mercoledì 29 settembre 2010

A Cuba si licenziano 500.000 statali?

Nelle settimane scorse i media italiani hanno dato grande rilievo alla notizia del prossimo licenziamento di 500.000 dipendenti pubblici cubani. Come sempre quando si parla di Cuba prevalgono le letture ideologiche che rendono difficile capire cosa accada realmente nell'isola. E questo vale sia per coloro che sono pregiudizialmente ostili, ovvero quasi tutti i grandi mezzi di informazione, ma anche purtroppo per chi, partendo dalla simpatia per Cuba e dalla volontà di difendere quella decennale esperienza anomala, abbandona qualsiasi spirito critico per limitarsi e ripetere la propaganda che arriva dai mezzi di informazioni ufficiali dell'Avana.


Anche nel caso dei 500.000 licenziati, la realtà sembra un po' più complessa, ma è anche il segnale di un ripensamento del modello economico di importazione sovietica, che i comunisti cubani avevano deciso di adottare ormai qualche decennio fa. Negli ultimi due anni la situazione economica dell'isola è tornata a farsi più difficile per varie ragioni tra cui gli effetti negativi della crisi economica internazionale.


Il gruppo dirigente cubano ha deciso di avviare una ristrutturazione profonda dell'economia ritenendola una condizione ormai indispensabile per evitare una crisi del sistema, anche se questo non viene dichiarato apertamente. Finora, nonostante le molte difficoltà, Cuba ha retto, anche quando, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, molti osservatori prevedevano una caduta imminente del potere del Partito Comunista e una svolta verso il capitalismo. Un noto giornalista, considerato uno specialista della realtà cubana, scrisse pure un libro "sull'ora finale" di Fidel Castro. Da quell'ora finale sono passati quasi venti anni. La tenuta invece del socialismo, nonostante le molte difficoltà e contraddizioni, dimostra che comunque si tratta di una realtà che dispone ancora di un patrimonio di consenso importante. O quantomeno il malcontento o lo scetticismo, per quanto possano essere diffusi, non solo tali da portare ad una vera opposizione di massa.


Sulla grande stampa si continuano e leggere articoli che recitano l'ormai consueto "rosario" sul declino di Cuba, di Castro, del socialismo. Praticamente gli stessi testi da venti o trent'anni, senza nessuno sforzo di comprendere ciò che accade realmente e soprattutto come mai nonostante tutto, non ci sia stato il crollo del potere uscito dalla rivoluzione del 1959. Mi sembra che i reportages che scrive Guido Rampoldi dall'Avana, per Repubblica, in queste settimane, non escano da questo schema precostituito. Al punto che ci si chiede perché un grande giornale debba mandare un inviato per scrivere articoli che potrebbero essere confezionati con un po' di copia e incolla di quanto si legge su Internet.


Ma torniamo ai 500.000 licenziati. Ai primi d'agosto Raul Castro, intervenendo alla seduta del parlamento cubano, ha annunciato la necessità di un cambiamento importante della politica economica e soprattutto della politica del lavoro e salariale. La decisione era stata presa in una riunione del Governo, tenutasi a metà luglio, allargata a numerosi dirigenti politici e sindacali, nazionali e locali.


Il Governo cubano ha espresso la volontà, all'interno della difesa del socialismo, di ridurre il peso del'apparato statale, di aumentare la produttività e l'efficienza economica, e di migliorare la qualità di molti servizi offerti ai cittadini. Circa un quinto degli attuali posti di lavoro (su un totale di 5 milioni circa) non si giustificherebbero sul piano economico e rappresenterebbero un costo eccessivo. Secondo quanto detto da Raul Castro, occorre cancellare l'idea che "Cuba sia l'unico paese al mondo dove si possa vivere senza lavorare".


Si delinea quindi dalle parole del leader cubano, una profonda ristrutturazione dell'apparato economico. Il compito di presentare un quadro più preciso del cambiamento è stato affidato al sindacato ufficiale, la Confederazione dei Lavoratori Cubani (CTC) che lo ha fatto a metà settembre con una lunga dichiarazione.


Il testo, come peraltro il discorso di Raul Castro, è attento a sottolineare le garanzie per tutti i lavoratori interessati alla ristrutturazione affinché non si sentano abbandonati. In sostanza, si dice, vi sarà una selezione all'interno dei posti di lavoro nei quali si sia verificata una eccedenza di lavoratori, per consentire ai più validi di restare. Per gli altri si apre la possibilità di una diversa collocazione oppure, tenendo conto di capacità e aspirazioni, di ricollocarsi nel settore privato.


Infatti la decisione di ridurre il numero dei dipendenti statali va vista anche alla luce dell'attuale statizzazione quasi integrale dell'economia. Ora si vuole invece affidare ai privati molte attività che si ritengano non strategiche per il ruolo che pure resterà predominante dello Stato. Il Granma, quotidiano del Partito Comunista, ha pubblicato una lunga lista di quasi 200 attività che potranno essere svolte privatamente: dal barbiere al taxista, dal massaggiatore al baby-sitter, e finanche la cartomante. I ristorantini privati già esistenti (paladares) potranno ampliare fino a venti (ora sono dodici) i posti per i clienti. Inoltre vi sarà più spazio per altre forme di proprietà non statale come le cooperative.


