piano politico. Ora sono soprattutto i socialisti a porre delle discriminanti sia di schieramento che di contenuto.

Molto esplicita la posizione di Lanfranco Turci, di provenienza PCI, ora nella segreteria del Partito Socialista. Per Turci occorre allontanare il più possibile SeL dalla conflittualità derivante dalla scissione del PRC e caratterizzarla come forza politica riformista e di governo. Questo significa in concreto accettare le ricette di Ichino e Boeri sulle politiche del lavoro, abbandonare la logica dei movimenti del no (No, TAV, no inceneritori, ecc.) per aderire all'"ambientalismo costruttivo". Sull'immigrazione si deve rinunciare alla politica dei buoni sentimenti e delle porte aperte per tutti. E occorre anche evitare - sottolinea l'ex presidente dell'Emilia-Romagna - che, avendo avuto buoni risultati soprattutto al sud, il movimento venga identificato con il meridionalismo tradizionale del "partito unico della spesa pubblica".

I socialisti hanno espresso in modo chiaro la loro chiusura nei confronti della sinistra comunista e "massimalista" e guardano principalmente, come interlocutore, al PD. Difficile quantificare il loro peso nel voto di SeL. I loro candidati principali hanno ottenuto dei buoni risultati in termini di preferenze. Sono circa 90.000 voti complessivi, con un particolare picco nella circoscrizione sud, dove il loro esponente è arrivato secondo dietro Vendola con 42.000 preferenze, abbastanza per andare a Bruxelles se fosse scattato il quorum, dato che il Presidente della Puglia era ineleggibile.

Vendola aveva annunciato pochi giorni prima del voto che a luglio sarebbe nato il Partito della Sinistra Unita, ma è probabile che alla fine i tempi di definizione del nuovo soggetto siano più lunghi e più incerti, altrimenti il rischio è una polverizzazione delle diverse componenti. I prossimi mesi saranno in parte caratterizzati da una competizione tra le due coalizioni di sinistra nel tentativo di polarizzare pezzi di sinistra e di movimento, personalità della società civile, ecc.

Dal punto di vista strategico, per SeL è fondamentale recuperare un rapporto col PD, al fine di poter diventare il terzo soggetto della coalizione a fianco dell'Italia dei Valori. Dal punto di vista dei Democratici vorrebbe dire rischiare di tornare ad una prospettiva di coalizione simile all'Unione, indebolire l'arma del voto utile e creare qualche ostacolo in più ad una possibile apertura all'UDC. Qualche problema potrebbe venire anche da Di Pietro che ha puntato a raccogliere il voto dell'elettorato di sinistra critico nei confronti del PD e che si troverebbe un competitore interno alla coalizione.

Paradossalmente il valore aggiunto di SeL come alleato in un "nuovo centrosinistra" crescerebbe in misura parallela all ripresa politica ed elettorale delle forze che hanno costituito la "lista comunista e anticapitalista". (SEGUE)