Due mutamenti importanti legati all'ampliamento del lavoro "por cuenta propria" sono l'introduzione di un sistema fiscale e la possibilità di assumere dipendenti. Si tratta in parte di una notevole estensione delle attuali possibilità di svolgere attività economica individuale. Scelte in tal senso erano state giù fatte in diverse occasioni, ma erano state rapidamente soggette ad una stretta limitativa, creando non poche difficoltà a chi aveva provato a cimentarsi nella piccola imprenditoria non statale. Inoltre si cerca di legalizzare attività che oggi vengono svolte al di fuori della legge, in questo modo consentendo di tassarle e quindi di portare un beneficio al bilancio dello Stato.


Il documento del sindacato sottolinea la necessità del coinvolgimento dei lavoratori, dell'attenzione ad evitare favoritismi nella scelta di coloro che manterranno il proprio posto di lavoro, e nel non abbandono di coloro che invece dovranno adattarsi ad una nuovo occupazione. Sembra evidente e del tutto comprensibile che il Governo voglia evitare un terremoto sociale che ne mini le basi.


Alla luce di queste decisioni ci si può chiedere se non si sia in presenza di una svolta "cinese" a Cuba, ovvero dell'introduzione di meccanismi di mercato e in una qualche misura anche capitalistici. Per ora la ristrutturazione economica appare più limitata, ma tiene conto di una tesi che i dirigenti cinesi hanno sviluppato soprattutto alla luce del crollo del'Unione Sovietica. Non ci può essere apertura politica, se non si migliora sensibilmente la condizione economica e sociale della popolazione. E quindi lo sviluppo economico è la priorità assoluta.


Ci si può domandare se la revisione critica del modello economico sovietico, importato a Cuba, non potesse essere perseguita con più gradualità nel corso del tempo, evitando un impatto così forte in un breve lasso di tempo. La scommessa del gruppo dirigente cubano è sicuramente molto difficile. Ma potrebbe essere il segnale che l'attuale situazione internazionale con l'affermarsi della svolta a sinistra in America Latina (e le elezioni in Venezuela e in Brasile, diranno se si consolida o se è già in fase di arretramento) e la presenza di Obama negli USA, offrano un più ampio spazio di manovra, per rilanciare, rinnovandolo, il socialismo cubano.


Franco Ferrari

lunedì 19 aprile 2010

Su Cuba: né zdanoviani, né maccartisti

La recente vicenda di un prigioniero cubano morto a seguito di un lungo sciopero della fame, ha riaperto occasionalmente la discussione all'interno della sinistra italiana e internazionale su quale debba essere il rapporto con l'isola caraibica. Ho scritto diverse volte su questo tema, ma vorrei riprenderlo per chiarire la mia opinione, anche alla luce di un articolo di Claudio Grassi, dirigente del PRC, pubblicato da Liberazione.

Voglio chiarire i miei punti di disaccordo. Il primo riguarda il fatto specifico. Grassi afferma come del tutto scontata la tesi secondo cui Orlando Zapata Tamayo sarebbe stato un detenuto per reati comuni e non incarcerato per motivi politici come sostengono i settori antigovernativi. E' questa la tesi ufficiale del governo cubano che viene assunta acriticamente. In realtà si possono nutrire diversi e fondati dubbi sulla versione ufficiale, anche se le informazioni di cui si dispone sono parziali e spesso tendenziose. Le varie fonti, anti o filo-cubane, almeno quelle che ho potuto consultare, sembrano concordi sul fatto che le accuse per le quali Zapata Tamayo era in prigione fossero per "disordine pubblico", "disobbedienza all'autorità" e simili. Né le fonti filocubane chiariscono in concreto quali atti commessi da Zapata Tamayo avrebbero meritato queste accuse. Difficili comunque considerarli reati comuni. Tanto meno le fonti ufficiali o filocubane hanno chiarito, almeno a quanto ho potuto appurare, che cosa stesse facendo il prigioniero al momento dell'arresto. L'unica informazione fornita dalla dissidenza, non smentita dal governo, è che stesse partecipando ad una protesta organizzata da una fondazione vicina alla dissidenza.

Purtroppo alcuni di coloro che si ergono a difensori ufficiali di Cuba all'estero ricorrono tra l'altro a delle grossolane falsificazioni per sostenere la loro tesi. E' il caso ad esempio di questo articolo pubblicato sulla rivista on-line della, per altro prestigiosa, rivista marxista americana Monthly Review, laddove viene scritto che Amnesty International non avrebbe esplicitato quali attività politiche avrebbe svolto Zapata Tamayo prima dell'arresto. Basta invece leggere quanto scriveva Amnesty nel gennaio 2004 per vedere elencate le sue diverse attività politiche. Difficile pensare che questo testo sia stato scritto in funzione dell'uso politico che se ne sarebbe potuto fare 6 anni dopo.

Questa vicenda è stata come altre strumentalizzata dai media internazionali in funzione anti-cubana? Di questo non v'è dubbio alcuno. Nei confronti di Cuba vi è una ostilità preconcetta (di stile maccartista per usare un termine degli anni della guerra fredda) che coinvolge anche settori della sinistra moderata, soprattutto tra gli ex-comunisti, come in Italia. L'esistenza di questa strumentalizzazione non cancella però il fatto da cui essa prende le mosse. Semmai ciò che va chiarito è che molti di coloro che criticano Cuba lo fanno perché dell'esperienza di quel Paese non condividono gli aspetti migliori, come l'indipendenza dagli Stati Uniti, l'appoggio alle forze progressiste latino-americane, la garanzia di diritti sociali per tutti e l'aspirazione ad una società egualitaria. Combattono Cuba per ciò che essa ha di positivo facendo leva su ciò che questa realtà contiene di negativo.

Contrapporre a queste strumentalizzazioni una logica speculare per cui tutto quello che accade a Cuba va difeso, anche l'indifendibile, magari contrapponendo retoricamente i morti altrui, vuol dire perpetuare una logica da guerra fredda che potremmo definire zdanoviana, dal nome del dirigente sovietico che tenne la relazione alla conferenza di fondazione del Cominform del 1947. Era una logica secondo la quale le forze comuniste, antimperialiste, pacifiste dovevano schierarsi acriticamente a difesa dell'Unione Sovietica, sia in politica estera che nella vita interna, in quanto parti di un unico "campo" allineato in una disciplina di tipo militare.

Io non credo, e qui viene il mio dissenso di fondo con l'articolo di Grassi che il fideismo acritico, che pure ha svolto storicamente una funzione progressiva nel mito dell'Unione Sovietica, sia oggi una base solida sulla quale si possa costruire la strategia politica dei comunisti o di qualsiasi altra forza di sinistra e anticapitalista. Penso che abbiamo bisogno innanzi tutto di ricerca attenta della verità. E questo vale anche per Cuba, dove a fronte di aspetti importanti di progresso politico, sociale e culturale restano profonde distorsioni sul piano della democrazia e delle libertà. Per verificarlo non c'è nemmeno bisogno di leggere la stampa internazionale. Basta sfogliare il quotidiano ufficiale Granma per vedere quale carenza di informazione, di dibattito, di confronto politico aperto esista ancora nell'isola. Quei rari casi di apertura informativa, come ad esempio un inchiesta di qualche tempo fa, pubblicata dal giornale dei giovani comunisti Juventud Rebelde, sul problema della disoccupazione giovanile, sono rimasti del tutto isolati.

Fra maccartismo e zdanovismo qual'è la posizione giusta? Io ritengo sia la solidarietà critica nei confronti di Cuba. Solidarietà contro il blocco illegittimo imposto dagli Stati Uniti e per riconoscimento alla funzione storicamente importante che l'esperienza cubana ha svolto per l'America Latina e che tutt'oggi, nonostante gli indubbi limiti, può svolgere. Ma apertamente e onestamente critica nei confronti di tutti gli elementi distorsivi: limitazione delle libertà individuali, autoritarismo, burocratizzazione, ecc.

Grassi accenna, alla fine del suo articolo, al tema del rapporto tra socialismo e democrazia e al fatto che il socialismo debba coniugare "l’estensione dei diritti sociali con l’estensione delle libertà politiche e dei diritti civili". Approccio condivisibile, ma che per essere credibile, deve essere accompagnato da una chiara ed esplicita dichiarazione di dissenso quando queste libertà politiche e questi diritti civili vengono calpestati o limitati.

mercoledì 7 aprile 2010

Le tendenze elettorali per aree politiche

Si possono cercare di valutare i risultati elettorali delle regionali sulla base del confronto con i risultati delle europee del 2009 e delle politiche del 2008 per alleanze politiche e non per singole forze.
Nelle elezioni politiche si presentò uno schieramento di centro-destra composto da tre liste: PDL, Lega Nord, Movimento per le Autonomie di Lombardo. Nelle 13 elezioni in cui si è votato, l'alleanza che ha conquistato il governo ottenne il 46,7%, di cui il 9,5% alla Lega Nord e un contributo assolutamente marginale dell'MPA forte prevalentemente in Sicilia.
Nelle europee dell'anno successivo questo schieramento ottenne il 46,6% con una Lega Nord in crescita all'11,3%. Quindi risultato praticamente stabile con uno spostamento interno all'alleanza di destra a favore dei nordisti.
Nelle regionali lo stesso schieramento si presenta con una maggior frammentazione di liste. Complessivamente considerato ottiene il 47,6%. In questo computo ho considerato oltre a PDL e Lega Nord che sale al 12,3%, anche il nuovo PSI, l'UDEUR, l'Alleanza di Centro-DC, e liste civiche collegate al centro-destra.
Lo schieramento berlusconiano quindi cresce rispetto alle politiche dello 0,9%. Questo incremento avviene in parte anche svuotando le residue liste dell'estrema destra.
L'UDC aveva nelle elezioni politiche il 5,3%, nelle europee il 6,2%, nelle regionali con una tattica di alleanze variabili a seconda delle regioni ottiene il5,6% al quale risultato si può aggiungere lo 0,5% ottenuto dall'Alleanza per l'Italia di Rutelli. Quest'area si colloca quindi, per effetto dell'apporto dei settori ultramoderati usciti dal Partito Democratico, ad un livello di consenso pari al 6,1%, in crescita rispetto alle politiche dello 0,8%
Veniamo ora al centro-sinistra. Alle elezioni politiche del 2008 si presentava lo schieramento veltroniano costituito dal PD (a vocazione maggioritaria) che inglobava i radicali e dall'Italia dei Valori dipietrista. L'alleanza di centro-sinistra raccoglieva il 38,4%. Nelle europee dell'anno successivo PD, Italia dei valori, e lista Pannella-Bonino raccoglievano il 36,9%. In queste elezioni regionali il centro-sinistra "veltroniano" raccoglie il 36,4% con un calo rispetto a due anni fa di 2 punti percentuali. Cresce all'interno di questa coalizione il peso del'Italia dei Valori passata dal 4,3% delle politiche, al 7,8% del europee, al 6,9% delle regionali. Nel computo ho considerato PD, IdV, liste radicali e liste civiche collegate al centro-sinistra.
Al di fuori della coalizione costituita da Veltroni alle elezioni politiche restavano i socialisti e le forze che facevano parte della sinistra arcobaleno.
Nell'insieme queste forze raccoglievano nel 2008 il 4,1%, di cui il 3,1 alla sinistra arcobaleno e l'1,0 ai socialisti.
Le forze che erano confluite nella sinistra arcobaleno si sono presentate frammentate sia alle europee che alle regionali. Alle europee ex sinistra arcobaleno insieme ai socialisti raccoglievano il 6,7%. Nelle regionali le stesse forze hanno ottenuto il 6,8%, considerando nel computo Federazione delle Sinistre, Sinistra Ecologia e Libertà, Verdi e Socialisti non berlusconizzati. Rispetto alle politiche si tratta di un 2,7% di voti in più.
Al di fuori di questi schieramenti resta l'estrema sinistra trotskista, praticamente scomparsa nelle regionali, mentre raccoglieva l'1,1% nelle politiche. Fa irruzione invece il movimento di Grillo che raccoglie l'1,7%.
Da questi dati emerge che:
1) gli spostamenti elettorali tra schieramenti sono minimi, mentre più consistenti sono quelli all'interno degli schieramenti stessi;
2) l'alleanza di centro-destra è solida e l'inversione di tendenza di cui ha parlato Bersani è - purtroppo - una pia illusione.
3) il centro-sinistra di Veltroni ha una vocazione maggioritaria tanto quanto un leone può avere una vocazione vegetariana. La distanza tra questa coalizione e quella di Berlusconi è andata crescendo di 3 punti percentuali.
4) il centro-sinistra di Bersani è potenzialmente più largo e dovrebbe poter inglobare il movimento di Vendola e qualche gruppo minore. In questo modo arriverebbe al 40% circa. L'eventualità di costituire un'alleanza stabile con l'UdC sembra per ora improbabile.
Da questo quadro emerge che il centro-sinistra nelle sue varie anime necessiterebbe di un mutamento strategico radicale per poter diventare maggioritario nel paese. Ben più complesso che un semplice rimescolamento di alleanze tra partiti.

martedì 6 aprile 2010

I risultati elettorali del movimento di Vendola

Dopo aver esaminato i risultati elettorali della Federazione della Sinistra, è utile effettuare un analogo riscontro sul movimento guidato da Niki Vendola, Sinistra Ecologia e Libertà (SEL). Sul piano nazionale SEL raccoglie sulle proprie liste il 2,1%. Se si considerano le liste presentate unitariamente ai verdi o al partito socialista, si arriva complessiva al 3,0%. Un calo dell 0,2% rispetto alle europee, quando però erano presenti anche verdi e socialisti, i quali hanno presentato in diverse regioni liste separate, avendo abbandonato il progetto di SEL.
Si tratta complessivamente di un dato che indicherebbe una certa stabilità del voto, se questo giudizio non andasse mitigato alla luce delle forti differenze esistenti a livello regionale e del forte trascinamento del voto pugliese.
Complessivamente le liste di SEL, includendo quelle con altri soggetti, si collocano davanti a quelle della Federazione della Sinistra, includendo in queste quelle costituite assieme ai verdi, di uno 0,2%. Nelle elezioni europee, nelle stesse elezioni nelle quali si è votato questa volta, la federazione era avanti di uno 0,3%.
Vediamo però i dati dettagliati per regione. SEL supera il 3% in Lazio col 3,1%, Toscana col 3,8%, Umbria col 3,4%, Basilicata col 4,0%, Calabria col 3,7% (insieme ai socialisti), Campania col 3,5%, la Puglia col 9,7%. I punti di forza sono le regioni rosse centrali, il Lazio e le regioni meridionali.
Le regioni nelle quali SEL è sotto il 2% sono l'Emilia-Romagna con l'1,8% (con i Verdi), la Lombardia con l'1,4%, il Piemonte con l'1,4%, il Veneto con l'1,2%. SEL è complessivamente molto debole in tutto il nord.
Ci sono altri due elementi di valutazione da prendere in considerazione e sono le variazioni rispetto al voto europeo e il confronto con la Federazione della Sinistra.
Rispetto alle europee SEL avanza in Liguria + 0,2%, Toscana +0,3% e Puglia + 2,8%. Arretra in tutte le altre regioni: Emilia-Romagna -0,2%, Lombardia -0,6%, Piemonte 0,9%, Veneto -0,3%, Lazio -0,7%, Marche -0,6%, Umbria -0,1%, Basilicata -1,3%, Calabria -2,1%, Campania -0,9%.
Da notare che SEL arretra anche in Lombardia e Campania, dove la Federazione si è presentata da sola fuori dalla coalizione di centro-sinistra. Nella sola Puglia, la regione di Vendola, SEL raccoglie 192.000 voti su un totale complessivo di 679.000 voti.
Per questo dicevo che il dato nazionale risulta fortemente condizionato dal risultato pugliese che nasconde un arretramento generalizzato. Nazionalmente la Federazione della Sinistra raccoglie 620.000 voti contro i 679.000 di SEL, ma se si sottrae il voto pugliese confrontando le altre 12 regioni che hanno votato, la Federazione raccoglie 556.000 voti, mentre il movimento di Vendola ne raccoglie 487.000.
Nel confronto diretto tra Federazione e SEL, la Federazione è davanti in Emilia-Romagna, in Liguria, in Lombardia, in Piemonte, in Veneto, nelle Marche, in Toscana, in Umbria, in Calabria. SEL è davanti in Lazio, Basilicata, Campania, Puglia.
Siamo di fronte ad una situazione nella quale il voto che si colloca a sinistra del PD ammonta complessivamente al 6%, ma risulta sostanzialmente diviso a metà tra due soggetti in competizione tra loro. E' chiaro che questa divisione indebolisce politicamente quest'area, favorendone la cancellazione dal dibattito politico-mediatico controllato dalle maggiori forze politiche. Nonostante, va sottolineato, quest'area sia equivalente all'UDC di Casini e inferiore di un solo punto percentuale all'IdV di Di Pietro che pure ha dominato mediaticamente il campo dell'opposizione, risulta pressoché assente dai mezzi d'informazione sia di destra che vicini al Pd e all'IdV.
Quale sia la prospettiva di SEL ancora non è chiaro. Il suo vero e forse unico punto di forza è dato dalla figura carismatica di Vendola, il quale ha dichiarato subito dopo il voto che i partiti sono ormai defunti come forze vitali. Al loro posto ha indicato come modello la mobilitazione informale costruita attorno alla sua candidatura in Puglia. In SEL sembra ancora ancora aperto il confronto fra partitisti, che vogliono costruire un soggetto politico organizzato con una propria identità e movimentisti estremi, che puntano su una struttura aperta ed informale. Vendola sembra schierarsi decisamente con questi ultimi.

sabato 3 aprile 2010

I risultati elettorali della Federazione delle Sinistre

I risultati delle elezioni regionali confermano la situazione di difficoltà della sinistra alternativa. Ancora non è stata superata la crisi profonda causata dalla sconfitta della sinistra arcobaleno nelle ultime elezioni politiche con l'esclusione dal parlamento.
Il confronto tra i dati delle regionali e delle europee è relativamente omogeneo in quanto già in occasione del voto del 2009 si presentavano in competizione l'aggregazione di Rifondazione, PdCI e altri gruppi minori da un lato e il raggruppamento tra scissionisti del PRC e fuoriusciti dai DS. Nel primo caso è stata formalizzata la costituzione della Federazione delle Sinistre, mentre nel secondo Sinistra, Ecologia e Libertà si presenta come una realtà più omogenea avendo perso per strada i socialisti e parte dei verdi.
In questo post metto l'attenzione sui dati della Federazione della Sinistra nelle singole regioni e sul confronto con le percentuali del voto europeo. Vorrei poi affrontare successivamente l'analisi dei dati di Sinistra ecologia e libertà e delle altre forze del centro-sinistra.
Il confronto percentuale sottovaluta necessariamente un altro dato che ha una notevole rilevanza: il forte calo della partecipazione al voto, che sembra aver colpito tutte le forze politiche comprese quelle della sinistra alternativa. Va sottolineato che anche quando il raffronto percentuale è favorevole, il numero effettivo dei voti è in calo.
Le Regioni che vanno meglio sono quelle dell'Italia centrale con una tradizione "rossa" molto forte.
In Toscana la Federazione (però qui alleata ai Verdi) ottiene il 5,3% e in Umbria il 6,2%.
Le regioni che superano il 3% oltre alle due citate sono: la Liguria con il 3,9%, le Marche con il 3,9%, la Calabria con il 4,0%, la Puglia (anche qui con i Verdi) con il 3,3%.
Sono sotto il 2,0%, il Veneto con l'1,6% e la Campania con l'1,6%.
In 3 regioni la Federazione non si è presentata in alleanza con il centrosinistra: le Marche, la Lombardia e la Campania. In Lombardia e Campania la sconfitta è secca, con il 2,0% nella prima e l'1,6% nella seconda. Relativamente migliore il risultato nelle Marche dove si registra una tenuta e dove la Federazione si presentava alleata con SeL.
In queste tre regioni la Federazione arretra rispetto alle europee. In Lombardia -0,7%, in Campania -2,2%, nelle Marche -0,3%. Disastroso il dato campano e ci si può chiedere se non sia stato un errore piuttosto grossolano candidare il segretario di Rifondazione che peraltro è piemontese. Il risultato migliore si ottiene nelle Marche dove il candidato presidente era direttamente espressione di radicamento territoriale e di capacità amministrativa, essendo un ex presidente provinciale.
Tra le altre 10 regioni, la Federazione aumenta la propria percentuale rispetto alle europee solo in Umbria con un +0,7% e in Toscana + 0,2% (ma con i Verdi). In due regioni è stabile sulla stessa percentuale dell'anno scorso: in Liguria con il 3,9% e in Puglia con il 3,3% (ma anche qui con i Verdi). Restano 7 regioni nelle quali c'è un calo di dimensioni molto diversificate. Il calo è pari o superiore all' 1% in Lazio con - 1%, in Basilicata con -2,3%, in Calabria con -2,7%.
Arretramenti più contenuti si registrano in Emilia-Romagna -0,3%, Piemonte -0,7%, Veneto -0,2%.
Nel valutare i fattori che hanno prodotto questi risultati occorre integrare sia cause nazionali che locali. Ma su questo conto di tornare in interventi successivi.

Ps. Va precisato che il dato della Basilicata è condizionato negativamente dalla mancata presentazione della lista nella provincia di Matera. A Potenza dove la lista era presente l'arretramento è stato dell1,6%.

martedì 22 dicembre 2009

La storia del PCI vista da Lucio Magri

Gli ultimi decenni della storia del Partito Comunista Italiano non sono stati finora oggetto di una ricostruzione storica adeguata. Né la fase che ha portato la maggioranza del gruppo dirigente, guidata da Achille Occhetto, a scioglierlo per dar vita ad una forza politica post-comunista e la contestuale nascita di Rifondazione è stata ancora oggetto di una indagine che non sia direttamente legata alla polemica politica, ma ne colga invece le complesse ragioni legate all’evoluzione (o involuzione se si vuole) di un grande partito di massa, con profonde radici politiche e sociali.

La stessa vicenda complessiva del PCI e il suo ruolo nella storia italiana sono stati subordinati da molte parti ad una offensiva ideologica anticomunista che ha collegato la demonizzazione del Partito Comunista alla delegittimazione della Resistenza, della costituzione repubblicana e di gran parte delle conquiste sociali e politiche più avanzate ottenute, con alti e bassi, e con molti sacrifici, dalla caduta del fascismo alla fine degli anni ’70.

Anche a sinistra e tra le stesse forze che hanno dato vita originariamente a Rifondazione Comunista, si è lontani da una lettura condivisa del ruolo e della storia del PCI, né forse è utile che a ciò si arrivi, ma può essere necessario un confronto più approfondito, che non si incagli nella mera riproposizione delle tesi assunte dalle diverse tendenze durante lo svolgersi degli avvenimenti. Non servono oggi né le ricostruzioni apologetiche che tendono a riproporre una continuità priva di fondamento (come è in parte avvenuto nella vicenda del PdCI, postosi anche simbolicamente in totale continuità col PCI), né analisi liquidatorie che riproducano le critiche di varie correnti dell’estrema e – al tempo - nuova sinistra, ad esempio contro un “togliattismo” spesso caricaturale.

Il libro di Lucio Magri, “Il sarto di Ulm” edito dal Saggiatore (€ 21,00) evita queste vicoli ciechi e propone una lettura complessa, attenta e a volte minuziosa dei principali passaggi della storia del PCI nel dopoguerra. L’autore non è stato un semplice spettatore di quelle vicende ma vi ha avuto un certo ruolo, anche se non sempre di primo piano all’interno del PCI, ma soprattutto in quanto leader di una delle formazioni politiche protagoniste della stagione successiva all’esplosione del Sessantotto, il Manifesto prima, poi con la confluenza di altri il PdUP. Ma Magri indaga onestamente e sottopone al vaglio critico anche le proprie posizioni assunte nel corso degli anni.

Nella sua ricostruzione il vero atto fondativo del PCI viene fatto risalire al rientro in Italia di Togliatti durante la seconda guerra mondiale e il suo impulso affinché il partito avesse un carattere di massa, in quella che è stata definita come la “svolta di Salerno”. Ad alimentarne le caratteristiche politiche e culturali influisce quello che Magri chiama il “genoma Gramsci” che forniva le basi per andare oltre ai limiti della socialdemocrazia, ma anche all’inadeguatezza del leninismo nel definire una strategia rivoluzionaria nelle società capitalistiche sviluppate. Mentre respinge le tesi, storicamente infondate, che attribuivano a Togliatti la volontà di nascondere o falsificare le idee gramsciane, ritiene però che non tutto il patrimonio teorico del pensatore sardo sia stato adeguatamente utilizzato, soprattutto nelle analisi più innovative come quelle contenute nel quaderno su “Americanismo e fordismo”. Magri ricorda che lo stesso Togliatti, negli ultimi anni della sua vita, riconobbe che alcune parti del pensiero di Gramsci non erano state pienamente approfondite e valorizzate.

Non viene dato credito alla tesi di una presunta “rivoluzione tradita” da parte del PCI, durante e dopo la Resistenza, come sostenuto da varie correnti di estrema sinistra, ma si individuano limiti politici concreti nel ruolo svolto dai comunisti nei governi antifascisti, nati dalla liberazione e giunti a termine con la guerra fredda e l’avvio del conflitto tra USA e URSS. A questa nuova fase il movimento comunista internazionale, sotto la guida di Stalin, si presentò con una strategia sbagliata, simboleggiata dalla formazione del Cominform che contribuì ad irrigidire lo scontro, determinando chiusure ideologiche anche in forze come il PCI che pure avevano un forte insediamento di massa e una capacità autonoma di elaborazione politica e culturale.

Il cuore del libro di Magri è però nell’analisi degli anni ’60 e ’70, affrontati non solo dal punto di vista ristretto delle vicende interne del PCI, ma da quello più ampio dell’analisi delle tendenze politiche, economiche e sociali dell’Italia e, quando necessario, anche dello scenario internazionale. Il rapporto del Partito Comunista con il lungo Sessantotto italiano è visto in relazione allo sviluppo del dibattito interno che vide in quegli anni il formarsi di una tendenza di sinistra, definita come “ingraismo”, ma che - sottolinea Magri che ne fece parte - non costituì mai una tendenza organizzata. Vengono ripercorsi i dibattiti dei primi anni sessanta sugli effetti che lo sviluppo economico imprimeva sulla società italiana e in che misura esso rendesse obsoleta la tematica dei ritardi del capitalismo nostrano rispetto alle punte più avanzate del capitalismo internazionale. Emerge allora il tema del “nuovo modello di sviluppo”, contrastato dalla destra interna del partito che si raggruppò attorno alla figura di Giorgio Amendola. La sinistra viene sconfitta nel ’66 e questo evento accentua la difficoltà del partito a cogliere fino in fondo le potenzialità dei movimenti giovanili e operai del ’68-’69. E’ soprattutto nei confronti degli studenti che il PCI – secondo Magri – dimostra la maggiore inadeguatezza. La radiazione del gruppo del Manifesto avvenuta nel 1969 viene vista come la dimostrazione di un ritardo nella capacità di aprirsi al confronto con questi nuovi soggetti e ad accettare un dibattito interno più articolato e libero, seppur non cristallizzato in correnti.

L’altro decennio chiave è naturalmente quello caratterizzato dalla strategia del compromesso storico, avanzata da Berlinguer dopo il colpo di stato militare in Cile. Per Magri si trattava, ed è una valutazione condivisibile, di una proposta sbagliata e destinata al fallimento, anche se viene riconosciuto che essa rispondeva ad alcuni problemi reali e che non era così facile perseguire strade alternative. L’avvicinamento del PCI alla prospettiva del governo si conclude con una sconfitta alla quale segue la necessità di definire una nuova strategia. Questo avviene con la proposta lanciata da Berlinguer dell’alternativa democratica. Magri sottolinea l’esistenza di una rottura tra il Berlinguer del compromesso storico e quello dell’alternativa, ed evidenzia gli elementi positivi di quest’ultima fase della sua vita politica, a partire dalla scelta di classe compiuta andando davanti alla FIAT, mentre i lavoratori sono in lotta contro una dura offensiva padronale, e tende anche a rivalutare positivamente lo stesso tema, controverso, della questione morale.

La conclusione di Magri è che la cancellazione del PCI non fosse un fatto ineluttabile, che la sua scomparsa non abbia reso la realtà italiana migliore di quello che sarebbe potuta essere. Le forze che si opposero allo scioglimento del PCI erano eterogenee politicamente e culturalmente e si divisero tra gli artefici della scissione e coloro che vollero restare, seppur per breve tempo, nel nuovo partito e questo ha condizionato anche la vicenda successiva di Rifondazione Comunista. D’altra parte però per Magri negli anni ottanta la vicenda del comunismo come movimento mondiale, ispirato dal Rivoluzione d’Ottobre, si è “inoppugnabilmente” conclusa. Questo avrebbe lasciato al PCI il ruolo di una eccezione tutta italiana.

Nel complesso, il libro di Magri offre molti spunti di riflessione e analisi condivisibili sulla storia del PCI nel dopoguerra. Alcuni temi meritano approfondimenti e anche la messa in campo di ipotesi diverse (sul rapporto con l’URSS, sulla capacità di leggere la realtà sociale del paese e la sua evoluzione, sull’organizzazione interna, sul rapporto con i movimenti, sulla eccezionalità italiana, per citarne alcuni) ed è bene che la discussione sulla storia del PCI torni a far parte pienamente del dibattito politico-culturale.

Franco Ferrari

mercoledì 2 dicembre 2009

Interrogativi sul berlusconismo

Pubblico qui un mio articolo uscito su "Piovono Pietre".

Alcuni commentatori ritengono che il ciclo politico legato alla figura di Silvio Berlusconi stia volgendo al termine. Sia che si arrivi alla scadenza naturale della legislatura sia che si acceleri una crisi traumatica successiva alla sconfessione del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Non mi interessa qui fare previsioni. Quello che voglio porre all’attenzione è un tema generale: la sinistra ha formulato un’analisi adeguata del fenomeno che possiamo approssimativamente definire come “berlusconismo”?

Si è detto giustamente che non basta allontanare il padrone di Mediaset dal governo, ma che occorre scalzare il fenomeno politico, sociale e culturale che egli incarna. Questa prospettiva è rimasta però di fatto subalterna a quella che ha focalizzato la critica sulle caratteristiche specifiche del personaggio Berlusconi e sulle ragioni della sua ascesa (controllo delle televisioni, vasta disponibilità di risorse economiche, capacità di manipolazione dell’elettorato, ecc.) fino alla polemica innescata dalle vicende delle sue disinvolte frequentazioni femminili. E’ stato soprattutto Di Pietro e il suo partito a cavalcare politicamente il sentimento di rigetto nei confronti dei comportamenti del presidente del consiglio, sentimento che coinvolge una parte importante dell’opinione pubblica democratica e di sinistra. Insieme alla Repubblica (che pure è più vicina al PD) e Travaglio, sono loro a definire ideologicamente la lettura dello scontro tra berlusconismo e antiberlusconismo.

A sinistra si è cercato di delineare una diversa prospettiva secondo la quale l’obiettivo fondamentale dovrebbe essere di contrapporre a Berlusconi un’uscita, per quanto graduale, dalle politiche neoliberiste indebolite ma non rovesciate dalla crisi. Questa strategia si è scontrata con gli orientamenti prevalenti all’interno della maggioranza che ha sostenuto i due governi Prodi. L’esito negativo delle due esperienze di governo pone l’esigenza di riprendere e approfondire l’analisi complessiva delle vicende italiane degli ultimi venti anni. E’ utile anche per evitare che il dibattito a sinistra si richiuda su stesso, ponendo questioni di identità, di assetto politico ed organizzativo, certamente importanti ma che rischiano di farci arenare in una discussione fondamentalmente auto contemplativa.

L’esperienza del movimento operaio e comunista italiano dimostra che solo quando si è saputo cogliere le grandi contraddizioni politiche e sociali e delineare una strategia a partire da queste, si è riusciti ad emergere da una condizione minoritaria. E’ stato cosi per la capacità gramsciana di analizzare alcune caratteristiche peculiari della società italiana (questione meridionale e questione “vaticana”, ovvero cattolica, innanzitutto) a partire da una comprensione dei caratteri fondativi dello stato italiano. Successivamente il gruppo dirigente comunista si è sforzato di comprendere le ragioni e le caratteristiche innovative che il fascismo aveva introdotto nella società italiana. Mentre alcune letture sbagliate dello sviluppo del capitalismo italiano negli anni ‘60 hanno limitato la capacità di intervenire sulle nuove contraddizioni. Ad esempio le tesi che, a partire dal dibattito Ingrao- Amendola all’interno del PCI, leggevano la società italiana prevalentemente in termini di arretratezza.

A me pare che da questo punto di vista il nostro dibattito sia stato largamente insufficiente. Mentre non mancano ricorrenti dibattiti pro o contro Togliatti o sul ruolo del PCI, o richiami reverenziali a Gramsci, mi pare che assai poco si sia cercato, anche da parte dei difensori d’ufficio, di verificarne alcune lezioni di metodo nell’analisi delle vicende politiche e sociali degli ultimi venti anni. Diversi elementi utili in tal senso possono venire differentemente da testi come “Americanismo e fordismo”, dalle “Lezioni sul fascismo” o dal vasto e complesso sforzo di analisi del potere democristiano realizzato a sinistra nel corso della prolungata egemonia dello scudocrociato.

Il berlusconismo andrebbe indagato intrecciando tre diversi livelli: quello economico-sociale, quello politico e quello ideologico-culturale. Berlusconi va collocato all’interno dell’egemonia neoliberista che ha caratterizzato il mondo occidentale a partire dall’inizio degli anni ’80, cogliendone però
le peculiarità. E’ stato poco rilevato che Berlusconi, in quanto imprenditore, non incarna il capitalismo industriale direttamente produttivo e solo marginalmente quello finanziario, ma principalmente una forma di capitalismo postfordista.

Mediaset assorbe una quota di plusvalore in cambio del suo ruolo di interfaccia tra la produzione e il consumo di merci. Crea immaginario al servizio del processo di valorizzazione del capitale. Berlusconi è l’espressione di un capitalismo italiano che si deindustrializza, abbandona il terreno della ricerca e dell’innovazione tecnologica (crollo degli investimenti) e si arrende ad un ruolo subordinato nell’ambito dei processi di globalizzazione? Sembrerebbe di sì e in questo senso il blocco storico rappresentato da Forza Italia e Lega costituisce la base di massa di un capitalismo che arretra nella competizione internazionale.

Il secondo asse di indagine dovrebbe riguardare la capacità dell’azione politica berlusconiana di utilizzare la trasformazione del sistema politico, dal pluralismo garantito dalla proporzionale all’oligopolismo sancito dai modelli elettorali maggioritari, così come la tendenza a spostare sempre più il terreno della politica dalla rappresentanza al governo. In questo senso Berlusconi ha sfruttato scelte politico-istituzionali largamente volute dalle forze della sinistra moderata.

Infine vi è tutto il terreno dell’azione ideologica del berlusconismo (individualismo, mercificazione di tutte le relazioni sociali, anticomunismo). Se questo aspetto ha trovato una certa attenzione in particolare nel sottolineare il ruolo giocate dal mezzo televisivo (si veda il film documentario “Videocracy”). Poco si è cercato di capire come questo cocktail ideologico venga filtrato e accolto da settori popolari ampi ed eterogenei, a quali bisogni esso corrisponda e se questi possano trovare soluzione all’interno di un paradigma alternativo, fondato sullo sviluppo delle relazioni sociali e sulla demercificazione dei rapporti intersoggettivi.

Si sono già accumulati elementi di analisi e di comprensione importanti, ma mi pare siamo lontani da una sintesi adeguata e da una capacità di diffusione di queste analisi in modo tale da orientare il conflitto politico e sociale e di costruire elementi di contro-egemonia. E’ questo un compito necessario se vogliamo evitare che il declino personale di Berlusconi si accompagni ad una sostanziale perpetuazione della sua egemonia sul paese, anche oltre la sua permanenza al potere.

Franco Ferrari